Noi che…

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Negli anni ’70 del secolo scorso nasceva un modo diverso di fare spettacolo: monologhi, musica, canzoni, teatro si fondevano insieme per dare allo spettatore la possibilità di “evocare” pensieri, situazioni, personaggi e storie per riflettere sulle condizioni del mondo contemporaneo. Teatro Canzone, definizione data da Sandro Luporini, pittore e amico di Giorgio Gaber, fu non solo un nuovo modo di fare spettacolo, ma anche il titolo di un album che Giorgio Gaber incise e pubblicò nel 1992. L’album raccoglieva tutte le canzoni dell’omonimo spettacolo, tra cui Qualcuno era comunista, di un’attualità incredibile.

Di cosa abbiamo bisogno?

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Di cosa abbiamo bisogno?

Abbiamo bisogno di non sentirci smarriti quando siamo chiamati a esprimere il nostro parere, le nostre idee, i nostri disagi sopportati stoicamente nella convinzione che, forse, il meno peggio e` l’ unica soluzione possibile.

Abbiamo bisogno di credere che dietro quel “meno peggio” può e deve esserci ” il migliore dei modi possibili” per vivere con dignita’ e onesta’.

Abbiamo bisogno di parlare e ascoltare con gli occhi, con il cuore, con la memoria e l’ intelligenza di chi sa che avere radici forti, e ricordarsene, significa guardare lontano.

La Vucciria

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Renato Guttuso, LA VUCCIRIA, 1974

A Palermo, si sa, tutto è abbondante. Il porto, i palazzi e i quartieri rumorosi di passato e presente. Le cupole rosse, i mosaici dorati, le ville e le strade che corrono dritte verso il mare abbondante di storia. La tavola palermitana è generosa di sughi, di odori e pietanze: caponatine galleggianti in olio profumato di capperi e melanzane; babbalusci, lumachine bianche come la neve, che odorano di aglio e prezzemolo fresco; e poi sfincioni con cipolla e formaggio, salsiccie con finocchietto selvatico e carciofi ripieni come pance mai sazie. Anche il dialetto palermitano è abbondante: nell’articolare le vocali ( lunghe, molto lunghe e aperte, molto aperte) e nel descrivere iperbolicamente situazioni e detti popolari che abbondano di metafore e riferimenti tratti dalla vita di ogni giorno: il palermitano non guarda, scruta in silenzio e poi parla e arricchisce i suoi dialoghi con immagini, colori e sfumature di un mondo di cui è assolutamente padrone.

-Ma quann’é ca a finisci ri fari u scimunitu?-

(Ma quando la smetti di fare lo scemo?)

-Quannu s’asciucanu i balati ra Vucciria!-

(Quando si asciugano le lastre di marmo del mercato della Vucciria)

Cioè MAI, secondo l’ immaginario della gente di Palermo.

Eppure molte delle balate della Vucciria si sono asciugate , trasformando quello che era uno dei mercati storici della città, in una rivalutazione di un’ altra tradizione palermitana: il cibo di strada. L’ abbanniata, l’urlo ( lontano dal somigliare a quello descritto da Munch), continua ad essere il richiamo festoso, l’ esaltazione di un cibo che si tramanda con la stessa passione e lo stesso trasporto di sempre. Il palermitano che abbannia mostra con orgoglio e soddisfazione quello che bolle o frigge nei suoi pentoloni. Il viso gli si illumina e gli occhi scrutano la reazione del pubblico travolto dallo spettacolo di voci, colori, odori.

Chi c’ è? Un ti piaciu?-

(Che c’ è? Non ti è piaciuto?)

E con lo sguardo puntato sulla bocca mentre assapori un panino con le panelle o con la milza, pezzi di polpo bollito o stigghiola ( budella di bue ) arrostiti e che hai preso con le mani, ti senti quasi minacciato. Invece tutto é buonissimo, gustoso e ricco di emozioni concentrati in un boccone.

Nel 1974 Renato Guttuso completava una delle sue opere più belle, LA VUCCIRIA. Il dipinto racconta e descrive il mercato come era una volta: bancarelle addossate una all’ altra in un’ armonica e quasi maniacale sistemazione della merce e ganci da cui pendono animali macellati e sezionati per la vendita. Nel tripudio di carni, pesci, frutta, verdura, aromi e abbanniati una donna si aggira sotto gli occhi scrutatori dei venditori e dei nostri. Il quadro è esposto nella Sala Magna del Palazzo Chiaramonti-Steri a Palermo dove, da qualche anno, si trova anche un quadro intitolato a un altro mercato storico del capoluogo siciliano: Ballarò. Ma di questo parlerò un’ altra volta.

Il viandante e la sua ombra

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Solo all’uomo nobilitato può esser data la libertà di spirito; a lui solo si approssima l’alleviamento della vita e medica le sue ferite; egli per primo può dire di vivere per la gioia e per nessun altro scopo; e il suo motto: pace intorno a me e compiacersi per tutte le cose più vicine, sarebbe pericoloso su ogni altra bocca. -Pronunciando queste parole per singoli uomini, egli si ricorda di una frase antica, grande e toccante, che valeva per tutti gli uomini, e che è rimasta sull’intera umanità, come motto e simbolo, per cui perirà chiunque ne adorni troppo presto il suo stendardo, – per cui perì il cristianesimo. Non è, così pare, ancor tempo che a tutti gli uomini possa accadere come a quei pastori che videro rischiararsi il cielo su di loro e udirono quelle parole: « Pace in terra, e agli uomini un compiacersi gli uni negli altri». – E’ ancora l’epoca degli individui!

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L’ombra: Di quel che hai detto, più di tutto mi è piaciuta una promessa: che volete ridiventare buoni vicini delle cose prossime. Questo tornerà a vantaggio anche di noi, povere ombre. Perché ammettetelo, sinora ci avete calunniato anche troppo volentieri.

Friedrich W. Nietzsche, Umano, troppo umano, Newton Compton editori s.r.l., Roma, 2006, pag. 418-419

Utopia

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foto scattata mentre viaggiavo su un aereo da Catania a Bologna

-Cosa vedi da laggiù?-

-Ci  sono storie, uomini, emozioni. Ci sono voci che viaggiano su onde per raggiungere un mondo che vive attraverso l’ascolto, la conoscenza. Sei disposta ad ascoltare?-

-Non aspetto altro.-

-Stasera ti racconto la storia di Utopia e Immortalità.-

-Sono due parole che vogliono dire tanto e forse non dicono niente.-

-Le parole sono importanti e gli uomini lo sanno. Con esse descrivono idee o le forgiano come un fabbro che batte il ferro incandescente fino a ottenere un arnese UTILE. Ecco, Utopia e Immortalità sono stati i nomi forgiati, pensati anche per due navi coinvolte nel tragico fallimento di un’utopia, di un sogno.-

-Tutti abbiamo un’isola felice, un non-luogo nascosto da qualche parte nella mente popolata da ipotesi, idee che costruiamo per pensare di migliorare quello che non riusciamo ad accettare.-

-E’ proprio così.-

-Allora dimmi, racconta!-

-Dall’idea di disperati, dalle condizioni in cui si trovarono migliaia di famiglie che dovettero strapparsi dall’anima l’amore per la propria terra, pena la fame, si costruì il sogno dell’emigrazione. Avrebbero trovato lavoro, potevano avere una casa. Vivere con dignità. L’ AMERICA, terra lontana che non aspettava altro che il loro arrivo. Questo avevano sentito dai tanti Itodleo¹, gente che aveva viaggiato e raccontava, raccontava…-

-Non ti sento più. Pensi che possa non credere a quello che dici?-

-Utopia partì da Trieste, attraversò l’Adriatico. Raggiunse Messina, poi Palermo, poi Napoli, poi Genova, raccogliendo gli emigranti dell’intera penisola. A centinaia salirono su quella nave con valigie di cartone legate da lacci: uomini, donne, bambini per inseguire il sogno americano, sistemati in terza classe, ammassati in cameroni con centinaia di letti a castello. Era marzo e soffiava forte il vento. Si alzavano alte le onde e Utopia fendeva a fatica quell’acqua furente.-

-Si fermarono a Genova? Attesero che la tempesta passasse?-

-No. Il viaggio continuò. Si era appena all’inizio. C’era l’oceano da attraversare. Il comandante decise di fermarsi a Gibilterra, per rifornirsi di viveri e carbone. Così dissero. Ma una manovra azzardata spinse Utopia verso il rostro sottomarino di una corazzata inglese lì ormeggiata. Un enorme fendente aprì un fianco della nave che cominciò a imbarcare acqua e affondò.-

-Ma le scialuppe? I soccorsi?-

-Il mare agitato scaraventò sugli scogli i corpi di chi era riuscito ad uscire dalla nave, qualcuno si aggrappò alle scialuppe, altri rimasero ancorati a qualche trave divelta. Dalla corazzata Immortalità, partirono due scialuppe e due marinai coraggiosi si lanciarono verso le onde per soccorrere quei disperati. Annegarono insieme ad altri 500 e forse più.-

-Utopia, Immortalità. Sogno, desiderio di esserci per sempre. Non nel cuore di molti.-

-Se si potesse far piovere gioia e gratitudine per le cose  belle che si trovano in ogni angolo della Terra; se si potesse spingere il vento della pace e non quello della guerra; se si potesse credere che quello che dice il cuore è la cosa giusta e il lavoro, i sacrifici non andassero dispersi nel fuoco dell’indifferenza; se….. Nessuno scapperebbe mai dal suo paese. Se…Basta! E’ solo un’utopia! Non senti? Il mondo fa ancora sentire il suo grido di dolore.-

 

¹Nel romanzo di Thomas More UTOPIA, pubblicato nel 1516, Raffaele Itodleo è un personaggio immaginario che, tornato da uno dei suoi viaggi, racconta di un’isola felice, Utopia appunto.
Per saperne di più:
http://www.popolis.it/il-naufragio-dell’utopia/
http://www.lettereabbruzzesi.org

 

L’ anima del mare

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Qualcuno una volta mi raccontò una storia semplice. Mi raccontò dell’anima del mare che allunga le sue onde fino alla battigia per portare tante cose belle e buone. Poi le ritrae per tirarsi dietro tutte le cose cattive del mondo. E’ un po’ come succede a volte con la memoria che può arrivare a ondate quando osservi una foto, senti un’odore, ascolti una melodia: arriva a ondate e, se il tuo cuore è sereno, ti lascia i fotogrammi, le immagini più belle portandosi via tutto quello che di triste può esserci attorno. Ricordi, come conchiglie.

Era mattina, credo che ancora il sole non era apparso tra Stromboli e Panarea. Mi svegliai nel lettone dei miei genitori, avevo appena tre anni. Voci concitate, allegre, soddisfatte riempivano la stanza. Aprii gli occhi con fatica e dalle fessure delle mie palpebre vidi un bimbo piccolissimo, nudo tra le braccia della levatrice. Era nato mio fratello. Scesi dal letto e cominciai a gironzolare per casa. In una stanza vidi mia madre con il volto stanco e ancora segnato dal travaglio del parto. Mi sorrise mentre intanto mio padre tornava con la comare Maria. Lei si rallegrò per la nascita di quel bambinone e rassicurò i miei che si sarebbe presa cura di me e di mia sorella più piccola. Ci vestì e ci portò con lei. Uscimmo da casa che il sole era appena sorto.

Non ricordo più nulla di quella mattina d’ estate. La memoria mi ha lasciato questa conchiglia, questo ricordo carico di tenerezza, di cura, di gioia, di momenti condivisi insieme alla gente del paese, insieme alla comare Maria.

Lei aveva sempre qualcosa da fare e in questo “fare” c’era la vita di ogni giorno, c’era la cura per il marito, il figlio, la terra, gli animali, la casa. C’era l’attenzione per il compare e la comare sua e la loro nidiata di bambini che lei inseriva con naturalezza nello svolgersi della sua vita, delle sue ore. Non c’era nulla che lei faceva e non potevamo fare anche noi. La sua vita scorreva e accoglieva con affetto, con semplicità. Come un’onda del mare.

Cittadini

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Devoti in processione-5 febbraio-Sant’Agata-Catania

Cittadini! Siti tutti devoti, tutti! Cittadini! Cittadini!

Li vedi correre, sostare, pregare, inneggiare per via Etnea.

Li vedi ardere di passione per una festa che esplode con forza come lava dal vulcano.

Li vedi bruciare di devozione per una Santuzza che ascolta le loro preghiere.

-Sant’ Aituzza, porterò sempre un cero più grande, più pesante perché grande è stata la grazia che ho ricevuto.-

-Sant’ Aituzza, ascoltami. Dammi la forza, dammi il coraggio di continuare il mio lavoro nonostante le difficoltà. Sant’ Aituzza, fa che nessuno mi costringa ad abbassare la saracinesca.-

-Sant’ Aituzza, sono giovane e voglio restare a vivere in questa terra che sembra maledetta e che tanto bisogno ha dei suoi figli.-

-Sant’ Aituzza, sono una donna costretta ad abbassare la testa. Sono una madre che in silenzio sopporta le angherie di un uomo, il padre dei miei figli.-

Cittadini! Siti tutti devoti tutti? Cittadini! Cittadini!

Li vedi stremati, alla fine della festa, coperti di cera come le strade che per due giorni hanno attraversato.

Sono i cittadini di Sant’ Agata: donne, uomini, bambini che affollano le strade, le piazze con il fuoco della speranza nel cuore.

Cittadini! Viva Sant’Agata!

Evanescente

Un vecchio post a cui sono molto affezionata.

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Cosa è evanescente? Un ricordo che si perde negli abissi più profondi del mare? Un desiderio che si spinge sempre più in alto fino a volere toccare le stelle?

Capitò, come capita a molti, di dovere decidere l’argomento della mia tesi di laurea. Cominciai, quindi, a pensare a quello che più mi aveva colpito nel corso dei miei studi e cosa avrei voluto meglio approfondire, anche cercando di capire quali potevano essere i miei limiti. Nella mente mi frullava l’idea di discutere di un film che mi sembrò un serbatoio inesauribile di argomenti: 2001, ODISSEA NELLO SPAZIO. Tempo, spazio, evoluzione, intelligenza artificiale, filosofia che “nasce con un prodigio“(A.N. Whithead). Ma poi c’era anche la musica così determinante nella descrizione delle scene del film, volte a sottolineare la poesia della storia del pensiero dell’uomo e la tensione verso qualcosa che era sempre oltre il monolito che segnava il…

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