L’arte del torrone

Tag

, , , , ,

L’importante è il fuoco…l’importante sono i coltelli…l’importante sono le mandorle, le nocciole….

Insomma, a tutto l’elenco delle cose importanti sta, come una proporzione matematica, la buona riuscita di un profumato torrone di Sant’Agata. Tra il trambusto della folla, le note folcloristiche delle bande a seguito delle candelore e le voci concitate dei devoti, si erge il silenzio di un uomo che della preparazione del torrone ne ha fatto un’arte. 

-Ho imparato da ragazzino. Avevo visto fare il torrone da un parente e volevo provare a farlo. Allora, quando in casa non c’era nessuno, provavo e riprovano e tante volte sono stato costretto a buttare tutto.-

Dentro una pentola di alluminio pulita e lucida ribolle il caramello che Paolo mescola con cura, utilizzando un grande cucchiaio di legno. Il caramello ordina, lui esegue.

-Aggiungi un pochino di farina.

-Diminuisci il fuoco.

-Aumenta il fuoco.

-Aggiungi una parte di nocciole. Mescola.

-Aggiungi l’altra parte di nocciole. E ancora farina. Poca.

Quando dentro il pentolone tutto si è ben amalgamato, le parti si invertono. Ora il signore dell’impasto è lui, Paolo, l’Efesto del torrone. Su un marmo lindo e bianco come la neve, forgia quel magma dolce maneggiando con destrezza due grossi coltelli: assembla gli elementi, li gira e li rigira, li stende, li compatta. Poi i coltelli sollevano l’impasto caldo facendolo saltare, prima con piccoli balzi, poi con onde più alte. 

Leviga e divide il foglio di torrone ancora caldo. Lo spettacolo è finito, il lavoro si è concluso, i colori e il gusto esultano.

Eliodoro

Tag

, , ,

Catania – piazza Duomo

Scorazzava per le vie del capoluogo etneo, cavalcando un elefante che aveva forgiato con la lava del vulcano. Eliodoro era un mago dispettoso. Trasformava gli uomini in bestie, comprava merci con monete d’oro e pietre preziose che si trasformavano poi in sassi, distraeva i fedeli durante una messa, tirava la stola al vescovo e si faceva trasportare da spiriti diabolici da Catania a Costantinopoli e ritorno, per scampare alla prigione o a una condanna a morte. I catanesi erano continuamente molestati dal mago burlone che a cavallo del suo elefante magico si divertiva a far crescere i capelli ai calvi, a far spuntare corna di cervo sulla testa di qualcuno o la barba di montone ad un altro. Ma un coraggioso vescovo, il vescovo Leone, esorcizzò il mago coprendolo con la sua stola. Eliodoro, allora, cadde in una fossa infuocata e morì. L’elefante du Liodoru, prese il nome di Liotru e, posto al centro della piazza del duomo, con un grosso obelisco sul dorso per impedirne il movimento, diventò il simbolo di Catania.

La festa delle donne

Tag

, ,

Suvvia, con piede leggero, formiamo un cerchio e teniamoci per mano; tutte insieme seguendo il ritmo della danza. Su, su, con passi veloci. E il coro si disponga in modo da volgere l’occhio tutt’intorno da ogni parte.

E insieme tutte cantiamo, e onoriamo nella danza scatenata la stirpe degli dei Olimpi.

E se qualcuno si aspetta che in questo tempio, perché siamo donne, parliamo male degli uomini, si sbaglia.

Ma bisogna innanzitutto, nella danza in tondo, trovare subito un passo armonioso.

Avanti dunque, e celebriamo il dio dalla splendida lira e la vergine regina, la cacciatrice Artemide. Salute, dio che saetti di lontano, concedici vittoria. E poi com’è giusto celebriamo Era, protettrice dei matrimoni, che gode di tutte le danze, e custodisce le chiavi delle nozze.

Aristofane, LA FESTA DELLE DONNE, 411 a.C.

Vuoto, desiderio

Tag

, , ,

 

img-20191103-wa00035522782904956788760.jpg

C’è nel mare una poesia che raccoglie tutte le emozioni del mondo, e anche di più. Ci sono cose che non potremo mai provare, che il mare tiene nascoste e noi possiamo solo immaginare, possiamo solo desiderare, anche se a volte non sappiamo di cosa sentiamo desiderio.  E’ qui, in mezzo al petto la consapevolezza di questo desiderio di cui non conosciamo la natura. E’ questo vuoto che non riusciamo mai a colmare.

La festa dei morti

Tag

, , ,

Talè chi mi misinu i morti

u pupu cu l’anchi torti

u succi c’abballava

a iatta ca sunava.

Guarda cosa mi hanno messo i morti/ una bambola con le gambe storte/un topo che ballava /un gatto che suonava.

-Guarda cosa mi hanno “messo” i morti-, perché i morti vivono di una vita fatta di gesti, frasi, situazioni, luoghi, che fanno da sottofondo alle vite a cui, secondo una tradizione siciliana, “mettono” qualcosa il 2 novembre, giorno della loro commemorazione. Ma cosa “mettono”? Innanzitutto pupi cu l’anchi torti” che letteralmente sarebbe pupazzi con le gambe storte, quindi vecchi, o meglio, antichi. Poi “mettono” un topo che ballava ( l’ imperfetto dà il senso del cuntu siciliano) e un gatto che suonava. Ricordo che la mattina del 2 novembre ci svegliavamo frementi di gioia: uno dei divani della nostra casa era pieno di giocattoli quasi dimenticati, tirati a lucido e “messi” lì dai nostri morticeddi, così ci dicevano i nostri genitori che con un termine vezzeggiativo ce li facevano sentire ancora più vicini, come se i nostri cari fossero tornati bambini. Certo, il fatto che “mettevano” e non si vedevamo, faceva un poco di tristezza.

Tra le cose che i morti “mettevano”, nell’ immaginario del cuntu, c’ erano un topo e un gatto che per l’ occasione smettevano di essere nemici e si accompagnavano in un concerto festoso, suonando e cantando. C’ è una grande verità in questa semplice filastrocca: il rispetto e la cura per ciò che ci appartiene ci rende gioiosi e costruttivi, la memoria ci indirizza verso quei canali del saper vivere, valorizzando ogni piccolo particolare, rinnovando il valore per la riconoscenza per coloro che hanno e continuano ad arricchire la nostra vita.

La fata e le stelle

Tag

, , , ,

 

img-20160817-wa0005.jpg

-Dà, dà ama a vardari!- (Là, là dobbiamo guardare)

I pescatori sapevano che nello spazio di mare che guardava in direzione del grande arco di una casa che profumava di mosto, era possibile pescare calamari di giorno e totani la notte. Con la luna calante.

C’erano sere e c’erano notti che nessuno andava in quel tratto di mare.

C’erano sere e c’erano notti che al grande arco guardava una fata, amica della luna che illuminava il mare quando sorgeva rossa del fuoco del sole, appena scomparso all’orizzonte.

C’erano sere e c’erano notti che dal grande arco si librava una scia di stelle che avvolgeva la fata, le illuminava i capelli e la sollevava leggera nel cielo.

-Vai!- le diceva la luna.

C’era un sogno da salvare, rimasto incastrato tra le pieghe oscure di una costellazione lontana. A bordo della scia di stelle, la fata attraversò il cielo. Salutò i falchetti che durante il giorno avevano giocato con le onde del mare; sorrise alle caprette bianche come nuvole di primavera che vivevano su una roccia inaccessibile agli uomini, lì dove arbusti verdi e grotte sicure garantivano loro una vita tranquilla scandita dal rumore del mare che lassù arrivava come un monito divino, dal susseguirsi delle piogge e delle stagioni, dall’amore della loro madre, la luna.

La fata raggiunse il sogno che era volato troppo lontano, nella Costellazione del Cigno, attirato dalla bellezza che evocava quel nome. C’era lì un grosso buco nero che lo attirava con messaggi incantatori e il sogno cominciò a girare intorno all’orizzonte di quella massa enorme che voleva inghiottirlo. La fata ordinò alle stelle che l’avevano portata nello spazio, di formare una lunga catena di luce più forte dell’energia della massa oscura, intimando loro di non avvicinarsi troppo all’orizzonte degli eventi ma di prendere il sogno e strapparlo al vortice malefico. Il Cigno osservava e mandò delle stelle-soldato a rinforzare la scia di luce. Il sogno passò una volta e poi ancora una seconda volta, girando vorticosamente intorno a quel buco. Ma poi capì in quale momento doveva lanciarsi più forte per uscire dal cerchio e agganciarsi alle stelle.

Partirono quindi alla volta del mondo. Salutarono il Cigno e attraversarono leggeri la volta celeste. La fata ed il sogno tornarono al grande arco della casa che profuma di mosto dove gli uomini hanno bisogno dei sogni e di fate per guardare e viaggiare lontano e poi sempre tornare.

-Dà, dà ama a vardari!-

Accattatevi il sale

Tag

, , ,

 

palermo

«Quando mi cercate non mi trovate. Accattatevi il sale e conservatelo. Quattro pacchi mille lire», pagina 168, Gaetano Savatteri, Non c’è più la Sicilia di una volta, edito da Laterza.

Un ricordo, quello di Savatteri, scritto anche nelle pagine della mia vita di giovane siciliana. Abitavo a Palermo, in una casa al primo piano di un antico edificio. Trascorrevo tanto tempo nella mia cameretta. Studiavo, sognavo (specialità che mi sono sempre trovata cucita addosso), restavo sdraiata a letto a fissare le immagini colorate che, in estate,  la luce del sole proiettava sul tetto attraverso le persiane. Mi lanciavo quindi in una sorta di quiz solitario: auto piccola rossa, furgoncino bianco, auto di media cilindrata verde. Trascorso il mio momento privato, stavo al telefono? No, quello no: non esistevano ancora i cellulari. Se volevo compagnia ero “costretta” a uscire per andare a trovare un’amica e magari fare una passeggiata con una cugina o una zia; oppure seguire mia madre al balcone di fronte al quale si apriva una platea di comunicatori che lanciavano discorsi da una ringhiera a un’altra, mentre fili di amicizia si intrecciavano tra risate, considerazioni, informazioni e consigli fluttuando sul traffico stradale di auto, ambulanze, bus e “abbanniatori”. Erano, quest’ultimi, venditori ambulanti la cui voce oltrepassava l’intreccio delle voci delle donne al balcone attirandone l’attenzione più di una sirena di un’ambulanza in codice rosso.

-Bih! C’è chiddu du sali!- e, in automatico, calavano dai balconi dei panieri, con una corda lunga quanti erano i piani che le mille lire dovevano percorrere per essere sostituiti dai quattro pacchi di sale: non sia mai che si cercava quello del sale e non si trovava!

-Ascaretti!!- Secco, preciso. Era estate e con 50 lire nel paniere si poteva avere un ascaretto, uno stecco gelato, un semplice cremino. E poi pullanchielli belli (pannocchie belle), sficione cavuru-cavuru ( pizza alta, soffice e profumata calda-calda), panelle e crocchè (frittelle di farina di ceci e polpettine di patate) a testimoniare una Palermo quotidiana fatta e scritta dalla gente di ogni giorno. Voci che custodivano gelosamente una sicilianità che si raccontava attraverso l’amore e l’attaccamento alle tradizioni che per le strade rivendicano il diritto a continuare a vivere. “Non esiste più la Sicilia di una volta”, scrive Savatteri: non serve dormire sugli allori. La Sicilia ha avuto una grande storia, grandi letterati e poeti. Ha avuto. Adesso bisogna continuare a costruire, a scrivere altra storia che non sia scritta da chi non ha occhi per valorizzare quello che c’è. C’è il sole, il mare, l’abbraccio di voci che per le strade desiderano ancora qualcuno che li ascolti e abbassi un paniere ricco di speranza.