Fammi strada-Due mari diversi (13)

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“Come fa l’onda là sovra Cariddi,/che si frange con quella in cui s’intoppa,/così convien che qui la gente riddi.” Dante Alighieri, LA DIVINA COMMEDIA-INFERNO, Canto VII, vv. 22-24

DUE MARI DIVERSI

-Scansati! Qua lavo io!-

Dal lavatoio arrivavano le voci concitate delle donne. Era arrivata Carmela a Cuzzulara, la prima donna del lavatoio: lei gestiva il lavoro delle lavandaie, decideva orari e giorni, stabiliva turni e si ergeva a giudice nelle contese su chi doveva lavare prima o sui posti da occupare. Tante erano le donne che arrivavano a piazza Bonadies con cesti carichi di panni: a Catania era risaputo che le acque del  fiume Longàne, che scorrevano all’interno del lavatoio di Cibali, avevano un potere pulente superiore a qualsiasi altro tipo di acqua. Lei, Carmela a Cuzzulara, lavandaia esperta, era una che contava e il suo soprannome indicava il fatto che fosse sposata con un cuzzularo. Nel quartiere avere un soprannome era normale e con quello si veniva immediatamente riconosciuti. Un notaio, nato, cresciuto e operante nel quartiere, usava redigere i rogiti inserendo anche gli epiteti dei firmatari dell’atto notarile.

Il marito di Carmela faceva u’ cuzzularu. Molti uomini a Catania sbarcavano il lunario raccogliendo le cozzole, le telline, molluschi bivalve di forma triangolare che popolavano numerose la Plaja, il litorale ai piedi dell’Etna, vivendo immerse nella sabbia. I cuzzulari partivano la mattina presto, alle prime luci dell’alba, per la raccolta dei molluschi che avrebbero venduto in bancarelle di fortuna nelle piazze, al mercato della Pescheria o alla Fera o Luni, il mercato di piazza Carlo Alberto. Il marito della Cuzzulara, u Cuzzularu, era un uomo mite e silenzioso, esile e delicato, con lo sguardo pieno di mare e di sole, sazio di quella bellezza che al mattino gustava affondando mani e piedi nella sabbia dorata ai piedi della Muntagna.

Com’era u mari oggi?-

-Bello!-

Il suo temperamento mite gli permetteva di stare accanto alla sua donna vulcanica, esplosiva e pronta a organizzare tutto, a decidere su tutto, a parlare e anche a sparlare di tutto. Quella donna era la sua roccia, era l’unica di cui si fidava ciecamente perché, lui lo sapeva, a Cuzzulara lo amava profondamente e aveva tanto fuoco in corpo da scaldare entrambi per tutta la vita.

-Buongiorno Rizzu! C’è confusione al lavatoio.-

-Buongiorno.-

 Filippo u rizzu, rispose appena, per educazione. Non gli piaceva quell’uomo arrogante e quindi, continuò il suo lavoro senza alzare lo sguardo dalla catena di una bicicletta che aveva perso un paio di perni.

-Oggi è proprio una bella giornata.-

-Vero.-

-Avete tanto da fare, vedo.-

-Sì, devo riparare tante biciclette e devo fare presto.-

-Buon lavoro, allora. Vi saluto.-

-Aspettate. Volevo sapere come sta Mimmo. Dov’è? Che fa?-

-Quel delinquente di mio figlio?-

Filippo avrebbe voluto gridargli il suo disappunto, ma si limitò a fare un cenno con la testa.

-Lavora su un peschereccio. Ora è a Milazzo. Si deve rinforzare le ossa, ava travagghiari.-

Il peschereccio su cui era imbarcato Mimmo era partito molto presto da Santa Maria La Scala. Il mare era calmo e continuò a farsi attraversare dall’ imbarcazione che di prora scatenava una schiuma bianca e un tripudio di gocce allegre, saltellanti in una sorta di giostra itinerante. L’alba era quasi giunta quando la barca era prossima allo stretto di Messina. La luna era alta, luminosa nel cielo e Tirreno da una parte dello Stretto e lo Ionio dall’altra avevano armato i loro soldati. Prima uno e poi l’altro avrebbero invaso i fondali, ora dell’uno, ora dell’altro mare e nello scontro avevano creato vortici di acqua salmastra e turbinii di onde che obbedivano alla grande madre, la Luna. Ora appariva rotonda, bella, alta nel cielo e i due mari si preparavano all’ invasione; ora appariva nascosta, mostrando un quarto del suo chiarore e Tirreno e Ionio si limitavano a brevi incursioni, ognuno nei fondali dell’altro. E quando era l’ora di stanca, le acque si riposavano, trovavano assetto, placavano l’ira di Scilla e Cariddi. Riprendevano presto le grandi manovre di invasione delle invincibili armate, mentre le barche attraversavano lente quei mari guerrieri.

Si distinguevano all’orizzonte, stretto tra Capo Peloro e Punta Pezzo, i colori decisi del nuovo giorno in arrivo: rosso, rosa, arancio, blu, grigio, mentre dietro le rocce calabresi arrivava il bagliore luminoso del sole. Mimmo guardava estasiato quell’imbuto di mare e pensò che era proprio un ragazzo fortunato: stava vivendo la sua vita con quella libertà che mai avrebbe immaginato e se ne nutrì ascoltando il suono del mare, il silenzio dei colori dell’alba e l’ energia delle voci di pescatori impegnati nell’avvistamento di un grosso pesce.

-Va’ cchiù susu!! Tuttu rittu, comu ora!! Acchiappalu! Acchiappalu!-

Il ragazzo si mostrò divertito da quelle voci che si sovrapponevano, si rincorrevano allo stesso modo con cui seguivano lo spostamento di quel pesce sulla superficie del mare.

-Don Vicè, ma che fa quello là sopra?-

A Don Vicè quel ragazzo piaceva, gli piaceva il suo coraggio, l’inconsapevole tenacia con cui seguiva il suo destino.

-Quella barca si chiama luntro e i pescatori la usano per pescare il pescespada. Sai perché si chiama così questo pesce?-

-Perché ha una spada sopra il muso.-

-Sì, e gli serve per tagliare le correnti che qui sono forti. Vedi, proprio al centro del luntro, c’è un albero che si chiama farere. In cima al farere sale l’avvistatore che appena il pescespada viene segnalato, a gran voce ne indica il percorso a pelo d’acqua e la barca si muove al suo inseguimento. I rematori remano più forte, incitandosi a vicenda e il fiocinatore, ritto a poppa, aguzza la vista e con mira spesso infallibile, infilza il pesce. Sai che quando  si avvista una coppia di pescespada si infilza prima la femmina? Il maschio non la lascia, le sta sempre vicino e così è più  facile infilzare pure lui.-

-Mamma mia! E’ brutto così!-

-Eh sì, ma queste sono le leggi della pesca.-

Don Vicè strizzò l’occhio al suo giovane amico e si lasciò dietro le voci dei pescatori dello Stretto. Il sole segnava già una lunga scia luminosa sul mare Ionio e Marunnuzza navigava vicina al mar Tirreno, alla volta del porto di Milazzo.

Fammi strada-Una piccola goccia (12)

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“Producendo innanzitutto le erbe di ogni genere, e la verzura splendente, la terra ne ricoprì dovunque le colline e le pianure; i prati fioriti brillarono d’un colore verdeggiante; poi i diversi tipi di alberi poterono slanciarsi a piacimento nell’aria, senza né freno né redini per imbrigliarne la crescita.” Lucrezio, DE RERUM NATURA, Garzanti editore, 1975, libro V, vv. 783-787

UNA PICCOLA GOCCIA

-Sono stato a Catania. Sono passato da Cibali, ho rivisto mio padre. E’ sempre lì ad aggiustare biciclette.-

-Sei passato da Ognina? Hai visto mia madre? Hai incontrato mio padre? Hai parlato con Rosetta?-

-Siediti. Sono passato da casa tua. Le porte, le finestre erano tutte chiuse. Ho chiesto ai vicini e mi hanno detto che i tuoi genitori non ci sono più.-

-Non ci sono più? E dove sono andati?-

-Sono morti, Giovanni.-

-Ma che dici?-

-Rosetta, una mattina, all’alba, ha preso un gozzo ed è andata via. Nessuno l’ha più rivista al porticciolo.-

Giuseppe non aveva mai amato la pesca e non aveva mai voluto imparare a nuotare. Quella che si faceva strada nella sua mente era l’idea di tornare ai campi, gli stessi che il padre aveva lasciato quando, prima della guerra, era arrivato a Catania per portare un carico di mannite ad un farmacista.

-Cos’è la mannite, papà?-

– E’ il risultato dell’amore per la propria terra.-

-In che senso?-

-Attorno al mio paese si distendono vallate dove crescono alberi di frassino. Hanno un tronco sottile e rami che danzano al primo soffio di vento. Dai tronchi sgorga la manna. Ti racconto come si fa.-

Giusepe, allora, si sedeva vicino vicino, quasi abbracciato al padre e ascoltava quell’uomo che negli occhi aveva dipinte le montagne delle Madonie, le verdi vallate e le antiche strade attraversate dall’odore del pane fatto in casa.

-Gli attrezzi principali sono il mannaruolu, una sorta di coltello a forma di falce; la rasula, dalla forma di una fionda di legno alla cui estremità è teso un filo metallico; una grande foglia di ficodindia.-

-Una foglia di ficodindia?-

Incredulo il bambino guardava il padre che rise e continuò a raccontare.

-Allora, andiamo per ordine. Con il mannaruolu il contadino incide il tronco, gli fa una ‘nzinga. Questa parola dalle nostre parti indica l’anello di fidanzamento, quindi il contadino si fa zitu ca pianta, si fidanza con la pianta. Si innamorano. Da quell’incisione sgorgano cannoli di manna, una linfa bianca come la cera e dolce più dello zucchero. Secondo un’ antica leggenda contadina, le piante del frassino amano la musica e per questo producono solo quando cantano le cicale. Un fidanzato innamorato è attento alle esigenze del cuore della sua amata e il contadino, per raschiare la manna dal fusto, usa una rasula dove il filo metallico è una corda di chitarra.-

-E la foglia di ficodindia?-

-Quella si mette ai piedi del fusto, proprio sotto la ‘nzinga, per raccogliere la parte di manna che cade durante la colatura. Quando la linfa comincia a sgorgare dalla pianta, scende lungo il fusto e man mano si solidifica. Se il fusto è storto, si formano dei cornetti, come delle stalattiti di ghiaccio, sai come quelli che abbiamo visto una volta sull’Etna. Sono i cannoli di manna. Nel mio paese, a Castelbuono, la mia vecchia Ypsigro, esiste una fabbrica dove lavorano la manna. Io lavoravo lì prima della guerra. Poi ho conosciuto una bella catanese e sono rimasto qui.-

I racconti di suo padre si intrecciavano con i pensieri di un ragazzino che immaginava estesi campi, aria fresca, e verdi vallate come l’unico luogo dove avrebbe voluto vivere.

Era andato via dalla casa dei suoi genitori senza dire nulla, certo di tornare quando avrebbe potuto raccontare loro della sua gioia di essere riuscito a lavorare in quei campi dove gli alberi amano la musica. Avrebbe portato loro cubetti di mannite, per curare i loro disturbi di stomaco o per fare un ottimo sciroppo per la tosse.

-E’ andata così, Giuseppe. Nessuno ha colpa. Tu hai seguito la tua strada che poi era quella segnata dall’amore per i tuoi genitori. Continua, lotta. Lottiamo insieme.-

Aveva raccontato a suo padre della sua ambizione, di quell’idea che si faceva sempre più insistente di lavorare per dare ragione della bellezza della sua terra.

-Sei una piccola goccia in mezzo a un mare in tempesta. Ti costringeranno ad abbandonare il tuo sogno e affogherai nella tua delusione.-

– Papà, ricordi quando mi raccontavi la favola del colibrì? Chi te lo fa fare, gli chiedevano gli animali più grossi di lui che scappavano davanti al fuoco che stava distruggendo la foresta. Lui, piccolino, continuò a trasportare gocce d’acqua per spegnere il fuoco. Fece la sua parte, non si arrese e altri piccoli animali lo seguirono, non scapparono e la foresta si salvò. Io voglio fare la mia parte, papà.-

Erano gli anni in cui si formavano sindacati, come l’Alleanza dei coltivatori e l’Unione siciliana delle cooperative agricole, attenti alle esigenze delle organizzazioni di massa del movimento dei contadini. Forte dell’adesione ai sindacati, Giuseppe, insieme ad altri giovani decisi ad essere piccole gocce capaci di migliorare le sorti della Sicilia, incontrò agricoltori, sindacalisti e viaggiò per tenere alto l’interesse su una terra martoriata, non solo dalla recente guerra, ma anche e soprattutto dai soprusi mafiosi radicati e alimentati da chi di quella terra ne voleva fare una schiava.

-Ho parlato oggi con il dottore Ovazza.-

-Chi è? Non lo conosco.-

-Dai, il comunista ebreo innamorato della nostra isola.-

Il comunista ebreo innamorato della Sicilia era Mario Ovazza che nel 1938 era stato cancellato dall’albo professionale degli ingegneri perché ebreo.

– Mio padre conobbe un matematico all’Università di Catania che poi, come astronomo, divenne direttore dell’Osservatorio che c’era all’interno del Monastero dei Benedettini e aveva iniziato la compilazione di un’ imponente Catalogo Astrografico. Anche lui, come era previsto dalle leggi razziali, venne esonerato perché ebreo e la sua vita, la sua carriera furono completamente distrutte.-

Giuseppe aveva lasciato la sua casa convinto di essere una goccia capace di poter fare qualcosa, convinto che la storia poteva essere l ‘amica migliore per imparare a essere liberi di costruire, difendere, tutelare ciò che ci appartiene ed esserne orgogliosi. Aveva seguito dei giovani studenti, si era iscritto all’università di agraria a Palermo e presto lavorò come pubblicista per il giornale L’ ORA.

-Forse siamo solo dei giovani visionari. Ma ci dobbiamo provare.-

Azeglio Bemporad, Direttore del Regio Osservatorio di Catania già prima della Seconda Guerra Mondiale, autore della compilazione di un importante Catalogo Astrografico. (Officine Culturali, Catania)

Fammi strada-Cocò (11)

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Palermo anni ’50

“Il comportamento di tutti i simboli è strettamente determinato dallo stato dell’intero sistema nel quale risiedono.” Douglas R. Hofstadter, GӦDEL, ESCHER, BACH: un’Eterna Ghirlanda Brillante, Adelphi Edizioni, Milano, 2011, pag. 355

COCO’

-Cara Cettina, cara sorellina mia,

quanto mi manchi! Sono qui, a Palermo, tra gli odori e il chiacchierio della gente che a noi sono sempre piaciuti tanto. Sono qui. Finalmente, mi viene da pensare. E’ la serenità che ci mancava, la spensieratezza, la possibilità di essere noi stessi. Il viaggio in treno con la zia non è stato interrotto da nessuna mucca dondolosa. Ricordi? Il nostro ultimo viaggio insieme per Palermo è stato lungo ma divertente. La zia non ha detto una parola per tutto il tragitto. Ascoltavo in silenzio il rumore del treno che come un basso continuo faceva da sottofondo alle voci di altri passeggeri, al pianto di qualche bambino, ai colpi di tosse di un vecchio, ai discorsi spavaldi di un gruppo di giovani. Arrivate a Palermo mi attendeva l’immancabile arancina e la nonna mi ha abbracciata forte e, io lo so, in quell’abbraccio c’ eri anche tu.-

Nunzia era arrivata a Palermo con il sangue che le ribolliva di emozione. Era nella città della zia, della nonna e che un tempo era stata la città di sua madre. Nunzia amava Palermo e sapeva che anche Cettina ne era innamorata. Era la città dell’affetto, dei profumi dell’accoglienza dove ogni cosa richiamava alla storia di una terra che raccontava di fenici, arabi e normanni. Pensò che anche l’arancina, come diceva la nonna, aveva il compito di riportare alla mente la storia: tonda e rossa come le cupole di alcune chiese che all’interno custodivano ricchi mosaici, dorati come lo zafferano che avvolgeva i ricchi sapori della mitica arancina.

Avrebbe frequentato la scuola del Protonotaro. La zia l’aveva accompagnata il primo giorno per indicarle la strada che avrebbe dovuto percorrere per raggiungerla. Partirono a piedi da corso Tukory, lasciandosi alle spalle l’antico e pesante portone che  racchiudeva un’ imponente scala in marmo, con passamano in ferro battuto e che avvolgeva gli appartamenti del palazzo che si alternavano ora a destra, ora a sinistra a seconda del giro che facevano gli enormi gradoni. Arrivarono a Porta Sant’ Agata, un’antica Porta, dove si pensava fosse passata Sant’ Agata per andare a Catania e subire il martirio.

-Noi oggi passiamo da qua, ricordiamo Catania e la sua Santuzza e andiamo verso il tuo futuro.-

La zia le strizzò l’occhio e proseguirono attraversando il quartiere dell’Albergheria, le cui strade strette come vicoli e lastricate in pietra, accoglievano le voci degli abbanniatori del vicino mercato di Ballarò. 

Arrivarono quindi nell’antica via del Protonotaro che collegava una piazza, piazza dell’Origlione, con via Vittorio Emanuele. Una strada stretta, un cordone di congiunzione tra la Palermo da sempre popolata da mercanti, maghi, donne vocianti per le strade, e il Cassaro, elegante e signorile, ricco di palazzi, chiese e monasteri.

-Perché Protonotaro? Perché questo nome?-

-Il Protonotaro era un personaggio potentissimo in epoca normanna e sveva, con incarichi importanti. Era un consulente del re. In particolare, il nome di questa via ricorda don Ignazio Papè, Protonotaro del Regno delle due Sicilie, che proprio qui fece costruire la sua sontuosa residenza. Distrutta dalle bombe durante la guerra.-

La voce della zia si fece triste, arrabbiata. La guerra aveva fatto solo cose terribili.

-Dante, nella Divina Commedia ne ricorda uno molto importante: Pier della Vigna. Avrai modo a scuola di leggerne e studiarne i versi.-

Arrivarono quindi davanti l’ingresso della Scuola Media del Protonotaro, si salutarono e Nunzia si mischiò agli altri studenti dell’istituto.

-Cara Cettina, sono così contenta!

I miei compagni di classe sono simpatici e anche bravi. A parte qualcuno, ovviamente! I professori sono molto rigorosi e attenti. Pretendono disciplina e curano molto la preparazione di noi studenti. Io cerco di fare del mio meglio, me lo impongo ogni giorno, anche se l’altro ieri sono stata rimproverata dalla professoressa di religione. Indossiamo tutti un grembiule nero in classe, il mio è abbottonato dietro. L’ora di religione è pesante, non fosse altro perché copre l’ultima ora di una giornata in cui si è stati impegnati in latino, matematica, italiano. E’, quella, un’ora in cui si freme per uscire e tornarsene a casa. Ho pensato di eludere l’attenzione dell’insegnante cominciando, piano piano e con lo sguardo da interessata alla lezione, a sbottonare il mio grembiule: la professoressa non si sarebbe accorta che una delle mie mani trafficava alle mie spalle. E invece no! Se n’è accorta, mi ha rimproverata e, per punizione, sono uscita per ultima dalla classe. Bisogna essere troppo bravi per fare i furbi e io, proprio in materia di furbizia, avrò sempre un voto bassissimo.-

A volte la nonna le chiedeva di andare a comprare le uova dal lattaio. La famiglia del lattaio viveva in una di quelle case a piano terra con una porta d’ingresso che poteva fungere anche da finestra. Chiusa la parte inferiore, dalla parte superiore della porta si sporgeva il mezzo busto di una signora con uno sciallino di lana, lavorato all’uncinetto che le copriva le spalle per buona parte dell’anno. Affacciata all’apertura della sua casa, la donna svogliatamente seguiva il passaggio della gente, aspettando che succedesse qualcosa che la scuotesse dalla monotonia della sua giornata.

-Buongiorno! Mi da’ dieci uova?-

La moglie del lattaio apriva anche la parte inferiore della porta e la faceva entrare. Le uova si trovavano dentro una credenza che ingombrava una stanza piena di cose. Su un divano stava seduto un ragazzo altissimo e magrissimo: lo chiamavano  Cocò, forse per ricordare le galline o forse per trovare un appellativo veloce che raggiungesse presto la sua attenzione. Fatto sta che Cocò si allungava, la sua figura si assottigliava, spalmandosi lungo i suoi muscoli e le sue ossa, arrivando a superare i due metri. In quella stanza c’era un’atmosfera di indifferente confusione, ognuno faceva le sue cose, scansandosi a vicenda: la donna cercava una bustina dove mettere le uova, Cocò non proferiva parola e il lattaio trafficava tra i suoi bidoni d’alluminio, sparsi per la stanza.

-Vuoi pure il latte?-

-No, no. Grazie!-

Nunzia guardava Cocò, ma Cocò non guardava nessuno. Il viso scarno, gli occhi affossati e un grosso naso aquilino erano incorniciati da una liscia capigliatura.

–Pari na canna pi stenniri!- pensò la ragazza associando quel corpo lungo e scarno, alle canne che le donne usavano per stendere i panni. Ne aveva viste tante di quelle canne lungo i marciapiedi. Le donne che si affacciavano a mezzo busto, stendevano i panni su una corda legata a due chiodi piantati sulla facciata della casa a piano terra. La canna, che inforcava la corda nel suo punto di mezzo, veniva posizionata sul muro per tenere in alto i panni. Più era lunga la canna, più lenta doveva essere la corda e più panni si potevano stendere.

-Quant’ è?-

-Dammi 100 lire.-

Nunzia pagò e salutò. Salutò anche Cocò che rimase fermo e rigido nella sua lunghezza, come ‘na canna pi stenniri secca e tesa, aggrappata al suo muro di esistenza.

Fammi strada-La poesia del mare (10)

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“Ma quando il largo già tenean le navi,/e già non appariva terra alcuna/ma solo il cielo ovunque e ovunque mare,/torbido sopra il capo un nembo venne/di tenebre foriero e di tempesta,/e l’onda s’incupì d’alta minaccia.” Virgilio, ENEIDE ,Paravia, Torino, 1963, Libro terzo-vv. 285-290

LA POESIA DEL MARE

-Ascolta, ascolta la musica del mare. Onda dopo onda, nota dopo nota.

Senti le pulsazioni delle emozioni. Onda dopo onda, nota dopo nota.

Un adagio e poi, con impeto, esplode la passione. Onda dopo onda, nota dopo nota.

Hai presente Rosetta, hai presente il mare quando diventa di un blu intenso e i gabbiani galleggiano in superficie e i pesci piccoli guizzano allegri? Hai presente i raggi del sole che penetrano nei fondali formando un cono di luce il cui vertice poggia sull’ultimo strato di acqua dove è possibile arrivare, dove è possibile che la luce arrivi? Hai presente, Rosetta, la nostra vita?-

Si erano spente le voci della gente, gli schiamazzi dei bambini e ormai la luna aveva preso possesso del cielo e si specchiava bellissima sul mare. Rosetta e Luigi si attardavano su uno scoglio accarezzato dalle onde.

-C’è nel mare una poesia che raccoglie tutte le emozioni del mondo e anche di più. Sai Rosetta, io penso che ci sono cose che non potremo mai provare, che il mare tiene nascoste e noi possiamo solo immaginare, possiamo solo desiderare, anche se a volte non sappiamo di cosa sentiamo desiderio.  E’ qui, in mezzo al petto la consapevolezza di questo desiderio di cui non conosciamo la natura. E’ questo vuoto che non riusciamo mai a colmare.-

Lui parlava e la ragazza lo ascoltava come se quella voce arrivasse proprio dalla profondità del mare.

-Carusi, iti a dommiri, ca dumani si parti prestu!-

Il padre di Luigi li distolse da quel momento di pura poesia. Luigi si alzò e porse la sua mano a Rosetta. Si trovarono vicini, si guardarono sentendo il vuoto in mezzo al petto farsi sempre più profondo. Tenendosi per mano, raggiunsero le case.

Rosetta e Mimmo furono ospiti della signora Carmela, la nonna di Santo, un ragazzino che aveva perso i genitori inghiottiti dal mare, lì dove mostri marini attendono minacciosi le barche dei pescatori. Quella mattina erano partiti presto con la loro barca. Pensavano di fare in tempo a tornare, prima che il vento di maestrale soffiasse dallo stretto e desse forza alle correnti; prima che dalla profondità del mare si aprisse un vortice che, come un’enorme bocca, li divorasse. Ma la pesca era buona, le reti pesanti si avvolgevano lente e i mostri del mare dello Stretto si svegliarono troppo presto.

-Tira!! Sbrighiamoci!-

Le reti erano piene di pesci. Il mare generoso, la concitazione, la fretta e poi il vento, le onde. Alzarono all’improvviso lo sguardo, mollarono le reti e si videro avvolti da un enorme onda.   

Non tornarono più al borgo. Qualcuno raccontava che la notte si udivano le voci di due pescatori, un uomo e una donna, che chiedevano aiuto e poi si vedevano camminare piano verso il mare e leggeri si dissolvevano come due nuvole sfaldate dal vento. Santo era cresciuto con i nonni anziani, distrutti dal dolore. La sera, dopo aver cenato con loro, andava a sedersi su uno scoglio cercando i volti dei suoi genitori. Lui sapeva che erano lì, tra quelle onde, tra quel respiro eterno che lo avvolgeva. Vedeva sua madre e immaginava di accarezzarne il viso dai tratti bellissimi e una pelle liscia e profumata come sapone che sa di pulito. Nessuna ruga aveva mai segnato quel volto, e la voglia di vivere era scritta con lettere chiare in ogni angolo del suo sorriso. Era liscio e splendente quel viso, come lama di spada che sfida ogni male. La vedeva accanto al suo uomo, forte come una roccia, fiero come un guerriero. Il suo viso, il suo corpo parlavano di orgoglio, di determinazione e amore per la vita, per il suo lavoro, per la sua donna, per suo figlio che adesso raccoglieva il ricordo di tanta determinazione, di tanto amore per crescere e consegnare, ogni sera, davanti a quel mare, il dolore e la solitudine dei giorni trascorsi senza di loro.

Santo e Mimmo avevano la stessa età, entrambi soffrivano di una mancanza, di un vuoto, di una consapevolezza che la vita aveva consegnato loro un passato triste, un presente faticoso e  un futuro difficile da immaginare.

-Dove sono i tuoi genitori?-

-Io sono scappato di casa.-

Lo guardò, segnando un confine difficile da attraversare.

-E’ strana la vita. Tu fuggi e io aspetto inutilmente che qualcuno ritorni. Lì c’è il tuo letto. Per questa notte.-

Si addormentarono. Entrambi con il mare in tempesta nel cuore.

Fammi strada-Drappeggi invisibili (9)

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“Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra, e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripiglitevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero. Giacomo Leopardi, OPERETTE MORALI- CANTICO DEL GALLO SILVESTRE, OscarMondadori, Milano, 1988, pag. 202

DRAPPEGGI INVISIBILI

-Forza Nunzia! Spicciati! Pari ca dommi sta carusa![i]

Il battesimo della bimba di Rosaria aveva portato tanta allegria tra la gente di piazza Bonadies. Lì tutti si conoscevano e tutti erano stati invitati, anche il prete che aveva celebrato la messa, un uomo alto e di bell’aspetto.

-Padre Iano s’avvicinassi! Brindiamo insieme!-

Padre Iano, Sebastiano, oltre a essere un bell’uomo, era anche simpatico e intelligente e amava stare insieme ai suoi parrocchiani. Il catechismo si trasformava in momento di svago per i bambini: le preghiere, ma anche il gioco del fazzoletto, la pittura e la musica. Le donne erano impegnate in attività manuali, ricamo, uncinetto, per allestire mercatini e, nei periodi di festa, organizzavano sagre di dolci in un tripudio di crispelle, torte, biscotti. Gli uomini pensavano a sistemare le panche ormai vecchie e barcollanti, sostituivano lampadine e montavano palchetti per il coro in occasione di eventi importanti. Era, la comunità parrocchiale di Padre Iano, una comunità coesa, vivace e sempre partecipe. Ma…Padre Iano era un bell’uomo e la sua perpetua, una giovane donna che aveva deciso di dedicare la sua vita alla cura della sacrestia e del parroco, venne presto indicata con l’appellativo de a mugghieri do parrinu[ii]. Lo scandalo di un prete che teneva sfacciatamente una relazione con una donna che viveva in parrocchia, man mano scemò grazie alla simpatia, al lavoro e alla vulcanica organizzazione parrocchiale del giovane prete e della sua perpetua.  Ben presto, Pinuzza do parrinu imparò a vivere come un personaggio delle storie dei cantastorie che a volte animavano la piazza. Di lei si parlava e si sparlava, ma Pinuzza era radiosa e metteva tutta sé stessa nell’organizzazione di catechismo e processioni e le chiacchere rimanevano relegate al teatro dell’immaginario collettivo. Anche lei era stata invitata alla festa per il battesimo e con i capelli in ordine, le unghia smaltate, un vestito elegante e un sorriso rassicurante e carico di gioia, contribuì a rendere più bella quella giornata di sole che si scelse di festeggiare nella piazzetta della fontana, vicino al lavatoio, sotto gli alberi dove le donne stendevano i panni e i bambini correvano liberi tra i vassoi di paste di mandorla e confetti.

-Nunzia amuninni![iii]

La sorella più piccola di Cettina, all’indomani della festa, doveva partire per Palermo, la zia era venuta a prenderla. Era riuscita a convincere i genitori a lasciare che la ragazzina frequentasse la scuola media nel capoluogo siciliano. La zia e la nonna si sarebbero prese cura di lei.

-Non ti preoccupare, dalle una borsa piccola con le sue cose più importanti.-

La zia sembrava avesse tanta fretta di andare via, di salire sul primo treno per Palermo. Guardò Cettina e la baciò con tenerezza. Avrebbe portato via anche lei, ma la famiglia per lei aveva altri progetti: era una signorina da maritare.

Quando Nunzia partì, Cettina pianse disperatamente, di un pianto intimo, con occhi che rimandavano indietro le lacrime che a nulla servivano. La solitudine e l’impotenza mandano al mittente le lacrime che nessuno vuole asciugare. Le rimandano alla sensibilità del cuore che si inasprisce e svuota quella dose di liquida amarezza, nella parte più buia dell’anima dove ristagnano la rabbia e la delusione. Volevano che sposasse Salvatore? Bene, li avrebbe accontentati. A modo suo. Sarebbe scappata via con lui, presto. Al battesimo era stato invitato anche lui. Anche lui si trovò a bere, scherzare e chiacchierare con la gente raccolta attorno ai giovani genitori sotto i rami degli alberi di piazza Bonadias, dove, quel giorno, non svolazzavano lenzuola ma parole e risa e musica, mentre un giradischi diffondeva le voci e le note di Domenico Modugno: – Volare oh oh…Cantare oh oh oh- e la gente era sostenuta da un’allegria che svolazzava leggera sulle onde di canzoni bellissime:- nel blu, dipinto di blu…-

Tra la confusione e l’allegria le arrivò un messaggio, sussurrato piano.

-Domani, scappiamo via insieme. Fatti trovare dietro l’altare della Madonna del Pane Cotto.-

Quel giorno, all’orario stabilito, Cettina uscì da casa e si diresse al suo appuntamento: attraversò la piazza, sempre gremita di persone, raggiunse un’auto ferma nella traversa dell’ altare della Madonnina e prese posto in macchina, sbattendo lo sportello con atteggiamento di sfida. Un attimo, un soffio di vento e volò via con quell’uomo che non sapeva niente dei suoi sogni, della sua amarezza. Le si aprì improvviso uno spiraglio nella memoria: Palermo, le cupole rosse, le strade odorose di sfincione, il vociare festoso di mercati affollati. La casa della nonna. E poi, alcune “cose” più intime, più chiacchierine che facevano capolino da un cassetto dal fondo profondo cento anni e cominciavano a svelare immagini, situazioni, parole, come a voler lasciare un lembo di fantasia, una traccia della loro esistenza, per poi sparire ancora nel fondo del cassetto profondo cento anni. La nonna, nella sua casa, custodiva gelosamente uno strumento da ricamo avvolto in un lenzuolo di lino. Era un tombolo appartenuto a una zia monaca dal caratterino vivace. La nonna era una che amava il cunto e il canto e sopra il cilindro del tombolo, e attorno ai tanti fuselli, ricamava la storia della zia. Monaca, non certo per devozione, aveva appreso l’arte del ricamo a tombolo in maniera esemplare, come a volere descrivere la bellezza di un mondo che le esplodeva dentro, mentre le era toccato di appartenere all’ordine delle suore di clausura del convento di Santa Caterina. L’antico convento sorgeva nel cuore del centro storico di Palermo, lì dove la nonna cresceva tra giochi e storie antiche. Seguendo la trama del ricamo sul tombolo, intesseva la storia di monache operose, tra queste la zia, e delle quali non si sapeva nulla se non che usavano una sorta di ruota per comunicare con la vita fuori dal convento. Su quella ruota passavano ricami per le spose, dolci prelibati e anche orfanelli, bimbi avvolti in fasce di cui le monache si prendevano cura. Finito il cunto, la nonna riavvolgeva il tombolo nel lenzuolo di lino e lo riponeva nel cassetto dal fondo profondo cento anni, lasciando un drappo sempre visibile a chi di quel tombolo ne aveva ascoltato la storia. Quante cose custodisce una casa! Drappeggi invisibili, appesi alle porte del cuore. Chiuse gli occhi mentre l’auto divorava la tenerezza di quei ricordi. Forse si addormentò, forse fu rapita da un sogno. Quando riaprì gli occhi, l’auto stava ancora percorrendo una strada tortuosa, lunga, infinita. Quanto durava quel viaggio! Sembrava non finisse mai. Con lo sguardo fisso sulla strada, Cettina e Salvatore sembravano ignorarsi. Non parlavano, non si dicevano niente. Non si guardavano, non si scrutavano, ognuno perso nei propri pensieri. L’auto si fermò finalmente al limitare di una presenza, di una grande testimonianza, di una forza femmina, atavica. Si sentivano boati, come ruggiti di una leonessa, come la voce imponente e maestosa di una dea che libera dal suo ventre un gigante di fuoco. Si erano abbassate le luci del giorno e l’Etna in tutta la sua maestosità, comunicava con il mondo, lanciava fiamme e lapilli, come lunghe braccia che tendevano verso un amore eterno. La luna, intanto, sorgeva dal mare, anche lei rossa di ardore, bella e seducente. Pian piano si alzava alta nel cielo per meglio osservare il suo amore eterno eppure così irraggiungibile. Cettina rimase abbagliata da tanta bellezza, mentre la tristezza e la rassegnazione si aggrappavano alla rabbia che l’aveva portata fin lì, a Zafferana Etnea.


[i] -Forza Nunzia, sbrigati! Sembra che dorme ‘sta ragazzina!-

[ii] Moglie del prete.

[iii] -Nunzia, andiamo!-

Fammi strada-Gente di mare (8)

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“Ma ecco la natura, favorevole al nostro bisogno e desiderio, ci somministra due condizioni insigni, e differenti non men che ‘l moto e la quiete, e sono la luce e le tenebre, cioè l’esser per natura splendidissimo, e l’esser oscuro e privo di luce.” Galileo Galilei, DIALOGO DEI MASSIMI SISTEMI, OscarMondadori, Milano, 2010, pag. 277

GENTE DI MARE

Durante quella giornata con il mare appena arruffato, le donne stavano sull’uscio delle loro case appoggiate ai gozzi degli uomini su cui poggiavano i loro arnesi da lavoro: tele, aghi, stampe disegnate. E ricamavano.

-Angelina, porta a pignata e macari tu Giuseppina! Iù pronta sugnu![i]

A gridare tanto era Rosalia, una donna alta, robusta, con i capelli arruffati raccolti da una grossa forcina. Davanti la porta della sua casa, appariva imponente, avvolta nel suo ampio grembiule colorato, con rammendi variopinti che apparivano qua e là, sbucando dal lembo tirato fino alla cintura. Rosalia aveva una grande cucina a legna capace di cuocere più pietanze nello stesso tempo. Al mattino, la donna sceglieva la legna da ardere: prima i rametti secchi, poi dei rami più grossi e alla fine alcuni tronchetti. Sudava Rosalia, teneva una mano dietro la schiena che con gli anni mal sopportava il carico di quel donnone piegato a sistemare la legna. Quel focherello che partiva timido all’inizio, con un crepitio leggero e poi si alzava gioioso fagocitando rami, tronchi e foglie secche, le dava una certa soddisfazione. Le donne del borgo preparavano le loro pentole e le portavano a Rosalia che sulla piastra della sua cucina faceva posto a tutte: zuppa di pesce, patate a spezzatino, zuppa di legumi, piselli con le uova, tutto vicino in un mescolamento di odori che raggiungeva ogni angolo della baia.

-Apposto! Ora assittamunni fora. Iù aiu du cosi di cusiri.[ii]

I pescatori pulivano le barche e preparavano le reti per la prossima pesca. Era appena finita la guerra e quelli che erano riusciti a tornare dalla trincea portavano sulle spalle il fardello pesante del ricordo di giorni, mesi, anni di disperazione. Inspiravano grati l’aria salmastra del borgo e spesso rimanevano chiusi nella gabbia dei loro pensieri: quello che avevano visto, che avevano sofferto, riusciva a ferirli ancora. Qualcuno si lasciava andare a un pianto liberatorio e le parole che descrivevano quel tempo maledetto , si sovrapponevano una sull’altra in una cascata di dolore indescrivibile. La garitta sulla pietra salpa[iii] era avvolta dal silenzio di una pace rivendicata dal mare, dalla roccia, dai cuori che quella guerra l’avevano dovuta subire.

Gli anziani restavano spesso in silenzio, guardando il mare, in attesa. Mimmo osservava quel luogo che somigliava molto al porticciolo di Ognina: le barche dei pescatori addossati agli usci delle case, la piccola spiaggia, il mare così vicino alla gente. Anche lì c’era una garitta, più grande. Il ragazzo pensava poi che la gente di mare è uguale ovunque. Non aveva incontrato altri pescatori oltre quelli catanesi e questi di Santa Maria la Scala ma si fece l’idea che quella gente lì, i pescatori, fossero fatti della stessa natura del mare: pacati, ma sempre attenti ai segnali del vento; burrascosi, forti e tenaci quando bisognava misurarsi con le avversità della vita; profondi come quel mare per conservare saggezza, insegnamenti, per mantenere sempre lo sguardo fiero e coriaceo.

Rosetta era rimasta con le altre donne, con quelle che aiutavano gli uomini a cucire le reti. Era bella, e forte. Aveva lunghi capelli neri come la sciara su cui era stata costruita la garitta e anche gli occhi erano neri. Mimmo cominciò ad avere soggezione di quella bellezza selvaggia, sembrava sovrastarlo più della falesia che superba si calava dritta tra gli scogli del golfo acese. Sentiva un fremito attraversargli il corpo che pulsava e ardeva di desiderio. Il suo cuore cominciava a battere come impazzito e provava vergogna per qualcosa che con gli amici si parlava in maniera sconcia, usando un linguaggio allusivo, con ammiccamenti degli occhi, smorfie e gomitate complici di qualcosa che bisognava tenere segreto perché poteva destare scandalo. Era qualcosa che rientrava nella categoria delle vastasarie[iv]. Eppure succedeva a tutti i maschi. Scoprì che guardando Rosetta gli capitava di essere vastasu e tutto sotto i pantaloni si muoveva e lo faceva tremare.

Le donne abbandonarono il cucito sulle sedie per controllare le loro pentole, e i pescatori imbandirono una tavola con una tovaglia cerata a grossi quadri rossi. Accesero un braciere e quando il carbone divenne rosso e ardente, arrostirono le salpe che era facile pescare vicino allo scoglio dove sorgeva la garitta. Fiaschi di vino accompagnarono il pranzo e il sole prese il colore di quei visi dionisiaci ormai votati alla gioia di stare insieme, dimenticando le tristezze del passato.

-Prendi il mandolino! Canta!-

Un uomo accettò con un sorriso l’invito  e si avviò verso la sua casa. Tornò accompagnato dalle note decise delle corde tese del suo strumento e con passo lento avanzò cantando:  

Mi votu e mi rivotu suspirannu,
passu li notti ‘nteri senza sonnu,
e li biddizzi tòi vaiu cuntimplannu,
li passu di la notti nzinu a gghiornu,
Pi tia non pozzu ora cchiu arripusari,
paci non havi chiù st’afflittu cori.
Lu sai quannu ca iu t’aju a lassari
Quannu la vita mia finisci e mori.[v]

-Vieni, balliamo.-

Un ragazzo alto, dalla pelle abbronzata prese per mano Rosetta e le cinse la vita con un braccio. Le note dell’antica canzone mossero i loro passi, mentre gli occhi verdi di Luigi riflettevano la magia della Timpa, ammaliatrice e sensuale.

La gente del borgo si lasciava cullare da quella atmosfera serena che accarezzava il cuore, mentre già il pomeriggio cominciava a lasciare il posto alla sera. Il sole raccoglieva le stelle che aveva sparso sulla superficie del mare e, mentre iniziava a tendersi verso l’orizzonte, tracciava i contorni della vita di quel borgo marinaro. Ecco, lì, dove l’ombra aveva segnato i confini con la luce intensa del giorno, giovani donne osservavano la coppia danzare, abbandonandosi a romantici pensieri, a storie d’ amore appassionate che gonfiavano i cuori di travolgenti passioni; sedute al limitare di un uscio, un gruppo di comari sbirciavano i passi di danza e discutevano su quei giovani che sembrava si stringessero forte, ma poi, come trascinate dal vento, si trovavano a imbastire un discorso di gente lontana e di affari domestici; appoggiati a dei gozzi, uomini forti dalle mani robuste affidavano i loro pensieri alla musica antica e guardavano il mare, dove ogni storia nasceva e doveva finire. In un angolo, sotto una tenda, al riparo del sole, stava un vecchietto seduto su un’ altrettanta vecchia sedia. Teneva una mano su una gamba e con l’altra si appoggiava a un bastone che gli garantiva un equilibrio ormai compromesso: i capelli bianchi e arruffati e dei folti baffi arsi negli anni da un sole amico di tante giornate trascorse sul gozzo, circondavano un viso sereno di chi sa che il suo tempo comincia a contare i giorni al contrario. Dei bambini giocavano a rincorrersi, nascondendosi dietro i gozzi mentre intanto arrivava la sera e le madri richiamano i figli alle loro case.

Un’ultima nota, un ultimo raggio di sole e Luigi sciolse le braccia di Rosetta che raggiunse le donne.  

-Allora, domani si parte presto, prima che sorga il sole. Adesso andiamo a caricare le reti su Marunnuzza. Tu, Mimmo, vieni con noi.-

Marunnuzza era una grossa barca di legno costruita ad Acitrezza. Il padre di Luigi l’aveva commissionata a un importante maestro d’ascia che aveva ereditato l’arte di costruire barche di legno dal padre. Esisteva da tempo il cantiere peschereccio ad Acitrezza, da prima che arrivasse la guerra, prima ancora che scoppiasse la prima grande guerra. I Rodolico si erano distinti nella costruzione di barche e pescherecci e il loro lavoro era apprezzato in tutto il Mediterraneo. Per far costruire Marunnuzza la famiglia di Luigi si era “impegnata anche gli occhi”, come si usava dire quando lo sforzo economico era tale da imporre notevoli sacrifici e stringere la cinghia era necessario per potere realizzare qualcosa di importante.

La consegna della barca e il conseguente varo era stato una festa e una soddisfazione per tutto il borgo di Santa Maria La Scala.

-Vicè, chi bella varca ca facisti fari!!-

-E bravu a Vicè! Cu sta varca non ci su pisci ca non si ponnu piscari, non c’è mari ca non si po’ passari-

-Calma, calma! U mari è sempri u nostru patruni!-

-Cu ta tinciu?-

-Mastru pincisanti Giovannino-[vi]

Mastru pincisanti Giovannino era un bravo decoratore di barche e lavorava presso il cantiere Rodolico da quando era un ragazzo. Si era specializzato nell’arte di decorare Santi e Madonne, motivi floreali e geometrici seguendo la tradizione che era tipica dei carretti siciliani. In questi prevalevano scene tratte dai cicli della Chanson de geste: paladini che si sfidavano a duello, dame contese e scene di guerre cristiane dove si esaltavano le virtù di un paladino. Nei gozzi i Santi protettori dei pescatori, Madonne e sirene si inserivano a prua, tra le strisce decorate lungo le fiancate e anticipavano due occhi, dipinti ai lati del dritto di prua, che osservavano il mare perché facessero da sentinella.

Padron Vicè volle che la sua barca fosse tutta verde, come la Timpa che signoreggiava sul piccolo porto di Santa Maria La Scala, con una striscia gialla sul fasciame superiore.

-E ora, cca, Mastru Giovanninu, ci vogghiu na Marunnuzza. E di cca, na sirena. E du occhi ca tenunu accura a nui piscaturi.[vii]

Mentre parlava gli si accendevano gli occhi, la sua voce vibrava di emozione, fremeva di impazienza.

La sua barca. Ora aveva una barca sua.


[i] Porta una pentola anche tu, Giuseppina.  Io sono pronta.

[ii] Ora sediamoci fuori. Io ho due cose da cucire.

[iii] Garitta posta durante la seconda guerra mondiale su una pietra lavica ai piedi della Timpa di Acireale, detta “pietra salpa” perché lì abbondavano le salpe. Questi pesci, appartenenti alla famiglia delle occhiate, saraghi e orate, pascolano in branchi, brucando la flora del litorale costiero. La notte si rifugiano all’interno dei moletti illuminati che presentano bassi fondali e numerosi nascondigli creati dalle stesse barche all’ormeggio.

[iv] Atteggiamenti vergognosi

[v] Canzone d’amore della tradizione popolare siciliana. Molto apprezzata l’interpretazione di Rosa Balistreri, cantautrice e cantastorie scomparsa nel 1990.

[vi]Vicè, che bella barca ti sei fatta fare!-

-E bravo Vicè! Con questa barca non ci sono pesci che non si possono pescare, non c’è mare che non si può attraversare!

  –Calma, calma! Il mare è sempre il nostro padrone!-

   –Chi l’ha dipinta?-

   –Mastro pincisanti Giovannino.-

[vii] E ora, qua, Mastro Giovannino, ci voglio una Madonnina. E qua, una sirena. E due occhi che proteggono noi pescatori.

Fammi strada-Comare di fazzoletto (7)

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“Un uomo che dorme tiene in cerchio intorno a sé il filo delle ore, l’ordine degli anni e dei mondi. Svegliandosi li consulta d’istinto e vi legge in un attimo il punto che occupa sulla terra, il tempo che è trascorso fino al suo risveglio; ma i loro ranghi possono spezzarsi, confondersi”. Marcel Proust, ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO-DALLA PARTE DI SWANN, OscarMondadori, Milano, 2011, pag. 7

Comare di fazzoletto

Aveva dormito tutta la notte in compagnia di un sogno che la vedeva vagare nel giardino del cavaliere. C’era tanta gente, alcuni con abiti di scena e poi… sì ecco… c’erano tanti fogli bianchi che svolazzavano dai rami degli alberi. Ogni foglio aveva un foro attraverso il quale passava un laccio che lo legava ad un ramo. Ritagli di carta, piccoli, grandi, medi e su ognuno era scritto qualcosa. Nessuno parlava. I personaggi che popolavano il giardino camminavano tutti lentamente con un libro bianco in mano su cui erano scritte delle indicazioni: ramo uno, ramo due, ramo tre e così via. Tutti si muovevano secondo ciò che sventolava da quei rami. Ad un tratto le fu vicina una coppia di giovani sposi e le indicarono un foglio: VIENI VIA CON ME. Cettina lesse e si girò per cercare qualcuno. Erano tutti scomparsi, non c’era più nessuno, era rimasta sola e tra gli alberi era rimasto solo quel foglio che diventava sempre più grande, sempre più grande.

Si svegliò in preda ad un’angoscia che smaltì guardando attraverso i vetri della finestra. Non era una bella giornata, piovigginava e il cielo era scuro. Pensò che sarebbe scesa comunque in piazza per incontrare Adelina e raccontarle di quello strano sogno.

Decise quindi di alzarsi dal letto. Si stropicciò gli occhi e si passò le mani tra i capelli. Poi cercò di indossare le ciabatte, ma ogni mattina era la stessa storia: non riusciva mai di trovarle ai piedi del letto, doveva per forza cercare in giro per la stanza come se anche le sue ciabatte la notte vagavano tra sogni impossibili per poi tornare ad occupare quella stanza, unico posto dove erano costrette a stare con tutta la noia e il disordine di una vita in bilico tra la voglia di scappare e la paura di dovere rimanere. Ne trovò una sotto il letto e l’altra tra le pieghe sinuose della tenda appesa alla finestra.  Cettina indossò le sue ciabatte e andò in cucina. Sua madre sfaccendava tra fornelli e lavello mentre suo padre fumava una sigaretta guardando fuori dalla finestra.  

-Non sai niente, vero?-

Suo padre la guardava e la interrogava come a volerla sfidare. Erano passati alcuni giorni dal suo ritorno da Palermo e non le aveva rivolto mai una parola. Quella mattina sembrava avesse voluto approfittare della giornata uggiosa, del silenzio di voci interrotto dal rumore della pioggia. Quel giorno, aveva deciso. Le poteva parlare.

-Di tuo fratello, voglio dire. Non sai niente? Se sei stata tu a farlo scappare, ti dico che hai fatto bene.-

Rimase pietrificata da quelle parole e con gli occhi cominciò a cercare il resto di quella dichiarazione. Con sopracciglia inarcate su occhi carichi di domande, si girò verso la madre.

-Mimmo sta lavorando per uno che conosce tuo padre. E’ un pescatore che lo ha preso con sé, sul suo peschereccio. Ci farà avere lui notizie di tuo fratello.-

La ragazza non aprì bocca. Cosa poteva dire in fondo se tutto era deciso, se quei genitori sembravano avere uno scopo preciso in quel momento: pianificare la vita dei loro figli.

Da qualche giorno Salvatore le faceva trovare dei biglietti sotto la porta: un saluto affettuoso, un invito a vedersi in piazza, un complimento. Sembrava costruisse un altro pezzo di quel puzzle tramato insieme ai genitori di Cettina; sembrava volesse dare un tocco di romanticismo al risultato finale di un misterioso patto.

-Prova il vestito verde, quello che hai messo per il matrimonio di Giuseppina. Vediamo come ti sta- proruppe all’improvviso la madre.

Presto si sarebbe celebrato il battesimo della figlia di un cugino e Cettina era stata scelta come comare di fazzoletto. Era un’usanza che allargava il cerchio delle persone protagoniste dell’evento: il papà, la mamma, il bimbo o la bimba, il padrino, la madrina, il prete e la comare di fazzoletto, tutti davanti la fonte battesimale, attorno a un piccolo bimbo che avrebbe ricevuto il primo Sacramento. Cettina avrebbe portato con sé un fazzoletto di lino con orlino a punto a giorno e con l’iniziale del nome del bimbo, ricamato a punto ombra in uno dei quattro angoli. La funzione della comare di fazzoletto era quella di asciugare la testa al bambino dopo che il prete per tre volte l’ aveva bagnata con acqua benedetta, secondo il rito essenziale del Sacramento del battesimo. Era stata la moglie di suo cugino a chiedere a Cettina di fare da comare di fazzoletto. Erano molto amiche anche se Rosaria era qualche anno più grande. Da quando si era sposata, si incontravano a casa sua e  durante la gravidanza, condivideva con la sua amichetta lo stupore di quella vita che le stava germogliando nel ventre.

-Guarda, si sta muovendo! Poggia la mano sulla mia pancia. Senti? Senti la manina? Sì, deve essere la sua manina.-

Rosaria portava vestiti ampi, come tutte le donne gravide, ma lei spesso metteva un cinturino proprio sotto il seno prosperoso, evidenziando così la sua maternità. Era raggiante.

-Saro vuole un maschio e maschio sarà, perché io lo voglio fare contento.-

Cettina la guardava. Era felice per lei che poteva decidere di avere un figlio maschio: sua madre una volta le disse che quando era incinta di lei, era sicura che fosse un maschio e invece era spuntata una femmina. Spuntata? Come un fiore selvatico che “spunta” senza il volere di nessuno, ingombrando un campo fatto per altri tipi di fiori, più utili, più forti. A sua madre quindi era andata male. Anche Rosaria dovette accettare di partorire una femmina e le sembrò di avere fatto un torto a suo marito. La stanchezza del parto le portò via ogni energia che recuperò presto, quando i suoi occhi si riempirono di gioia. Lacrime di felicità le sgorgavano leggere sul viso mentre il suo uomo, seduto accanto a lei, coccolava  la loro piccola stella, bella come il sole.

Cettina provò il vestito verde. Le stava un po’ corto ed era stretto di petto: non poteva indossarlo, non era più adatto a lei. Era cambiata. Non era più una ragazzina, era una donna in fiore: i suoi seni rotondi e i suoi fianchi parlavano di un’altra Cettina, raccontavano di desideri nuovi, di tormenti strani che sconvolgevano l’anima con fremiti che le sfioravano la pelle e non aveva ancora conosciuto. Sua madre la guardò con occhi carichi di stupore, di triste stupore. Era cresciuta, sarebbero presto cambiati i rapporti con quella figlia ed ebbe paura di soffrire. Forse non era stata una buona madre, il suo ruolo era spesso compromesso da quello di moglie. I suoi figli, da bambini, le avevano dato la possibilità di evadere dall’idea di sentirsi una pedina nelle mani dell’uomo a cui aveva affidato la sua vita. Cettina era cresciuta e presto sarebbe andata via da casa con Salvatore, che tanto piaceva in famiglia. Era il corso della vita, era così che doveva andare e abbassò lo sguardo.

-Va beh! Metterai qualcos’altro. Vedi di là, nell’altro armadio, nella mia stanza.-

La ragazza ubbidì. Si diresse nella camera dei genitori, aprì l’armadio e cominciò a rovistare tra i vestiti appesi. Ne notò uno che aveva visto indossare a sua madre quando era più giovane. Era a fiori, con una scollatura a punta sul davanti e fermo in vita da un cinturino di stoffa rossa. La gonna era ampia e leggera e alla mamma stava tanto bene. Lo provò e vide che era perfetto, le piaceva tanto. Tornò da sua madre che subito esclamò:- Quanto sei bella!-

Mai le aveva detto una cosa del genere, non le aveva mai fatto un complimento così. Affondarono gli sguardi uno nell’anima dell’altra e si scoprirono donne a confronto.

Fernando Pessoa

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Chi sogna di più

Chi sogna di più, mi dirai —
Colui che vede il mondo convenuto
O chi si perse in sogni?

Che cosa è vero? Cosa sarà di più—
La bugia che c’è nella realtà
O la bugia che si trova nei sogni?

Chi è più distante dalla verità —
Chi vede la verità in ombra
O chi vede il sogno illuminato?

La persona che è un buon commensale, o questa?
Quella che si sente un estraneo nella festa?