Enimmi

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Salina-roccia sul mare di Pollara vista dal monte dei Porri

La bellezza: che terribile e orribile cosa! Tremenda perché impossibile a definirsi: e definire non si può, perché Iddio non ci ha proposto che enimmi! Lì gli opposti si toccano, lì tutte le cose vivono insieme. Io, fratello, son tutt’ altro che colto, ma ho molto riflettuto su questo. È terribile quanti misteri! Troppi enimmi opprimono l’ uomo su questa terra. Risolvili come puoi, e cavati fuori asciutto dall’acqua. La bellezza!

Il terribile è che la bellezza non è soltanto una cosa tremenda, ma anche misteriosa. Qui il diavolo lotta con Dio, e il campo di battaglia sono i cuori degli uomini.

Fiodor Dostoevskij, I FRATELLI KARAMAZOV

Buona Pasqua

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Ti prego, Signore,
Fa che io gusti attraverso l’ amore
Quello che gusto attraverso la conoscenza.
Fammi sentire attraverso l’ affetto
Cio’ che sento attraverso l’ intelletto.
Tutto cio’ che e` Tuo per condizione
Fa’ che sia Tuo per amore.
Attirami tutto al Tuo amore.
Fa’ Tu, o Cristo,
Quello che il mio cuore non puo’
Tu che mi fai chiedere, concedimi!

Preghiera di sant’ Anselmo

Ballarò

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BALLARO

Antonello Blandi, Ballarò

Nel 2016, Antonello Blandi, grafico e designer palermitano, diede un’originale rappresentazione del mercato storico di Ballarò. Nel quadro, personaggi famosi dello spettacolo, della politica o delle “sfere alte” della Palermo bene, sono trasformati in abbanniatori¹, mentre Andrea Camilleri, da uno dei balconi ai piedi della cupola della chiesa del Carmine, osserva e scruta la folla.

Cominciai la mia avventura scolastica a Palermo proprio nei pressi del mercato storico di Ballarò, cuore pulsante di un quartiere normanno il cui nome, Albergheria, indica una terra a mezzogiorno, illuminata da un sole raggiante, e deriva da Albahar, nome con cui i saraceni chiamarono “mare” quel lago così grande e vasto dentro la città, probabilmente formato dall’incontro di due fiumi, il Papireto e il Kemonia, ricco di pesci e circondato da un muro adorno di barchette d’oro e d’argento. Il mercato era allora frequentato da mercanti arabi che da Bahlara, villaggio nei pressi di Monreale, popolavano ogni giorno il quartiere dell’ Albergheria per vendere, comprare, litigare e scendere a patti.

Quanto basta per immaginarsi in una storia da Mille e una notte.

In una delle case dell’antico rione nacque Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro come si fece chiamare in seguito. Figlio di un mercante di stoffe, fu alchimista, mago, avventuriero, falsario, guaritore e, durante il secolo dei lumi, trascorse la sua vita girovagando in lungo e in largo per le corti di tutta Europa. La sua vita e la sua morte sono avvolte dal mistero e, secondo una leggenda popolare che circolava tra le vie del quartiere dell’ Albergheria, il suo corpo era arrivato in Sicilia e sepolto in una nicchia delle catacombe dei Cappuccini a Palermo.

Andavo e tornavo da scuola attraversando voci, colori, misteri conditi da profumi di una tradizione che resisteva al tempo. Bancarelle cariche di frutta, verdure, spezie e aromi si alternavano a quelle del pesce, della carne, delle olive, delle conserve, del pane e poi, tra la baraonda di parole gridate che saltellavano scoppiettanti tra la merce esposta, se ne sentiva qualcuna che, attraversando il mercato con flemma indicibile, portava con sé un odore forte, come di pizza riccamente condita.

-Cavuru, cavuru è!²-

Ma come? Faceva già caldo! Un uomo trainava a mano il suo carretto e ignaro del trascorrere delle stagioni, attirava la gente con la sua voce e il forte profumo di focaccia, salsa di pomodoro, cipolla, formaggio, mollica attraversava le narici e inebriava la mente tanto che, anche in estate, lo sfincione si preferiva al cono gelato.

E poi panelle e crocchette di patate gialle come il sole e panini con la milza cotta nella sugna bollente come la terra di mezzogiorno… lanciavano il loro invito da bottegucce affollate di gente, che ogni giorno transitava per il mercato di Ballarò.

-Che mangiamo stasera?-

-Niente, vai a Ballarò e prendi quattro panini con panelle e crocchè.-

E quel niente si condiva di forti sapori e intensi profumi.

¹Urlatori
²-Caldo, caldo, è!

Fatto

amareilmare

img_20171129_083908-effects-1-1849567637.jpg Lingua-Salina

1967

Ecco, mettetevi tutti davanti la panchina. Tu fai la spaccata, che sembri una ballerina; tu fai il ponte, che sembra un’atleta. E tu, che sei più piccolo, mettiti vicino la mamma e fai finta che fai la pubblicità alle caramelle, come nel carosello. Comare, mettetevi a sinistra. Stringetevi, altrimenti non vi prendo tutti. 

-Natalino, spicciati cu sta Polaroid. Il sole ci sta accecando!-

Fatto.

Mio padre ci fece una foto, una volta, proprio davanti questo sedile. Era estate e Lipari alle nostre spalle si mostrava in tutta la sua magnificenza. La foto era in bianco e nero: bella, non fosse altro perché eravamo dei bambini ignari che certi affetti se ne vanno e che i luoghi restano a testimonianza di momenti unici e irripetibili. Ho fotografato il sedile, a colori, carico dei fantasmi del mio passato. E non solo.

Ci troviamo a Salina. Le mattonelle che abbelliscono il…

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Noi che…

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Negli anni ’70 del secolo scorso nasceva un modo diverso di fare spettacolo: monologhi, musica, canzoni, teatro si fondevano insieme per dare allo spettatore la possibilità di “evocare” pensieri, situazioni, personaggi e storie per riflettere sulle condizioni del mondo contemporaneo. Teatro Canzone, definizione data da Sandro Luporini, pittore e amico di Giorgio Gaber, fu non solo un nuovo modo di fare spettacolo, ma anche il titolo di un album che Giorgio Gaber incise e pubblicò nel 1992. L’album raccoglieva tutte le canzoni dell’omonimo spettacolo, tra cui Qualcuno era comunista, di un’attualità incredibile.

Di cosa abbiamo bisogno?

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Di cosa abbiamo bisogno?

Abbiamo bisogno di non sentirci smarriti quando siamo chiamati a esprimere il nostro parere, le nostre idee, i nostri disagi sopportati stoicamente nella convinzione che, forse, il meno peggio e` l’ unica soluzione possibile.

Abbiamo bisogno di credere che dietro quel “meno peggio” può e deve esserci ” il migliore dei modi possibili” per vivere con dignita’ e onesta’.

Abbiamo bisogno di parlare e ascoltare con gli occhi, con il cuore, con la memoria e l’ intelligenza di chi sa che avere radici forti, e ricordarsene, significa guardare lontano.

La Vucciria

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Renato Guttuso, LA VUCCIRIA, 1974

A Palermo, si sa, tutto è abbondante. Il porto, i palazzi e i quartieri rumorosi di passato e presente. Le cupole rosse, i mosaici dorati, le ville e le strade che corrono dritte verso il mare abbondante di storia. La tavola palermitana è generosa di sughi, di odori e pietanze: caponatine galleggianti in olio profumato di capperi e melanzane; babbalusci, lumachine bianche come la neve, che odorano di aglio e prezzemolo fresco; e poi sfincioni con cipolla e formaggio, salsiccie con finocchietto selvatico e carciofi ripieni come pance mai sazie. Anche il dialetto palermitano è abbondante: nell’articolare le vocali ( lunghe, molto lunghe e aperte, molto aperte) e nel descrivere iperbolicamente situazioni e detti popolari che abbondano di metafore e riferimenti tratti dalla vita di ogni giorno: il palermitano non guarda, scruta in silenzio e poi parla e arricchisce i suoi dialoghi con immagini, colori e sfumature di un mondo di cui è assolutamente padrone.

-Ma quann’é ca a finisci ri fari u scimunitu?-

(Ma quando la smetti di fare lo scemo?)

-Quannu s’asciucanu i balati ra Vucciria!-

(Quando si asciugano le lastre di marmo del mercato della Vucciria)

Cioè MAI, secondo l’ immaginario della gente di Palermo.

Eppure molte delle balate della Vucciria si sono asciugate , trasformando quello che era uno dei mercati storici della città, in una rivalutazione di un’ altra tradizione palermitana: il cibo di strada. L’ abbanniata, l’urlo ( lontano dal somigliare a quello descritto da Munch), continua ad essere il richiamo festoso, l’ esaltazione di un cibo che si tramanda con la stessa passione e lo stesso trasporto di sempre. Il palermitano che abbannia mostra con orgoglio e soddisfazione quello che bolle o frigge nei suoi pentoloni. Il viso gli si illumina e gli occhi scrutano la reazione del pubblico travolto dallo spettacolo di voci, colori, odori.

Chi c’ è? Un ti piaciu?-

(Che c’ è? Non ti è piaciuto?)

E con lo sguardo puntato sulla bocca mentre assapori un panino con le panelle o con la milza, pezzi di polpo bollito o stigghiola ( budella di bue ) arrostiti e che hai preso con le mani, ti senti quasi minacciato. Invece tutto é buonissimo, gustoso e ricco di emozioni concentrati in un boccone.

Nel 1974 Renato Guttuso completava una delle sue opere più belle, LA VUCCIRIA. Il dipinto racconta e descrive il mercato come era una volta: bancarelle addossate una all’ altra in un’ armonica e quasi maniacale sistemazione della merce e ganci da cui pendono animali macellati e sezionati per la vendita. Nel tripudio di carni, pesci, frutta, verdura, aromi e abbanniati una donna si aggira sotto gli occhi scrutatori dei venditori e dei nostri. Il quadro è esposto nella Sala Magna del Palazzo Chiaramonti-Steri a Palermo dove, da qualche anno, si trova anche un quadro intitolato a un altro mercato storico del capoluogo siciliano: Ballarò. Ma di questo parlerò un’ altra volta.

Il viandante e la sua ombra

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Solo all’uomo nobilitato può esser data la libertà di spirito; a lui solo si approssima l’alleviamento della vita e medica le sue ferite; egli per primo può dire di vivere per la gioia e per nessun altro scopo; e il suo motto: pace intorno a me e compiacersi per tutte le cose più vicine, sarebbe pericoloso su ogni altra bocca. -Pronunciando queste parole per singoli uomini, egli si ricorda di una frase antica, grande e toccante, che valeva per tutti gli uomini, e che è rimasta sull’intera umanità, come motto e simbolo, per cui perirà chiunque ne adorni troppo presto il suo stendardo, – per cui perì il cristianesimo. Non è, così pare, ancor tempo che a tutti gli uomini possa accadere come a quei pastori che videro rischiararsi il cielo su di loro e udirono quelle parole: « Pace in terra, e agli uomini un compiacersi gli uni negli altri». – E’ ancora l’epoca degli individui!

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L’ombra: Di quel che hai detto, più di tutto mi è piaciuta una promessa: che volete ridiventare buoni vicini delle cose prossime. Questo tornerà a vantaggio anche di noi, povere ombre. Perché ammettetelo, sinora ci avete calunniato anche troppo volentieri.

Friedrich W. Nietzsche, Umano, troppo umano, Newton Compton editori s.r.l., Roma, 2006, pag. 418-419

Utopia

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foto scattata mentre viaggiavo su un aereo da Catania a Bologna

-Cosa vedi da laggiù?-

-Ci  sono storie, uomini, emozioni. Ci sono voci che viaggiano su onde per raggiungere un mondo che vive attraverso l’ascolto, la conoscenza. Sei disposta ad ascoltare?-

-Non aspetto altro.-

-Stasera ti racconto la storia di Utopia e Immortalità.-

-Sono due parole che vogliono dire tanto e forse non dicono niente.-

-Le parole sono importanti e gli uomini lo sanno. Con esse descrivono idee o le forgiano come un fabbro che batte il ferro incandescente fino a ottenere un arnese UTILE. Ecco, Utopia e Immortalità sono stati i nomi forgiati, pensati anche per due navi coinvolte nel tragico fallimento di un’utopia, di un sogno.-

-Tutti abbiamo un’isola felice, un non-luogo nascosto da qualche parte nella mente popolata da ipotesi, idee che costruiamo per pensare di migliorare quello che non riusciamo ad accettare.-

-E’ proprio così.-

-Allora dimmi, racconta!-

-Dall’idea di disperati, dalle condizioni in cui si trovarono migliaia di famiglie che dovettero strapparsi dall’anima l’amore per la propria terra, pena la fame, si costruì il sogno dell’emigrazione. Avrebbero trovato lavoro, potevano avere una casa. Vivere con dignità. L’ AMERICA, terra lontana che non aspettava altro che il loro arrivo. Questo avevano sentito dai tanti Itodleo¹, gente che aveva viaggiato e raccontava, raccontava…-

-Non ti sento più. Pensi che possa non credere a quello che dici?-

-Utopia partì da Trieste, attraversò l’Adriatico. Raggiunse Messina, poi Palermo, poi Napoli, poi Genova, raccogliendo gli emigranti dell’intera penisola. A centinaia salirono su quella nave con valigie di cartone legate da lacci: uomini, donne, bambini per inseguire il sogno americano, sistemati in terza classe, ammassati in cameroni con centinaia di letti a castello. Era marzo e soffiava forte il vento. Si alzavano alte le onde e Utopia fendeva a fatica quell’acqua furente.-

-Si fermarono a Genova? Attesero che la tempesta passasse?-

-No. Il viaggio continuò. Si era appena all’inizio. C’era l’oceano da attraversare. Il comandante decise di fermarsi a Gibilterra, per rifornirsi di viveri e carbone. Così dissero. Ma una manovra azzardata spinse Utopia verso il rostro sottomarino di una corazzata inglese lì ormeggiata. Un enorme fendente aprì un fianco della nave che cominciò a imbarcare acqua e affondò.-

-Ma le scialuppe? I soccorsi?-

-Il mare agitato scaraventò sugli scogli i corpi di chi era riuscito ad uscire dalla nave, qualcuno si aggrappò alle scialuppe, altri rimasero ancorati a qualche trave divelta. Dalla corazzata Immortalità, partirono due scialuppe e due marinai coraggiosi si lanciarono verso le onde per soccorrere quei disperati. Annegarono insieme ad altri 500 e forse più.-

-Utopia, Immortalità. Sogno, desiderio di esserci per sempre. Non nel cuore di molti.-

-Se si potesse far piovere gioia e gratitudine per le cose  belle che si trovano in ogni angolo della Terra; se si potesse spingere il vento della pace e non quello della guerra; se si potesse credere che quello che dice il cuore è la cosa giusta e il lavoro, i sacrifici non andassero dispersi nel fuoco dell’indifferenza; se….. Nessuno scapperebbe mai dal suo paese. Se…Basta! E’ solo un’utopia! Non senti? Il mondo fa ancora sentire il suo grido di dolore.-

 

¹Nel romanzo di Thomas More UTOPIA, pubblicato nel 1516, Raffaele Itodleo è un personaggio immaginario che, tornato da uno dei suoi viaggi, racconta di un’isola felice, Utopia appunto.
Per saperne di più:
http://www.popolis.it/il-naufragio-dell’utopia/
http://www.lettereabbruzzesi.org