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Costui, il cui nome non voglio nemmeno pronunciare,….Mi ha chiamato, costui, mafioso; e va dicendo che io ho portato la battaglia elettorale sul terreno della mafia. Ma qual’è, o amici miei, l’autentico significato della parola mafia? “ Leonardo Sciascia, I MAFIOSI, Adelphi, Milano, 2010, pag.160

LE PAROLE CHE NON SI DEVONO DIRE

L’inverno era trascorso con tanta preoccupazione per la salute della nonna. Da qualche tempo accusava dei disturbi improvvisi che minavano il suo equilibrio, la sua stabilità fisica. Qualcosa, nella grande macchina che è il cervello, le faceva perdere il controllo delle gambe e rischiava di cadere rovinosamente, se non fosse che da qualche tempo non usciva più da sola. Era come se alcuni neuroni andassero in corto circuito, come se i comandi cerebrali, preposti al controllo degli arti inferiori, andassero in fase di alta tensione e quelli, presi da una forte scossa, perdessero completamente la forza di tenerla in piedi. Nunzia, dopo avere ascoltato un medico specialista, si era fatta una certa idea della situazione vascolare della nonna:  quel sistema di circolazione sanguigna si era ridotto come un impianto idrico guasto, dove capitava che da qualche tubatura saltava un pezzetto di ruggine che, errando senza meta, andava a minacciare il funzionamento di quel corpo. La vita cominciava a cambiare per quella donna dall’entusiasmo tutto siciliano per cui “arancina” era “arancina” e basta.

-Oggi faccio le polpette con le patate.-

In quel “faccio” c’era la collaborazione di chi si trovava in casa.

-Prendi la cipolla e poi le patate.-

Seduta al tavolo, si apparecchiava per preparare le sue patate, le sue polpette o qualsiasi altra cosa che passando per quelle mani diventava una specialità condita di allegria.

-Che dice il giornale oggi?-

-Che c’è la guerra, mamma. No quella che abbiamo conosciuto noi. Una guerra subdola, fatta di parole che non si possono dire, di pensieri che non si devono esprimere. Ne hanno ammazzato un altro ieri.-

Erano gli anni che a Palermo i giornali si trovavano nelle edicole ma si vendevano anche per strada, lungo i vicoli dei mercati della Vucciria, di Ballarò, di Capo. “L’ORA, quanti ni murieru!”[i], gridava uno strillone senza denti, povero e chissà con quale idea di quei morti raccontati da un giornale che un’idea precisa ce l’aveva: combattere la mafia, il malaffare, la povertà di una terra tanto bella quanto sottomessa. Un’idea che pulsava forte, che sfidava i colpi di lupara perché “ la pelle è solo un tessuto”[ii]. Gli americani avevano lanciato sigarette e cioccolata dai loro  carri armati, e la gente si era convinta che con quello sbarco in Sicilia, gli “amici” d’oltreoceano erano davvero venuti a liberarli dall’orrore della guerra. Con loro era arrivato, però, anche Lucky Luciano, Lucky, il Fortunato, il mafioso con la gola cucita. Gli americani attraversarono la Trinacria, accolti con grande enfasi mentre si preparavano a trattare con gente senza scrupoli che avrebbero governato comuni, gestito terreni, controllato appalti, seminando sfiducia e paura.  “L’ORA, quanti ni murieru!”. Dal 1954 Vittorio Nisticò assunse la direzione del giornale palermitano e la lotta alla mafia divenne impegno quotidiano. Le attività mafiose, che trovavano terreno fertile nei silenzi e nella complicità delle istituzioni, avevano tracciato un’immagine distorta della Sicilia e dei siciliani a cui era stata tolta anche la speranza di alzare la testa, di guardare con orgoglio alle proprie tradizioni, alla propria storia.

-Vedi Nunzia, per ognuno che muore sotto i colpi della lupara, se ne devono alzare mille per dire basta. Ma per fare questo bisogna che voi giovani studiate. Per ognuno che muore sotto i colpi della lupara, mille coscienze si devono svegliare, mille voci si devono alzare. E tanti libri devono circolare. L’ignoranza è l’amica migliore della sopraffazione e il nostro direttore lo sa.-

La zia non perdeva una copia del giornale L’Ora, e non perdeva occasione per raccontarle la storia di una Sicilia che voleva credere nel progresso.

-Immagina i quattro canti pieni di gente curiosa e tanti abbanniaturi che arrivano dal mercato della Vucciria con fasci di giornali. Immagina un uomo che sale sul bordo di una delle fontane agli angoli della piazza, e annuncia l’uscita di un giornale nuovo, tutto siciliano. Un giornale che non si sarebbe accontentato di fare la cronaca dei fatti e dei misfatti che attraversavano le strade di Palermo, ma che voleva imporsi all’attenzione nazionale perché la Sicilia non fosse più considerata periferia di mali da piangere in solitudine.-

La zia continuava a raccontare le pagine più significative del giornale nato nel 1900 per voler della famiglia Florio e che vide come suo primo direttore Vincenzo Morello che, salito energicamente su quella fontana ai Quattro Canti, si diede un nome di battaglia: Rastignac.

-L’ORA si era dato un obbiettivo: uscire dalla condizione di solitudine e condividere con la nazione l’arte, la cultura, il paesaggio, la gente, offuscati dalla mafia, con la compiacenza delle istituzioni.-

Nunzia la guardava, la ascoltava. La Sicilia, la sicilianità scorreva nelle vene di quella donna, con la stessa forza che avrebbe avvertito tra le pagine del giornale, che aveva la sua sede in Piazzetta Napoli e che presto sarebbe stata una delle sue mete quotidiane.


[i] L’ ORA, quanti ne sono morti

[ii] Pierluigi Ingrassia, direttore del giornale l’Ora dal 1947 al 1953, nel 1947 risponde, con un intenso editoriale, alle intimidazioni del bandito Salvatore Giuliano, dopo la strage di Portella della Ginestra.