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Tu non sei più vicina a Dio/di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende/benedette le mani./Nascono chiare in te dal manto,/luminoso contorno:/io sono la rugiada, il giorno,/ma tu, tu sei la pianta.” Rainer Maria Rilke, LE MANI DELLA MADRE.

UNA DONNA LO SA

-C’è una lettera per te.-

Salvatore era appena rientrato e posò distrattamente la busta sul tavolo della cucina. Erano passati già alcuni mesi da quando si erano trasferiti a Zafferana, in una casa modesta: una cucina, un bagno e una camera da letto.

-Dove vai?-

-Devo vedere una persona stasera. Lavoro.-

Salvatore usciva di buon’ora la mattina. Lavorava in un panificio insieme alla madre e a un fratello. Spesso non tornava a pranzo e la sera, dopo cena, andava a letto presto.

-Aspetto un bambino. Mi sento tanto sola.-

-Non sei l’unica ad aspettare un bambino.-

-Mi sento tanto sola.-

Ma lui non aveva tanto tempo per ascoltare la solitudine della sua compagna. La guardò appena e si distese sul divano.

Cettina abbassò la testa, capì che non era quello il modo per farsi ascoltare. Pensare di ricevere attenzioni da Salvatore commiserandosi, era una battaglia persa già prima di cominciarla. Si sedette su una poltrona, in silenzio, mentre fuori ormai era buio e per le strade non si vedeva nessuno. Prese tra le mani la lettera di Nunzia. Quanto era felice per lei! Leggeva e rileggeva, immergendosi tra i colori, i suoni e gli odori di una città che le aveva regalato affetto, tenerezza, serenità. No, non avrebbe risposto a quella lettera. Perché rispondere? Per darle un dispiacere? Per “lamentarsi” di una vita che, con rabbia, aveva scelto lei? Forse un giorno si sarebbero riviste o forse no. Adesso ognuno percorreva percorsi diversi e lei, Cettina, procedeva su una strada difficile.

La mattina dopo decise che sarebbe andata a fare una passeggiata al Belvedere, come faceva sempre quando le giornate erano più calde. Le strade erano coperte di cenere e fuliggine piovute dal vulcano durante la notte e il paese assumeva un aspetto fatato, antico, quasi surreale. Camminava lentamente, percorrendo la piazza che si trovava su quella linea retta su cui insistevano, come punti inconfondibili, l’Etna, il Duomo e il mare di Catania. Lì, lungo quella fantomatica linea, tutto sembrava cospirare contro la malinconia  che le attanagliava il cuore a cominciare dal nome Zafferana, che evocava il colore giallo delle arancine tanto decantate dalla nonna. E poi laggiù il mare, Catania: dov’era Cibali? Dov’era sua madre? Perché non la cercava? Perché non arrivava?

-Aiutami Gesù mio!-

Arrivarono in suo soccorso grosse lacrime che come anelli di una grossa catena portavano fuori la sua amarezza e le alleggerivano il cuore: “basta, basta” sembravano dirle quelle gocce accarezzandole il viso, “non ti amareggiare ancora! Asciuga la tua tristezza.” Si riprese da quei brutti pensieri e riuscì a sentire un delicato odore di fritto. A Zafferana non facevano le arancine di riso colorato di giallo. Lì, ai piedi del vulcano, si friggevano le “siciliane”, enormi calzoni, pizze chiuse dove all’interno ribolliva come magma bianco la tuma, un formaggio pecorino tipico del catanese, accompagnata da olive nere, cipolla e acciuga. Cettina si lasciò andare a una considerazione, una sorta di digressione rispetto ai pensieri sulla sua vita nel paese etneo: ciò che a Palermo era femmina nel catanese era maschio e viceversa. La tuma, formaggio rigorosamente femmina si contrapponeva al “primo sale”, formaggio maschio usato largamente nel capoluogo siciliano, come l’arancino stava all’arancina dove lo zafferano, maschio, diventava Zafferana, di genere femminile, per dare un nome al paese etneo. Scrollò le spalle, non capiva neanche lei di cosa si stava occupando la sua mente. Rivolse lo sguardo alla cupola del duomo che si ergeva maestosa e, nel cielo terso di quella mattina, era come se fosse stato possibile poterne tracciare i contorni, mentre altèra, rimaneva all’ascolto della Muntagna che le stava accanto come una cara amica brontolona. 

Cettina aveva fatto amicizia con una signora che viveva in una graziosa casa dai balconcini in ferro battuto e fioriere straripanti di fiori di ogni colore, proprio di fronte alla sua abitazione. Si erano timidamente salutate da dietro i vetri delle loro finestre. La signora le aveva rivolto un sorriso tenero e Cettina aveva alzato la mano in segno di saluto. Sorriso dopo sorriso, si scambiarono qualche parola e anche un invito a prendere un caffè insieme.

-Domani faccio le siciliane, vuoi venire a vedere come si fa?-

Accettò l’invito e si trovò con un grembiule legato alla vita e le maniche della camicetta alzate fino ai gomiti.

-Allora, cominciamo. Pesa mezzo chilo di questa farina. Tieni.-

Sorriso dopo sorriso, iniziarono a impastare la farina con il lievito sciolto in acqua tiepida e del burro fuso.

-Aggiungiamo un altro poco di acqua. L’impasto deve risultare bello morbido.-

Poi fecero dei panetti e li coprirono per farli lievitare.

-Lavati le mani. Il tempo che i panetti sono pronti, noi ci prendiamo un bel caffè in terrazza. Oggi c’è un bel sole e l’Etna è tranquilla.-

Aveva trascorso una splendida giornata con quella donna che viveva da sola in una grande casa piena di ricordi.

-Non potrei vivere in un altro posto. Il vulcano non mi fa paura, anzi è un caro amico. Al mattino quando mi sveglio, il mio primo pensiero è andare a salutare ‘a Muntagna, e penso che la bellezza che mi regala ogni giorno può darmi la forza per affrontare tutto, anche la mia solitudine.-

Parlarono di tante cose e quando l’orologio del duomo ricordò loro che erano passate già due ore, scesero svelte in cucina, dalle loro pagnottelle.

-Adesso bisogna spianarle ben bene con il mattarello. Ecco così, brava! Su una metà spalmiamo l’olio e sull’altra mettiamo tanta tuma, olive e alcuni filetti di acciuga.-

-Adesso la chiudo?-

-Sì. Con la forchetta fissa bene i bordi che bagnerai appena con un miscuglio di olio e acqua.-

La signora mise sul fuoco una padella con tanto olio che, dopo pochi minuti, cominciò a fare le prime bollicine, segno che era abbastanza caldo per poter cominciare a friggere le focacce. Una dopo l’altra le siciliane assunsero il loro colore dorato e in tutta la casa si diffuse un odore buono, conviviale, allegro, avvolgente come un abbraccio. Ne assaggiarono subito una: era buonissima!

-Ecco, guarda, queste le porti a casa.-

-Grazie, ma non doveva!-

Cettina non aveva detto alla sua nuova amica di aspettare un bambino, ma la signora la guardava come se sapesse, perché le donne sanno come si cambia, quale luce si accende negli occhi di colei che genera una nuova vita  e sviluppa il calore di un amore nuovo. Una donna lo sa.

-Ti raccomando, stai serena. Pensa a cose buone, affidati a ricordi belli e fatti sconvolgere dalla bellezza che trovi anche nelle piccole cose. La vita ti sorriderà sempre.-

Sorriso dopo sorriso, si salutarono con il cuore pieno di gratitudine.