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“Come fa l’onda là sovra Cariddi,/che si frange con quella in cui s’intoppa,/così convien che qui la gente riddi.” Dante Alighieri, LA DIVINA COMMEDIA-INFERNO, Canto VII, vv. 22-24

DUE MARI DIVERSI

-Scansati! Qua lavo io!-

Dal lavatoio arrivavano le voci concitate delle donne. Era arrivata Carmela a Cuzzulara, la prima donna del lavatoio: lei gestiva il lavoro delle lavandaie, decideva orari e giorni, stabiliva turni e si ergeva a giudice nelle contese su chi doveva lavare prima o sui posti da occupare. Tante erano le donne che arrivavano a piazza Bonadies con cesti carichi di panni: a Catania era risaputo che le acque del  fiume Longàne, che scorrevano all’interno del lavatoio di Cibali, avevano un potere pulente superiore a qualsiasi altro tipo di acqua. Lei, Carmela a Cuzzulara, lavandaia esperta, era una che contava e il suo soprannome indicava il fatto che fosse sposata con un cuzzularo. Nel quartiere avere un soprannome era normale e con quello si veniva immediatamente riconosciuti. Un notaio, nato, cresciuto e operante nel quartiere, usava redigere i rogiti inserendo anche gli epiteti dei firmatari dell’atto notarile.

Il marito di Carmela faceva u’ cuzzularu. Molti uomini a Catania sbarcavano il lunario raccogliendo le cozzole, le telline, molluschi bivalve di forma triangolare che popolavano numerose la Plaja, il litorale ai piedi dell’Etna, vivendo immerse nella sabbia. I cuzzulari partivano la mattina presto, alle prime luci dell’alba, per la raccolta dei molluschi che avrebbero venduto in bancarelle di fortuna nelle piazze, al mercato della Pescheria o alla Fera o Luni, il mercato di piazza Carlo Alberto. Il marito della Cuzzulara, u Cuzzularu, era un uomo mite e silenzioso, esile e delicato, con lo sguardo pieno di mare e di sole, sazio di quella bellezza che al mattino gustava affondando mani e piedi nella sabbia dorata ai piedi della Muntagna.

Com’era u mari oggi?-

-Bello!-

Il suo temperamento mite gli permetteva di stare accanto alla sua donna vulcanica, esplosiva e pronta a organizzare tutto, a decidere su tutto, a parlare e anche a sparlare di tutto. Quella donna era la sua roccia, era l’unica di cui si fidava ciecamente perché, lui lo sapeva, a Cuzzulara lo amava profondamente e aveva tanto fuoco in corpo da scaldare entrambi per tutta la vita.

-Buongiorno Rizzu! C’è confusione al lavatoio.-

-Buongiorno.-

 Filippo u rizzu, rispose appena, per educazione. Non gli piaceva quell’uomo arrogante e quindi, continuò il suo lavoro senza alzare lo sguardo dalla catena di una bicicletta che aveva perso un paio di perni.

-Oggi è proprio una bella giornata.-

-Vero.-

-Avete tanto da fare, vedo.-

-Sì, devo riparare tante biciclette e devo fare presto.-

-Buon lavoro, allora. Vi saluto.-

-Aspettate. Volevo sapere come sta Mimmo. Dov’è? Che fa?-

-Quel delinquente di mio figlio?-

Filippo avrebbe voluto gridargli il suo disappunto, ma si limitò a fare un cenno con la testa.

-Lavora su un peschereccio. Ora è a Milazzo. Si deve rinforzare le ossa, ava travagghiari.-

Il peschereccio su cui era imbarcato Mimmo era partito molto presto da Santa Maria La Scala. Il mare era calmo e continuò a farsi attraversare dall’ imbarcazione che di prora scatenava una schiuma bianca e un tripudio di gocce allegre, saltellanti in una sorta di giostra itinerante. L’alba era quasi giunta quando la barca era prossima allo stretto di Messina. La luna era alta, luminosa nel cielo e Tirreno da una parte dello Stretto e lo Ionio dall’altra avevano armato i loro soldati. Prima uno e poi l’altro avrebbero invaso i fondali, ora dell’uno, ora dell’altro mare e nello scontro avevano creato vortici di acqua salmastra e turbinii di onde che obbedivano alla grande madre, la Luna. Ora appariva rotonda, bella, alta nel cielo e i due mari si preparavano all’ invasione; ora appariva nascosta, mostrando un quarto del suo chiarore e Tirreno e Ionio si limitavano a brevi incursioni, ognuno nei fondali dell’altro. E quando era l’ora di stanca, le acque si riposavano, trovavano assetto, placavano l’ira di Scilla e Cariddi. Riprendevano presto le grandi manovre di invasione delle invincibili armate, mentre le barche attraversavano lente quei mari guerrieri.

Si distinguevano all’orizzonte, stretto tra Capo Peloro e Punta Pezzo, i colori decisi del nuovo giorno in arrivo: rosso, rosa, arancio, blu, grigio, mentre dietro le rocce calabresi arrivava il bagliore luminoso del sole. Mimmo guardava estasiato quell’imbuto di mare e pensò che era proprio un ragazzo fortunato: stava vivendo la sua vita con quella libertà che mai avrebbe immaginato e se ne nutrì ascoltando il suono del mare, il silenzio dei colori dell’alba e l’ energia delle voci di pescatori impegnati nell’avvistamento di un grosso pesce.

-Va’ cchiù susu!! Tuttu rittu, comu ora!! Acchiappalu! Acchiappalu!-

Il ragazzo si mostrò divertito da quelle voci che si sovrapponevano, si rincorrevano allo stesso modo con cui seguivano lo spostamento di quel pesce sulla superficie del mare.

-Don Vicè, ma che fa quello là sopra?-

A Don Vicè quel ragazzo piaceva, gli piaceva il suo coraggio, l’inconsapevole tenacia con cui seguiva il suo destino.

-Quella barca si chiama luntro e i pescatori la usano per pescare il pescespada. Sai perché si chiama così questo pesce?-

-Perché ha una spada sopra il muso.-

-Sì, e gli serve per tagliare le correnti che qui sono forti. Vedi, proprio al centro del luntro, c’è un albero che si chiama farere. In cima al farere sale l’avvistatore che appena il pescespada viene segnalato, a gran voce ne indica il percorso a pelo d’acqua e la barca si muove al suo inseguimento. I rematori remano più forte, incitandosi a vicenda e il fiocinatore, ritto a poppa, aguzza la vista e con mira spesso infallibile, infilza il pesce. Sai che quando  si avvista una coppia di pescespada si infilza prima la femmina? Il maschio non la lascia, le sta sempre vicino e così è più  facile infilzare pure lui.-

-Mamma mia! E’ brutto così!-

-Eh sì, ma queste sono le leggi della pesca.-

Don Vicè strizzò l’occhio al suo giovane amico e si lasciò dietro le voci dei pescatori dello Stretto. Il sole segnava già una lunga scia luminosa sul mare Ionio e Marunnuzza navigava vicina al mar Tirreno, alla volta del porto di Milazzo.