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Palermo anni ’50

“Il comportamento di tutti i simboli è strettamente determinato dallo stato dell’intero sistema nel quale risiedono.” Douglas R. Hofstadter, GӦDEL, ESCHER, BACH: un’Eterna Ghirlanda Brillante, Adelphi Edizioni, Milano, 2011, pag. 355

COCO’

-Cara Cettina, cara sorellina mia,

quanto mi manchi! Sono qui, a Palermo, tra gli odori e il chiacchierio della gente che a noi sono sempre piaciuti tanto. Sono qui. Finalmente, mi viene da pensare. E’ la serenità che ci mancava, la spensieratezza, la possibilità di essere noi stessi. Il viaggio in treno con la zia non è stato interrotto da nessuna mucca dondolosa. Ricordi? Il nostro ultimo viaggio insieme per Palermo è stato lungo ma divertente. La zia non ha detto una parola per tutto il tragitto. Ascoltavo in silenzio il rumore del treno che come un basso continuo faceva da sottofondo alle voci di altri passeggeri, al pianto di qualche bambino, ai colpi di tosse di un vecchio, ai discorsi spavaldi di un gruppo di giovani. Arrivate a Palermo mi attendeva l’immancabile arancina e la nonna mi ha abbracciata forte e, io lo so, in quell’abbraccio c’ eri anche tu.-

Nunzia era arrivata a Palermo con il sangue che le ribolliva di emozione. Era nella città della zia, della nonna e che un tempo era stata la città di sua madre. Nunzia amava Palermo e sapeva che anche Cettina ne era innamorata. Era la città dell’affetto, dei profumi dell’accoglienza dove ogni cosa richiamava alla storia di una terra che raccontava di fenici, arabi e normanni. Pensò che anche l’arancina, come diceva la nonna, aveva il compito di riportare alla mente la storia: tonda e rossa come le cupole di alcune chiese che all’interno custodivano ricchi mosaici, dorati come lo zafferano che avvolgeva i ricchi sapori della mitica arancina.

Avrebbe frequentato la scuola del Protonotaro. La zia l’aveva accompagnata il primo giorno per indicarle la strada che avrebbe dovuto percorrere per raggiungerla. Partirono a piedi da corso Tukory, lasciandosi alle spalle l’antico e pesante portone che  racchiudeva un’ imponente scala in marmo, con passamano in ferro battuto e che avvolgeva gli appartamenti del palazzo che si alternavano ora a destra, ora a sinistra a seconda del giro che facevano gli enormi gradoni. Arrivarono a Porta Sant’ Agata, un’antica Porta, dove si pensava fosse passata Sant’ Agata per andare a Catania e subire il martirio.

-Noi oggi passiamo da qua, ricordiamo Catania e la sua Santuzza e andiamo verso il tuo futuro.-

La zia le strizzò l’occhio e proseguirono attraversando il quartiere dell’Albergheria, le cui strade strette come vicoli e lastricate in pietra, accoglievano le voci degli abbanniatori del vicino mercato di Ballarò. 

Arrivarono quindi nell’antica via del Protonotaro che collegava una piazza, piazza dell’Origlione, con via Vittorio Emanuele. Una strada stretta, un cordone di congiunzione tra la Palermo da sempre popolata da mercanti, maghi, donne vocianti per le strade, e il Cassaro, elegante e signorile, ricco di palazzi, chiese e monasteri.

-Perché Protonotaro? Perché questo nome?-

-Il Protonotaro era un personaggio potentissimo in epoca normanna e sveva, con incarichi importanti. Era un consulente del re. In particolare, il nome di questa via ricorda don Ignazio Papè, Protonotaro del Regno delle due Sicilie, che proprio qui fece costruire la sua sontuosa residenza. Distrutta dalle bombe durante la guerra.-

La voce della zia si fece triste, arrabbiata. La guerra aveva fatto solo cose terribili.

-Dante, nella Divina Commedia ne ricorda uno molto importante: Pier della Vigna. Avrai modo a scuola di leggerne e studiarne i versi.-

Arrivarono quindi davanti l’ingresso della Scuola Media del Protonotaro, si salutarono e Nunzia si mischiò agli altri studenti dell’istituto.

-Cara Cettina, sono così contenta!

I miei compagni di classe sono simpatici e anche bravi. A parte qualcuno, ovviamente! I professori sono molto rigorosi e attenti. Pretendono disciplina e curano molto la preparazione di noi studenti. Io cerco di fare del mio meglio, me lo impongo ogni giorno, anche se l’altro ieri sono stata rimproverata dalla professoressa di religione. Indossiamo tutti un grembiule nero in classe, il mio è abbottonato dietro. L’ora di religione è pesante, non fosse altro perché copre l’ultima ora di una giornata in cui si è stati impegnati in latino, matematica, italiano. E’, quella, un’ora in cui si freme per uscire e tornarsene a casa. Ho pensato di eludere l’attenzione dell’insegnante cominciando, piano piano e con lo sguardo da interessata alla lezione, a sbottonare il mio grembiule: la professoressa non si sarebbe accorta che una delle mie mani trafficava alle mie spalle. E invece no! Se n’è accorta, mi ha rimproverata e, per punizione, sono uscita per ultima dalla classe. Bisogna essere troppo bravi per fare i furbi e io, proprio in materia di furbizia, avrò sempre un voto bassissimo.-

A volte la nonna le chiedeva di andare a comprare le uova dal lattaio. La famiglia del lattaio viveva in una di quelle case a piano terra con una porta d’ingresso che poteva fungere anche da finestra. Chiusa la parte inferiore, dalla parte superiore della porta si sporgeva il mezzo busto di una signora con uno sciallino di lana, lavorato all’uncinetto che le copriva le spalle per buona parte dell’anno. Affacciata all’apertura della sua casa, la donna svogliatamente seguiva il passaggio della gente, aspettando che succedesse qualcosa che la scuotesse dalla monotonia della sua giornata.

-Buongiorno! Mi da’ dieci uova?-

La moglie del lattaio apriva anche la parte inferiore della porta e la faceva entrare. Le uova si trovavano dentro una credenza che ingombrava una stanza piena di cose. Su un divano stava seduto un ragazzo altissimo e magrissimo: lo chiamavano  Cocò, forse per ricordare le galline o forse per trovare un appellativo veloce che raggiungesse presto la sua attenzione. Fatto sta che Cocò si allungava, la sua figura si assottigliava, spalmandosi lungo i suoi muscoli e le sue ossa, arrivando a superare i due metri. In quella stanza c’era un’atmosfera di indifferente confusione, ognuno faceva le sue cose, scansandosi a vicenda: la donna cercava una bustina dove mettere le uova, Cocò non proferiva parola e il lattaio trafficava tra i suoi bidoni d’alluminio, sparsi per la stanza.

-Vuoi pure il latte?-

-No, no. Grazie!-

Nunzia guardava Cocò, ma Cocò non guardava nessuno. Il viso scarno, gli occhi affossati e un grosso naso aquilino erano incorniciati da una liscia capigliatura.

–Pari na canna pi stenniri!- pensò la ragazza associando quel corpo lungo e scarno, alle canne che le donne usavano per stendere i panni. Ne aveva viste tante di quelle canne lungo i marciapiedi. Le donne che si affacciavano a mezzo busto, stendevano i panni su una corda legata a due chiodi piantati sulla facciata della casa a piano terra. La canna, che inforcava la corda nel suo punto di mezzo, veniva posizionata sul muro per tenere in alto i panni. Più era lunga la canna, più lenta doveva essere la corda e più panni si potevano stendere.

-Quant’ è?-

-Dammi 100 lire.-

Nunzia pagò e salutò. Salutò anche Cocò che rimase fermo e rigido nella sua lunghezza, come ‘na canna pi stenniri secca e tesa, aggrappata al suo muro di esistenza.