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“Un uomo che dorme tiene in cerchio intorno a sé il filo delle ore, l’ordine degli anni e dei mondi. Svegliandosi li consulta d’istinto e vi legge in un attimo il punto che occupa sulla terra, il tempo che è trascorso fino al suo risveglio; ma i loro ranghi possono spezzarsi, confondersi”. Marcel Proust, ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO-DALLA PARTE DI SWANN, OscarMondadori, Milano, 2011, pag. 7

Comare di fazzoletto

Aveva dormito tutta la notte in compagnia di un sogno che la vedeva vagare nel giardino del cavaliere. C’era tanta gente, alcuni con abiti di scena e poi… sì ecco… c’erano tanti fogli bianchi che svolazzavano dai rami degli alberi. Ogni foglio aveva un foro attraverso il quale passava un laccio che lo legava ad un ramo. Ritagli di carta, piccoli, grandi, medi e su ognuno era scritto qualcosa. Nessuno parlava. I personaggi che popolavano il giardino camminavano tutti lentamente con un libro bianco in mano su cui erano scritte delle indicazioni: ramo uno, ramo due, ramo tre e così via. Tutti si muovevano secondo ciò che sventolava da quei rami. Ad un tratto le fu vicina una coppia di giovani sposi e le indicarono un foglio: VIENI VIA CON ME. Cettina lesse e si girò per cercare qualcuno. Erano tutti scomparsi, non c’era più nessuno, era rimasta sola e tra gli alberi era rimasto solo quel foglio che diventava sempre più grande, sempre più grande.

Si svegliò in preda ad un’angoscia che smaltì guardando attraverso i vetri della finestra. Non era una bella giornata, piovigginava e il cielo era scuro. Pensò che sarebbe scesa comunque in piazza per incontrare Adelina e raccontarle di quello strano sogno.

Decise quindi di alzarsi dal letto. Si stropicciò gli occhi e si passò le mani tra i capelli. Poi cercò di indossare le ciabatte, ma ogni mattina era la stessa storia: non riusciva mai di trovarle ai piedi del letto, doveva per forza cercare in giro per la stanza come se anche le sue ciabatte la notte vagavano tra sogni impossibili per poi tornare ad occupare quella stanza, unico posto dove erano costrette a stare con tutta la noia e il disordine di una vita in bilico tra la voglia di scappare e la paura di dovere rimanere. Ne trovò una sotto il letto e l’altra tra le pieghe sinuose della tenda appesa alla finestra.  Cettina indossò le sue ciabatte e andò in cucina. Sua madre sfaccendava tra fornelli e lavello mentre suo padre fumava una sigaretta guardando fuori dalla finestra.  

-Non sai niente, vero?-

Suo padre la guardava e la interrogava come a volerla sfidare. Erano passati alcuni giorni dal suo ritorno da Palermo e non le aveva rivolto mai una parola. Quella mattina sembrava avesse voluto approfittare della giornata uggiosa, del silenzio di voci interrotto dal rumore della pioggia. Quel giorno, aveva deciso. Le poteva parlare.

-Di tuo fratello, voglio dire. Non sai niente? Se sei stata tu a farlo scappare, ti dico che hai fatto bene.-

Rimase pietrificata da quelle parole e con gli occhi cominciò a cercare il resto di quella dichiarazione. Con sopracciglia inarcate su occhi carichi di domande, si girò verso la madre.

-Mimmo sta lavorando per uno che conosce tuo padre. E’ un pescatore che lo ha preso con sé, sul suo peschereccio. Ci farà avere lui notizie di tuo fratello.-

La ragazza non aprì bocca. Cosa poteva dire in fondo se tutto era deciso, se quei genitori sembravano avere uno scopo preciso in quel momento: pianificare la vita dei loro figli.

Da qualche giorno Salvatore le faceva trovare dei biglietti sotto la porta: un saluto affettuoso, un invito a vedersi in piazza, un complimento. Sembrava costruisse un altro pezzo di quel puzzle tramato insieme ai genitori di Cettina; sembrava volesse dare un tocco di romanticismo al risultato finale di un misterioso patto.

-Prova il vestito verde, quello che hai messo per il matrimonio di Giuseppina. Vediamo come ti sta- proruppe all’improvviso la madre.

Presto si sarebbe celebrato il battesimo della figlia di un cugino e Cettina era stata scelta come comare di fazzoletto. Era un’usanza che allargava il cerchio delle persone protagoniste dell’evento: il papà, la mamma, il bimbo o la bimba, il padrino, la madrina, il prete e la comare di fazzoletto, tutti davanti la fonte battesimale, attorno a un piccolo bimbo che avrebbe ricevuto il primo Sacramento. Cettina avrebbe portato con sé un fazzoletto di lino con orlino a punto a giorno e con l’iniziale del nome del bimbo, ricamato a punto ombra in uno dei quattro angoli. La funzione della comare di fazzoletto era quella di asciugare la testa al bambino dopo che il prete per tre volte l’ aveva bagnata con acqua benedetta, secondo il rito essenziale del Sacramento del battesimo. Era stata la moglie di suo cugino a chiedere a Cettina di fare da comare di fazzoletto. Erano molto amiche anche se Rosaria era qualche anno più grande. Da quando si era sposata, si incontravano a casa sua e  durante la gravidanza, condivideva con la sua amichetta lo stupore di quella vita che le stava germogliando nel ventre.

-Guarda, si sta muovendo! Poggia la mano sulla mia pancia. Senti? Senti la manina? Sì, deve essere la sua manina.-

Rosaria portava vestiti ampi, come tutte le donne gravide, ma lei spesso metteva un cinturino proprio sotto il seno prosperoso, evidenziando così la sua maternità. Era raggiante.

-Saro vuole un maschio e maschio sarà, perché io lo voglio fare contento.-

Cettina la guardava. Era felice per lei che poteva decidere di avere un figlio maschio: sua madre una volta le disse che quando era incinta di lei, era sicura che fosse un maschio e invece era spuntata una femmina. Spuntata? Come un fiore selvatico che “spunta” senza il volere di nessuno, ingombrando un campo fatto per altri tipi di fiori, più utili, più forti. A sua madre quindi era andata male. Anche Rosaria dovette accettare di partorire una femmina e le sembrò di avere fatto un torto a suo marito. La stanchezza del parto le portò via ogni energia che recuperò presto, quando i suoi occhi si riempirono di gioia. Lacrime di felicità le sgorgavano leggere sul viso mentre il suo uomo, seduto accanto a lei, coccolava  la loro piccola stella, bella come il sole.

Cettina provò il vestito verde. Le stava un po’ corto ed era stretto di petto: non poteva indossarlo, non era più adatto a lei. Era cambiata. Non era più una ragazzina, era una donna in fiore: i suoi seni rotondi e i suoi fianchi parlavano di un’altra Cettina, raccontavano di desideri nuovi, di tormenti strani che sconvolgevano l’anima con fremiti che le sfioravano la pelle e non aveva ancora conosciuto. Sua madre la guardò con occhi carichi di stupore, di triste stupore. Era cresciuta, sarebbero presto cambiati i rapporti con quella figlia ed ebbe paura di soffrire. Forse non era stata una buona madre, il suo ruolo era spesso compromesso da quello di moglie. I suoi figli, da bambini, le avevano dato la possibilità di evadere dall’idea di sentirsi una pedina nelle mani dell’uomo a cui aveva affidato la sua vita. Cettina era cresciuta e presto sarebbe andata via da casa con Salvatore, che tanto piaceva in famiglia. Era il corso della vita, era così che doveva andare e abbassò lo sguardo.

-Va beh! Metterai qualcos’altro. Vedi di là, nell’altro armadio, nella mia stanza.-

La ragazza ubbidì. Si diresse nella camera dei genitori, aprì l’armadio e cominciò a rovistare tra i vestiti appesi. Ne notò uno che aveva visto indossare a sua madre quando era più giovane. Era a fiori, con una scollatura a punta sul davanti e fermo in vita da un cinturino di stoffa rossa. La gonna era ampia e leggera e alla mamma stava tanto bene. Lo provò e vide che era perfetto, le piaceva tanto. Tornò da sua madre che subito esclamò:- Quanto sei bella!-

Mai le aveva detto una cosa del genere, non le aveva mai fatto un complimento così. Affondarono gli sguardi uno nell’anima dell’altra e si scoprirono donne a confronto.