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A queste rive chiare/venite/prendendovi per mano;/un inchino, un bacio,/e s’acqueti il mare;/muovete a passo di danza/e il ritornello dite/che l’eco non suoni in distanza,/o spirti soavi, tra il folto/dei boschi e il mare:/in ascolto! In ascolto!” William Shakespeare, LA TEMPESTA, edizione BUR, Milano 2008, pag. 115

ROSETTA

Fazzoletti di nuvole colorate dal sole nascente, si muovevano lente nel cielo e la luna era quasi scomparsa. Il mare disegnava l’orizzonte più scuro per segnare un confine, per concentrare più tempo, più vita. La barca aveva raggiunto i faraglioni di Aci Trezza e lei ancora remava. Ma quanta forza aveva in quelle braccia! Non l’aveva degnato di uno sguardo, non gli aveva rivolto una parola. Guardava dritto davanti a sé e muoveva la testa come se comunicasse in silenzio con qualcuno. Era una strega, sicuramente! Una di quelle che parlano con i morti e vedono creature strane volteggiare nel cielo. Una che nel mare, negli abissi del mare, doveva avere una casa dove i pesci entravano e uscivano per prendere e distribuire le pozioni magiche che lei preparava per tutti i problemi del popolo marino. Qualcosa doveva essere andato storto, era troppo arrabbiata e su quell’imbarcazione aleggiava un vento di disperazione, di assenza. Vide in lontananza avvicinarsi una barca e poi un’altra e un’altra ancora.

-Rosetta! Dove vai?-

-Rosetta! Stai attenta!-

-Rosetta, torna indietro!-

Poi, le voci si sciolsero e le figure dei pescatori si dileguarono tra i colori di quell’alba stregata. Il mare aveva ingoiato le voci e lei, Rosetta, continuava a remare. Cominciò  a soffiare un vento che viaggiava veloce e sembrava intenzionato a prendersi quel giorno per diventarne il protagonista assoluto. Onde come zampe di leone si facevano avanti, si allungavano e si moltiplicavano e in lontananza nuvole scure invadevano il cielo.

-Qui si mette male! E’ arrivato Libeccio.-

Rosetta con lo sguardo duro e deciso, impugnò più forte i remi e sfidò il vento. Le nuvole toccarono le onde e le onde si aggrapparono alle nuvole. Il vento legò insieme onde e nuvole e Mimmo si trovò in un vortice bianco che sapeva di acqua salmastra. Rosetta stava seduta a poppa. I suoi capelli seguivano il vortice e lei assorbiva il turbinio di quella tempesta e ne diventava elemento mentre, ammaliata dalla musica del mare, si lasciava pettinare i capelli dal vento. Era bella come una dea. La barca, colpita più volte, riemergeva vittoriosa. Una, due volte e per mille volte fino a quando un’onda più grande la colpì sul fianco dove stava rannicchiato il ragazzo che batté la testa e svenne.

 La falce della luna crescente era arrivata a toccare le onde. Ne raccoglieva la schiuma e pesci laboriosi e segretamente di lei innamorati, sistemavano la bianca spuma sull’arco di quel sorriso stampato nel cielo. Era tempo di pulire la parte nascosta e buia della luna e prepararla allo splendore, alla chiarezza delle promesse sepolte e dei sogni irrealizzati. Un pesce più grande di tutti prese Mimmo sul dorso e guizzando tra le onde spumose, arrivò lì dove il buio non giungeva e tutto era bianco. Anche il pesce più grosso di tutti si mise al lavoro, mentre il giovane uomo, seduto sul bordo lunare, guardava il mare che, ceduta la schiuma alla luna, cominciava a riflettere una luce sempre più sfolgorante. Tra i raggi di quella luce riflessa si aprivano occhi a lui familiari che lo osservavano: suo padre, sua madre, Cettina e tutti gli amici della piazza da cui era scappato. La leggerezza che lo aveva portato lassù si colmava di quel buio che aveva alle spalle. Cominciò a diventare pesante. Era tempo di tornare al suo mondo, era tempo di continuare a cercare una strada. Scivolò da quel bianco lunare e con un tuffo si trovò tra le onde a lottare.

-Ho paura! Lasciatemi stare! Non so dove andare!-

-Ragazzo! Svegliati! Chi sei? Di cosa hai paura?-

Era disteso su una spiaggia nera, come di lava tritata, circondato da barche tirate a secco e pescatori scalzi, con pantaloni larghi e camicie sbottonate. Riconobbe tra tutti la ragazza della barca, partita da Ognina con lui a bordo che non sapeva cosa lo aspettasse da quell’insolito e strano viaggio.

Lo presero per le braccia e lo accompagnarono all’interno di una casa chiusa da una tenda pesante.

-Tieni, asciugati. Hai fame?-

Gli offrirono un tozzo di pane e dei pomodori cercando di capire da dove fosse sbucato quel ragazzo affamato. Il sole era già alto, e nella baia del piccolo porticciolo di Santa Maria La Scala il mare era calmo. Solo alcune onde abbracciavano l’antico borgo marinaio.

-Sono partita da Ognina stamattina presto e me lo sono trovata dentro la barca. Poi il mare ha cominciato ad arricciarsi un poco e questo poveretto si è agitato e ha sbattuto la testa.-

Si misero tutti a ridere.

-U figghiu! Chi sapi do mari? ‘Stu mari non fa trimari, t’annaca sulu un pocu, babbu![i]

Un uomo alto, robusto, dalla pelle arsa dal sole e dal sale del mare, lo guardava fisso.

-Io ti conosco.-

E continuava a fissarlo, sforzandosi di cercare nella sua mente immagini, strade, persone, luoghi da associare al viso di quel ragazzo.

-Io ti conosco. Tu sei il figlio di…- ma ancora non aveva centrato l’immagine giusta.

Mimmo scolorì. Possibile che quel padre rabbioso lo raggiungesse anche attraverso gli occhi degli altri! Girò il viso a guardare altrove, come per nascondersi, per sfuggire a quella ragnatela, quella trama di fili che la vita portava irrimediabilmente a lui. Poi sentì la voce di Rosetta. Aveva perso il timbro sicuro di quando l’aveva sentita dialogare con il mare. Era una voce piegata dal dolore, affievolita dal vento burrascoso degli eventi.

-Prima, sì prima di sparire, erano trascorsi giorni difficili.  Che dico giorni! Mesi, anni!-

Raccontò di quella sera che suo fratello salutò la madre malata e disse che andava a lavorare su un peschereccio.

-Sapevamo che non era così, che ci nascondeva qualcosa. Da un po’ di tempo faceva tardi la sera ed era sempre pensieroso. Seppi poi che frequentava dei ragazzi che facevano politica, che era stato coinvolto in risse e tafferugli e la polizia lo cercava.  

-Quella sera, aveva attraversato la porta con determinazione, senza ripensamenti, senza mai girare lo sguardo verso la casa dove era cresciuto, verso nostra madre che,  guardandolo come fosse l’ultima volta, bisbigliò appena qualcosa. La vidi farsi piccola piccola. Si avvolse in uno scialle e si sedette sul letto. Poi si distese e si girò su un lato a guardare il muro segnato dall’umido, dalla miseria. Da quel giorno il suo corpo si arrese alla nostalgia e il suo cuore, già ammalato, le toglieva la voglia di vivere. Non era quella la donna forte e coraggiosa che era mia madre. La ricordate voi? La ricorda lei, signora Carmela? Non si fermava davanti a niente. Neanche le bombe la fermavano.-

Certo che ricordava. Grazie alla madre di Rosetta era ancora viva. Partivano presto, all’alba, da Ognina per raggiungere Misterbianco. Lungo la strada incontravano altra gente che affrettava il passo per mettersi in fila davanti la porta del fornaio. Il pane veniva distribuito alle otto del mattino. La procedura era sempre la stessa: ci si metteva in fila, si presentava il foglio dell’annona, il fornaio consegnava il pane e metteva un timbro sul foglio per l’avvenuta consegna. Si tornava quindi alle proprie case, sperando che per quel giorno, e anche per i giorni a venire, non arrivasse funesto il suono delle sirene. Un giorno, erano quasi arrivati a piazza Stesicoro, l’allarme antiaereo iniziò a suonare forte e la gente che si trovava per strada iniziò a correre per raggiungere  il rifugio più vicino. Grida, spintoni, paura. La signora Carmela inciampò e cadde per terra. Lucia fermò la sua corsa, si girò a cercare l’amica. La vide qualche metro distante da lei, per terra, dolorante. Tornò sui suoi passi e trascinò via la donna.

-Presto, spicciamunni! Presto, al rifugio!-

Riuscirono ad arrivare in tempo all’antico anfiteatro dove c’era già tanta gente. Intanto fuori da quelle pietre antiche si scatenava l’inferno.

-Era un ragazzino mio fratello quando partecipò, insieme al fratello di mio padre, alla grande protesta del “Non si parte”.-

– Ni siccau u cori quannu arrivò dda cattulina![ii]

Un’altra donna del borgo marinaio ripensò a quel giorno che il postino bussò alla sua porta e le consegnò una cartolina rosa.

-Perché? Che vogliono ancora da noi?-

Erano arrivati gli americani, si pensava fosse tutto finito: la guerra, le bombe. La miseria no, quella esalava dalle macerie, dalle case vuote degli uomini che non erano tornati. Partire poi, per chi? Per quale causa? Per un trattato di pace che avrebbe sacrificato ancora le famiglie? Nessuno credeva più al re, agli americani, né tanto meno ai fascisti. “Non si parte” era il grido univoco che circolava rabbioso per le strade della città e mossero tutti verso il distretto militare e poi verso il palazzo comunale.

-Davanti al comune hanno ucciso Antonio…-

Rosetta e Antonio erano diventati amici, più che amici. Si incontravano alla Judecca, antico quartiere ebraico vicino la pescheria e facevano lunghe passeggiate fino a castello Ursino. Poi la portava fino a monte Vergine, all’antico monastero dei benedettini dove gli studenti si riunivano e discutevano di politica. Antonio non era uno studente ma si era appassionato ai loro discorsi. Era giovane e anche lui sentiva dentro di sé il fuoco della rivolta, del cambiamento. Quando arrivarono le cartoline non esitò a scendere in piazza con i suoi amici studenti. Quanta gente si era riversata per le strade: uomini, donne, giovani e meno giovani, tutti stanchi e affamati.

-Giuseppe vide Antonio strapazzare a terra mentre si alzavano grida furiose e si incendiava il palazzo del comune.-

-Anche io ero in piazza quel giorno. Ricordo la rabbia di noi pescivendoli quando ci dissero che non si era deciso niente per l’abbattimento del prezzo calmierato. Loro decidevano quando farci uccidere al fronte, loro decidevano quanto pane dovevamo mangiare al giorno, loro decidevano a quanto dovevamo vendere il pesce che noi la notte pescavamo…-

-Calmati, non fare così! E’ passato!-

La signora Carmela cercò di rasserenare l’animo di suo marito a cui era rimasta una ferita aperta di quella giornata terribile.

-E tuo padre? Come sta tuo padre Rosetta?-

-Si sentiva responsabile di tutto. Credeva di non essere stato capace di fermare suo figlio e per questo di essere stato la causa della morte della mamma. Stava tutto il giorno su una sedia con la testa tra le mani a pensare, riflettere, ricordare. Una sera mi disse che voleva farsi la barba prima di andare a letto. Gli dissi che poteva farlo il mattino seguente con la pelle più distesa. Si convinse e andò a letto. Andò a letto, si coricò, si addormentò e morì.  Non c’è più mio padre. Non ho più nessuno, solo un fratello perso dietro a ideali più grandi di lui.-

Rosetta volse lo sguardo al cielo per dare voce a un pensiero, a un ricordo che sgorgava dalle sue viscere e si scioglieva come un’onda su quel borgo di pescatori, dove il sole, ormai alto nel cielo, seminava stelle brillanti sulla superficie del mare.

-Senti, Rosetta. Domani usciamo con il peschereccio, il mare dovrebbe essere buono. Andiamo verso il Tirreno e quindi attraverseremo lo stretto. Puoi venire con noi.-


[i] Figlio! Che ne sa del mare? Questo mare non fa tremare, ti dondola solamente un poco, stupido!

[ii] Il nostro cuore è diventato secco (come foglia morta), quando è arrivata quella cartolina