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“E tu, e noi chi siamo? Figure emergenti o svanenti, palpiti, graffi indecifrabili. Parola, sussurro, accenno, passo nel silenzio”. Vincenzo Consolo, NOTTETEMPO, CASA PER CASA, Mondadori editore, Milano, 1992, pag. 71

A PICCIRIDDA

Il treno era partito in orario da Palermo e il viaggio non fu interrotto da nessuna mucca dondolosa e pacioccona. Le stazioni si susseguivano una dopo l’altra, come una sfida: Bagheria, Altavilla, Trabia, e poi Termini Imerese, Buonfornello, Campo Felice di Roccella, ultime tappe dove la linea ferroviaria lambiva la costa e il mare era lì a manifestare la sua libertà infinita. Poi all’improvviso quella libertà veniva interrotta con uno stacco netto: all’improvviso era tutto giallo, secco, arso dal sole che non vedeva il mare. Il treno aveva continuato il suo percorso per attraversare prima le coltivazioni di carciofi della piana di Cerza, poi le colline aspre e desolate che da Scillato avrebbero disegnato il paesaggio fino a Enna, dove l’Etna già si mostrava in tutta la sua magnificenza. Il tempo di quel viaggio si avvolse in un attimo. Troppo presto erano arrivati a Catania. L’ansia del suo ritorno a casa aveva raccolto la matassa delle ore trascorse in treno e la depositò proprio in mezzo al petto.

-A picciridda, arrivò a picciridda!-

Erano tutti stranamente accoglienti. Suo padre sedeva su una poltrona e ascoltava la radio. Sua madre si affrettò a farla entrare e  preparò da mangiare. Era domenica e a pranzo era venuto anche Salvatore, un ragazzo del quartiere. Mostrava una certa confidenza con suo padre: parlavano, scherzavano e entrambi le posavano gli occhi addosso come a suggellare sulla sua figura uno strano patto, come se proprio su di lei avevano costruito un inconfessato progetto. Di Mimmo non parlava nessuno e lei non aveva il coraggio di chiedere. Rischiava di accendere una miccia su una storia a cui lei stessa aveva dato l’avvio. Forse durante la sua assenza tutto si era risolto. Ma come? Dimenticarsi di un figlio è impossibile, almeno a una madre. Sembrava tutto così strano.

Da quando era tornata, ogni domenica Salvatore pranzava da loro e tutte le sere della settimana andava a trovarli e portava qualcosa, un dolce o un giocattolo per la sorella più piccola, e lei, Cettina, doveva farsi trovare sempre in ordine. Non capiva più niente. Anche la mamma sembrava complice di una trappola. Ma cosa stava succedendo? Era come se stessero tramando di legarle mani e piedi a una sedia con il volto rivolto verso una realtà che non le apparteneva. Suo padre, la sua mamma, Salvatore! Si muovevano come delle ombre di una vita che le veniva imposta senza spiegazioni, senza che mai, quelle ombre, la guardassero negli occhi. Fuori, in piazza Buonadies, c’era un brulicare di gente: c’erano le sue amiche, le fantasie appena bisbigliate di giovani ragazze che portavano in giro i loro sorrisi maliziosi e complici.

Presto ci sarebbe stata la festa della Madonna e il quartiere cominciava a vestirsi di luminarie e bancarelle di noccioline, crispelle e zucchero filato. In giro, tra le viuzze antiche di quel borgo che scivolava verso il mare, ondeggiavano storie di una Catania ricca e intraprendente. Tutti nel quartiere ricordavano il cavaliere Alfredo Alonzo, ricco imprenditore catanese che, travolto dalla fama do cinematografu, aveva trasformato il borgo in una grande “città cinematografica”. Voleva, il cavaliere, portare agli onori della cronaca nazionale, e perché no, mondiale, il cinema catanese e fondare una casa cinematografica che fosse stata capace di arrivare a quel successo a cui era arrivata la Itala Film di Torino. Quest’ultima aveva trionfato con il film CABIRIA, le cui scene esterne erano state girate proprio a Catania. Era il 1913 quando attori, registi, comparse e costumisti occuparono la città per raccontare la storia di una bimba catanese rapita, approfittando della confusione che un’eruzione vulcanica dell’Etna aveva generato tra la popolazione. Il film ebbe un successo strepitoso, anche in America.

-Ti ricordi? Quanto abbiamo lavorato per il cavaliere! Bisognava fare presto e bene!-

La meraviglia era stata tanta! Il 31 dicembre del 1913 il cavaliere aveva inaugurato la casa cinematografica ETNA FILM che, nelle intenzioni del suo fondatore, doveva essere la più grande d’Italia.

-In piazza Stesicoro non si poteva passare quando all’Olympia proiettavano un film do cavaleri-

-Ricco, era ricco don Alonzo. Però, forse fici un passu troppu longu!-

-Eh sì! Poi c’è stata pure la guerra…-

-Sì, sì…pure suo figlio è partito per la guerra! Mah!-

Il successo iniziale dell’ENTA FILM aveva incoraggiato il cavaliere a cimentarsi in un kolossal, trasformando la villa di Feudo Coniglio in una reggia, impegnando attori famosi e più di trecento comparse, facendo costruire una galea seguendo un antico e prestigioso modello.

-Come si intitolava quel film dove abbiamo fatto la comparsa pure noi?-

-Ma come? Non ti ricordi? Christus, ma non c’entrava niente con Nostro Signore. Era n’autra cosa…-

-Ricordo il giorno che ci ha fatto fare pure gli attori! A noi, che manco sapevamo come muoverci in quei vestiti!-

-Però è stato bello! C’era un sacco di gente importante al porto di Ognina e la Montagna taliava tutti cosi!-

Il Kolossal che aveva impegnato notevolmente le casse della casa cinematografica di Cibali, narrava dell’amore impossibile della corrotta governatrice di Siracusa di nome Xenia per il giovane Christus che invece amava la dolce Myriam.

-Ho sentito che però non ha avuto tanto successo questo film e il cavaliere ha avuto poi un sacco di problemi, anche se ha prodotto altri film.-

-E certo! Sennò perché doveva chiudere? Peccato! Stringe un po’ il cuore a vedere tutto chiuso e abbandonato!-

Anche Cettina, una volta, con le sue amiche era andata a curiosare. Avevano potuto vedere poco anche se, dalla strada si potevano ammirare gli alberi e le piante maestose dei giardini, la grande villa con balconi e finestre che testimoniavano una ricchezza d’altri tempi.

-Io sarò una principessa e vivrò in un palazzo con cuochi e camerieri e poi…-

-E poi finiscila che dobbiamo tornare a casa, altrimenti sono guai, altro che principessa!-

Già, altro che principessa! Suo padre era tra quelli che avevano lavorato per il cavaliere, ma era rimasto un bifolco, non aveva cambiato per niente la sua natura. E anche lei voleva fuggire da quella casa, quella caverna dove si muovevano ombre che pretendevano di essere protagoniste della sua vita.

Sarebbero cominciati presto i festeggiamenti per la festa rionale, e avrebbe chiesto a suo padre di potere rimanere più tempo in piazza con le amiche; oppure avrebbe partecipato alla processione per poi dileguarsi in una delle vie che portavano alla stazione; oppure avrebbe chiesto a un’amica della mamma, che veniva per la festa della Madonna di Cibali ma viveva a Misterbianco, di ospitarla a casa sua; oppure…E mentre sommava questi “oppure”, si addormentò, distesa sul suo letto, e si trovò nei giardini del cavaliere.