Tag

, , , ,

I sogni vivono in noi e noi viviamo nei sogni

REMA NEL MARE

Uscito da casa, Mimmo era rimasto un attimo fermo davanti a piazza Bonadies, la sua piazza: abitata ancora dal silenzio della notte, gli sembrava grandissima. Avvertì una paura diversa da quella che provava quando doveva affrontare la furia di suo padre. Sentì il brivido dell’incertezza di una storia che si trovava oltre quella piazza e che lo attirava con adulazioni misteriose: oltre la piazza fluttuavano pensieri, figure, parole che attendevano di far parte della sua vita. Non poteva rimanere lì, né voleva tornare indietro. Decise quindi di tuffarsi tra quei pensieri, quelle figure e quelle parole e cominciò la sua corsa, giù per via Cifali, fino a piazza Santa Maria di Gesù.

Da ogni vicolo buio sembravano uscire spiriti minacciosi, voci tenebrose. -Dove vai? Ti prenderò!- e la paura irrobustiva i muscoli delle sue gambe che veloci arrivavano fino a via Lago di Nicito. Sentiva il cuore battergli forte e all’improvviso lo sentì sussultare: sembrava che, da dietro un platano, uscisse un veliero accompagnato dal crepitio dei suoi legni, bruciati e arsi da una lava incandescente che, come un drago affamato, divorava le sue parti. Tanu, il cantastorie, raccontava di un grande lago che si era formato al centro della città di Catania, prima, molto prima della nascita di Gesù. La lava dell’Etna aveva bloccato il corso del fiume Amenano che tranquillo scorreva in quella parte di città che da piazza Santa Maria di Gesù arrivava fin quasi al Castello Ursino. Per secoli il lago ampio e grazioso, Nicito era chiamato, fu circondato da splendide ville e l’8 settembre del 1652, in onore alla Madonna, raccontava sempre Tanu, era stata organizzata una imponente regata navale. Ma l’Etna decise che così come aveva contribuito a far formare il lago, così doveva arrivare il tempo della sua scomparsa. Nel 1669, con un’immensa colata lavica, coprì per sempre lo splendido lago catanese.

Man mano, l’immaginazione lasciava il posto alla realtà: un carretto, trainato da un cavallo stanco e assonnato, avanzava per quella via deserta. Un uomo, fischiettando, teneva mollemente le redini del suo ronzino che sembrava sapere benissimo la strada da percorrere.

-Che fai? Dove corri?- questa volta la voce era vera, non era un fantasma a parlare.

-Carusu? Chi fai? Ancora è notte! Dove devi andare?-

-Da qualsiasi parte, ma che sia dalla parte del mare.-

-Sei strano, ragazzo! Salta su. Io vado ad Aci Trezza. Tu quando vuoi scendere, scendi.-

Mimmo salì sul carretto che attraversava la notte ormai quasi alla fine. L’uomo lo osservò per un attimo e poi si voltò a seguire la strada.

-Sei proprio strano. Com’era strana la guerra che ci ha lasciati consunti e disperati. Ci hanno lanciato le bombe sulla testa, ci hanno distrutto le case. Una volta…sai cosa è successo?  Le bombe arrivarono a mare e fecero la fortuna dei pescatori di Ognina: le onde consegnarono chili e chili di pesce.-

Proruppe in una risata clamorosa carica di ironia, a sottolineare che per una volta quella stupida guerra era stata beffata.

-Ma dimmi, quanti anni hai?-

– Sedici, ho sedici anni.-

-Sei ancora un ragazzo, ma di questi tempi si cresce in fretta.-

Smise di parlare e cominciò a canticchiare una filastrocca senza inizio e senza fine, di parole buttate lì, alla rinfusa, tra le pieghe della luce che pian piano fendeva le tenebre.

-Rema nel mare/rete di tela/lava di fuoco/cori di rosa…- Tutto a un tratto cadde in una specie di estasi mnemonica, il suo viso fu attraversato da un velo di tenerezza, come se pensasse a una donna, a un amore perduto, lontano nel tempo. Poi ebbe come una scossa, si riprese, abbandonò il suo ricordo e ricominciò.

-Cima de calli/lima pè lari[i]/- rise divertito di quella pazza  commistione di parole e continuò- lima e lani/nica e naca…-

Su questo impasto infinito di bisillabe, l’uomo sembrava divertirsi parecchio e anche il ragazzo rise di quella confusione.

-Mi esercito a fare girare bene le rotelle del mio cervello e mi passo il tempo allegramente.-

Non parlava di nulla, ma quel nulla gli faceva ottima compagnia.

Mimmo non seguì più la folata di parole: si addormentò e si trovò altrove. Si vide al cimitero, nei pressi della tomba di una parente. La mamma sistemava i fiori e lui era andato a prendere dell’acqua alla fontanella. Gli si avvicinò una donna che gli indicò qualcosa che sul vialetto luccicava. Si abbassò e si accorse che era un’antica moneta. Cercò di prenderla e affondò le dita di una mano nel suolo che, prima compatto e impenetrabile, divenne soffice e accogliente e, non una, ma tante monete si nascondevano tra quella terra rossastra. La sua voce e la sua figura erano come assorbite da un incantesimo, erano chiusi in un cono magico senza ombre e senza tempo. Iniziò a raccogliere tante di quelle monete dai bordi discontinui e che raffiguravano una testa di donna ornata da tantissimi pesci, dei delfini che sembravano guizzare fuori da quella cornice bronzea. Si vide uscire fuori dal cono e raccontò alla madre quello che aveva visto. All’improvviso le sue orecchie furono investite da un fragore, come di mille vetri andati in frantumi.

-Non dovevi dire a nessuno quello che hai visto. Non avrai più quelle monete.-

La signora misteriosa scomparve e lui non trovò più il cono magico.

Si svegliò che ancora il carrettiere fischiettava e si divertiva con quel profluvio di parole che seminava nell’aria man mano che avanzava verso la sua meta.

-Che fai? Dormi? Siamo arrivati a Ognina.-

Il ragazzo saltò giù dal carretto e si rifugiò in una delle barche tirate a secco sotto gli archi del piccolo porticciolo. Si sentiva appena lo sciabordio delle onde, piccole, gioiose che insieme a lui godevano dello spettacolo che la Montagna offriva alla città. Cominciava ad albeggiare. Qualche nuvola rifletteva il bagliore del fuoco del vulcano, mentre la luce del sole si impadroniva lentamente del cielo. Il cratere, magico cono della natura, si colorava del bianco del fumo e dei vapori che continuavano a rigenerarsi.

Sentì dei passi veloci. Alzò appena la testa oltre la linea del fasciame del gozzo dove aveva trovato riparo. Vide una giovane donna precipitarsi giù per il molo. Sembrava dirigersi proprio verso di lui. 

-Ah! Mari! Amuri di la me vita! Turmentu di lu me cori! Comu ‘aia a fari?-

Gridava disperata portandosi le mani al petto in forma di preghiera.

Correva verso il mare, quando ancora tutti dormivano e quel mare era una landa scura, appena illuminata dai primi raggi del sole. Abbandonò i sandali sugli ultimi scalini che portavano al porticciolo. Alzò le maniche della camicia, si avvolse lo scialle attorno al collo e sistemò i capelli portandoli sotto il fazzoletto che le copriva il capo. Arrotolò i lembi della gonna fino alla cintura e a piedi scalzi prese il gozzo, il suo gozzo, e lo spinse in acqua. Con un salto abitò la barca, posizionò la piccola lampara a poppa, cominciò a remare e si allontanò dalla riva.

-E tu che ci fai qui?-

Mimmo si sentì come colpito da uno di quei ciottoli che le onde fanno rotolare sulla battigia .

-Che vuoi? Dove devi andare? Per me puoi tornare a nuoto. Non ti riporto indietro.-

Il ragazzo non disse nulla e lei non si preoccupò di avere una risposta. Prese tra le mani dell’acqua di mare, ne aspirò profondamente l’odore come a volere diventare acqua salmastra lei stessa e poi, decisa, lanciò in aria quell’insieme di liquida magia e ordinò:

-Fammi strada!-

Strinse forte i remi tra le mani e navigò decisa verso il mare aperto.


[i] Lima per i brutti