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Durante gli anni del liceo vivevo a Palermo in un antico quartiere vicino al mercato storico di Ballaro`. Il balcone della mia stanza, dove dormivo, studiavo e passavo la maggior parte delle mie giornate tipiche di un’ adolescente, si affacciava su una strada che correva fino al Policlinico, all’ Ospedale Civico e al cimitero monumentale di Sant’ Orsola. Quella strada era quindi attraversata da ambulanze in corsa verso quelle destinazioni, ultimo porto a cui approdavano, troppo spesso in quegli anni, le vittime di mafia. Sul finire degli anni settanta e agli inizi degli anni ottanta, le sirene tuonavano forte e senza tregua. Erano gli anni in cui i giornali e i telegiornali rendevano conto del susseguirsi di morti eccellenti per mano di un’ organizzazione che sembrava avere ingaggiato una guerra per un potere che doveva essere incontrollato, il potere degli uomini “d’ onore”. A Palermo si usava definire qualcuno di cui ci si poteva fidare masculu di panza o fimmina di panza, non nell’ accezione di persone di grossa taglia, ma di gente che teneva nello stomaco verità inconfessabili, e quindi persone che non avrebbero mai parlato di cose che era meglio tenere nel limbo delle verità pericolose. Un uomo d’ onore era un masculu di panza, addestrato ad essere silenzioso e crudele. A lui era dovuto rispetto, assenso e sottomissione, facendo leva su chi aveva più paura della miseria che dell’ annullamento di sé stesso, del coraggio di rivendicare i propri diritti, perché la mafia “da’ pane e morte” come si leggeva negli articoli del giornale L’ Ora, fiore all’ occhiello di una Sicilia colta e coraggiosa. Vittorio Nistico`, mitico direttore del quotidiano palermitano dal 1954 al 1975, non si stancava di scrivere nei suoi editoriali che era proprio nella stretta dell’ omertà, dell’ ignoranza, della miseria che i poteri mafiosi intrecciano i loro affari. Quando ci fu l’ attentato al magistrato Giovanni Falcone, non ero a Palermo, non sentii le sirene delle ambulanze che gridavano di costernazione, quelle stesse che anni prima avevano annunciato la morte di Pio La Torre, il generale Dalla Chiesa, per citarne alcuni, che erano uomini di cervello, di libertà culturale. Mi ero trasferita da poco a Catania e la notizia dell’ attentato mi arrivò come una scossa, un terremoto: hanno vinto loro? Certo che no. Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e quelli che prima di loro hanno dato la vita per sciogliere le catene del malaffare, ci hanno insegnato che l’ ignoranza va combattuta, che l’ entusiasmo premia, che la paura va guardata in faccia perché ci dica qualcosa e poi ci hanno lasciato un grande messaggio: dobbiamo amare di più la nostra terra e non dobbiamo permettere a nessuno di offenderla.