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–23–

Come sì presso è l’ippogrifo a terra,
Ch’esser ne può men periglioso il salto,
Ruggier con fretta de l’arcion si sferra,
E si ritruova in su l’erboso smalto;
Tuttavia in man le redine si serra,
Che non vuol che ’l destrier più vada in alto:
Poi lo lega nel margine marino
A un verde mirto in mezzo un lauro e un pino.

–24–
E quivi appresso, ove surgea una fonte
Cinta di cedri e di feconde palme,
Pose lo scudo, e l’elmo da la fronte
Si trasse, e disarmossi ambe le palme;
Ed ora alla marina ed ora al monte
Volgea la faccia all’aure fresche ed alme,
Che l’alte cime con mormorii lieti
Fan tremolar dei faggi e degli abeti.

–25–
Bagna talor ne la chiara onda e fresca
L’asciutte labra, e con le man diguazza,
Acciò che de le vene il calor esca
Che gli ha acceso il portar de la corazza.
Né maraviglia è già ch’ella gl’incresca;
Che non è stato un far vedersi in piazza:
Ma senza mai posar, d’arme guernito,
Tremila miglia ognor correndo era ito.

–26–
Quivi stando, il destrier ch’avea lasciato
Tra le più dense frasche alla fresca ombra,
Per fuggir si rivolta, spaventato
Di non so che, che dentro al bosco adombra:
E fa crollar sì il mirto ove è legato,
Che de le frondi intorno il piè gli ingombra:
Crollar fa il mirto, e fa cader la foglia;
Né succede però che se ne scioglia.

–27–
Come ceppo talor, che le medolle
Rare e vote abbia, e posto al fuoco sia,
Poi che per gran calor quell’aria molle
Resta consunta ch’in mezzo l’empìa,
Dentro risuona e con strepito bolle
Tanto che quel furor truovi la via;
Così murmura e stride e si corruccia
Quel mirto offeso, e al fine apre la buccia.

Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto VI

Tenere stretto un sogno, prima che voli via, come Ruggero tiene strette le redini dell’ippogrifo “che non vuol che ‘l destrier più vada in alto”.

Di un sogno si può essere prigionieri, come Astolfo “che murmura e stride e si corruccia”.