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5 febbraio. Giro interno del fercolo di Sant’Agata.

Di una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda

Italo Calvino, Le città invisibili, OSCARMONDADORI, Milano, 2014, pag. 42

Sono appena trascorsi i festeggiamenti agatini. La città spegne i riflettori su candelore, devoti vestiti di bianco, fiumi di gente inneggianti la Santuzza, fuochi d’artificio sempre più innovativi e costosi, e migliaia di palloncini colorati che hanno mandato in visibilio i bambini. Adesso è tempo di ripulire le strade dalla cera che ha acceso l’entusiasmo di quei giorni di festa, quando tutto si è fermato e la città è stata consegnata ai cittadini.

Cittadini! Siti tutti devoti tutti?

Si! Si! Si!

Mattina del quattro febbraio: la processione percorre il giro esterno della città. La giornata è cominciata molto presto, con la messa dell’aurora in cattedrale. A metà mattinata la Vara, addobbata con garofani rosa per ricordare il martirio di Agata, si trova in Piazza Dei Martiri, lì dove il Passiatore confina con la linea ferroviaria che si affaccia al porto di Levante. Una giornata fantastica, dal tepore primaverile. I treni che passano salutano la Santa con ripetuti fischi e uno dei macchinisti non resiste alla tentazione di immortalare il suo passaggio con una foto alla piazza in festa. Iniziano i botti che disegnano nel cielo azzurro di febbraio nuvole dorate e frange colorate. La Vara si muove e continua il suo percorso verso la stazione. C’è chi torna verso il Duomo, attraversando via Vittorio Emanuele chiusa al traffico per l’occasione. Non ci sono auto ma persone che godono di quella giornata e si riappropriano dei propri spazi.  E’tutto un susseguirsi di palazzi storici, molti dei quali ricordano l’opera del grande architetto Giovanni Battista Vaccarini(1702-1768).

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(Archivio di Stato di Catania) Gallery

Un grande portone si apre a imbuto lì dove ha sede l’archivio di Stato. Sono curiosa, entro. Mi vengono incontro due occhi raggianti di una signora che accarezzava una foglia e ne odorava il profumo.

-E’ una foglia di bergamotto, sa? Ha un profumo gradevolissimo! Non è quello di un’arancia e neanche di un limone. Si avvicina a quelle fraganze  ma se ne differenzia. E’ una magia.-

La signora sembrava volere giustificare la sua gioia. Si è così abituati a essere tristi.

-Quando ero bambina andavo a scuola qui vicino e la mattina entravo in questo androne per venire a trovare quest’albero che mi piaceva tantissimo. Sono passati sessant’anni, sa? E’quello guardi, il secondo a destra. E’ un poco malato, ha bisogno di cure. Prenda una foglia, odori: sa di buono, di nostro.-

Mi feci contagiare da quell’entusiasmo. Presi anch’io una foglia e la misi in tasca. La signora si dileguò come una nuvola mossa dal vento, come quei giorni di festa durante i quali la città aveva risposto alla gente venuta anche da lontano. E poi via. Passati quei giorni la città torna a non dare risposte. I grandi portoni si chiudono e il bergamotto attenderà ancora qualcuno che si ricordi di lui.