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Non parli. Mi scruti con uno sguardo pieno di domande, di cose che vorresti dirmi. Dove sei? In quale angolo della tua memoria?

-Melina, ti ricordi quando andavamo al cinema e pagavi tu? Ricordi quando ci divertivamo a inseguire le canzoni che per la strada sembravano soffiare allegria anche se c’era stata la guerra?

Aiu un cappidduzzu

tantu sapuritu!

Quannu mi l’aia mettiri?

Quannu mi fazzu zitu!

Acchianu di lu Cassaru,

scinnu pi li Banneri,

tutti ca mi salutanu:

Bongiornu cavaleri!∗

Lo so, non è facile essere madre e non è stato facile per me essere figlia, essere donna: in bilico tra ciò che si vorrebbe dire e ciò che è meglio non dire perché tutto doveva essere ricomposto, perché sempre bisognava tornare a cantare. Non parli. Aggrotti le ciglia come se aspetti che io dica qualcosa. Accenni un sorriso, come se ancora vuoi incoraggiare questa figlia strana, sognatrice, un po’persa tra idee di bellezza, di stupore che ha cercato dentro il tuo sguardo e nel tuo pazzo amore per un uomo forte, determinato che con una lettera ti ha rapita.

-Milurè∗, ti ricordi le risate quando passava quello con i pantaloni tutti strappati e pure lui cantava?

Aiu un pantaluni

tuttu afflittu e scunsulatu

tuttu spaiddatu, arripizzatu!

C’addumannu mezza lira

u papa’ si sfila, a mamma s’arritira

dicennu: figghiu, chi vampa chi c’è!∗

-E poi passava per chiedere l’elemosina

Si rispetta u zu pitittu!∗

Continui a non parlare e a scrutarmi dentro.  Quanta forza hai nascosta dentro quel corpo martoriato? Come fai a sopportare tutto questo? Sì, sì! Ci sono state le bombe, la guerra, gli sfollati, la fame. E si cantava. E poi il matrimonio, i figli, tanti figli da girare la testa, da diventare matti. Eppure si cantava.

-Mamma, ricordi?

Nigni, nigni, la campanedda

c’ è na povira virginedda,

chi cantava la litania

pi Giuseppi e pi Maria.

E Maria palermitana

acchiana e scinni di la funtana…∗

Io non so niente, sono una pulce davanti a te, a papà, alla vostra forza. Ma una cosa di certo la so: continuerò a cantare e a conservare quello che di bello mi avete consegnato. Sono una povera convinta, sognatrice che viaggia col pensiero su soffici nuvole, che vuole per sempre farsi cullare da ciò che di  leggero, ma burrascoso, c’è stato nel vostro amore. Per mantenere vivo per sempre il mio amore.

 

Ho un cappellino, tanto grazioso/ quando lo devo mettere?/ Quando mi fidanzo!/ Salgo dal Cassero, scendo per via Bandiera/ tutti che mi salutano/ Buongiorno, cavaliere!/ (Il Cassero e via Bandiera, quartieri della vecchia Palermo)

Milurè, vezzeggiativo di Melina, come la chiamava uno dei fratelli della mamma.

Ho un pantalone tutto afflitto e sconsolato/ tutto strappato e rattoppato/ Chiedo mezza lira/ il papà respira, la mamma si ritira/dicendo: figlio, che vampa che c’è!

Si rispetta lo zio pititto(fame)

Nigni, nigni la campanella / c’è un povera verginella/ che cantava la litania per Giuseppe e per Maria/ E Maria, palermitana/ sale e scende dalla fontana.