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Troppo bella, troppo brutta; troppo simpatica, troppo permalosa; troppo pesante, troppo leggero; troppo pieno, troppo vuoto…Troppo. Apprendo che l’aggettivo “troppo” deriva dal francese “trop”, voce di origine germanica che significò, dapprima, “molto, quantità”. Noto che questa “abbondanza”, questo qualcosa difficilmente quantificabile, spesso fa storcere il naso e il nostro aggettivo accompagna descrizioni di qualcosa che in quell’essere “troppo”, nuoce, disturba il comune senso del buongusto. Nel 1998, Eugenio Allegri, attore di teatro e non solo, recitava per il pubblico di TOTEM, programma di letture, suoni e lezioni curate da Alessandro Baricco e Gabriele Vacis. In una delle puntate di quell’anno, l’attore torinese si cimentava nell’interpretazione di un passo de Il nostro comune amico di Charles Dickens, sottolineando ciò che riflette lo specchio dei Veneering,

…gente nuova di zecca in una casa nuova di zecca di un quartiere di Londra nuovo di zecca

L’aggettivo “troppo”, già tinteggiato egregiamente dallo scrittore inglese, si rivela in tutta la sua pomposità negativa e satirica nell’interpretazione di Allegri quando lo specchio riflette “un giovanotto maturo”nella rete seduttiva di una signorina, anche lei ospite dei Veneering, anche lei “matura”.Un giovanotto che si presta a una profusione di “troppo”:

…di troppo naso sul volto, di troppo rosso sulle basette, di troppo torace dentro il panciotto, di troppo luccichio nei bottoni della camicia e della giacca, nella conversazione, negli occhi, nei denti…

Troppo, esagerato, un infinito negativo.

Perché parlare di questo aggettivo? Forse perché, spesso, nel linguaggio colorito di un siciliano, l’aggettivo “troppo” è come quella pennellata in più che rafforza l’espressione quasi di disgusto stampata sul viso: si troppu esagerata! Per dire: sei troppo esagerata! e intanto su quella breve, ma profonda indicazione, soffia un vento di smarrimento, di insicurezza, di sbagliato.