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foto (30)

Sembrava così facile! La casa, il lavoro, Maria, sua madre. Due anime diverse legate dall’affetto, dal dolore di una situazione che non avevano previsto. Le giornate scorrevano lente e pesanti. La madre di Maria, aveva trovato lavoro come domestica presso la casa di una ricca signora. Finito il suo lavoro, si occupava della casa e poi sembrava che tutto le cadesse addosso all’improvviso. Si lasciava andare a crisi di pianto oppure rimaneva immobile davanti al televisore, una stupida scatola che parlava, parlava ed intanto avvolgeva tutto di un silenzio disarmante. Maria continuava i suoi studi. Era di maturità quell’anno. Quanto era cambiata però la sua vita! Il suo ruolo di figlia era subordinato ai problemi della madre, una donna sempre più sola e con l’animo ferito e maltrattato. Una notte fu svegliata dai suoi singhiozzi. La trovò seduta a metà del suo letto chiedendo perché a quel crocifisso d’ottone che la guardava pietoso dal capezzale del letto.« Non mi so adeguare a questa situazione, Gesù mio. Vorrei, vorrei poter pretendere di guardare le stelle e sognare. Vorrei guardare negli occhi mia figlia e trasmetterle nuova bellezza, nuove speranze, ma non mi so adeguare e soffro». Pregava con voce sommessa, con le mani strette una contro l’altra coprendo appena la bocca. Avvertiva dolori al petto e si sentiva priva di forze. Quando vide sua figlia si abbandonò tra le lenzuola umide di pianto. Maria  cercò di sollevarla dal cuscino e le diede dell’acqua. Si tranquillizzò. Il giorno dopo decisero di andare dal medico. Era evidente che quella donna aveva bisogno di cure. Maria non era mai stata dal medico. Da piccola i suoi genitori l’avevano portata da un pediatra per le vaccinazione che si fanno a tutti i bambini. Era stata sempre una ragazzina forte e sana. Adesso si trovava in un ambulatorio, seduta in una di quelle sedie di plastica disposte in fila lungo le mura della sala d’attesa. Le prese uno strano torpore, mentre osservava altri pazienti che sembravano i protagonisti di una scena pirandelliana. «Chi nasce soffre e chi muore trova pace» . Accidenti, quello stava peggio di sua madre! Era un uomo alto, grasso e con due stampelle che lo aiutavano a reggersi in piedi. Era entrato in quella sala con un’aria cupa ed aveva preso posto su una delle sedie di plastica addossate alla parete. Nonostante le sue difficoltà a deambulare, sembrava aggredito da una strana irrequietezza. La donna che lo seguiva (forse la moglie) stava seduta in silenzio, con lo sguardo abbassato in un atteggiamento remissivo. Lui, intanto, aveva aperto una discussione sulle sue disgrazie ed una signora pazientemente lo ascoltava.                                                                       «Non è giusto, è una carognata!» Un vocione si levava all’improvviso, uscendo d’impeto da una grande bocca con denti cavallini e labbra grosse che a stento dei baffoni ispidi riuscivano a coprire. Era la voce di un uomo dalle sopraciglia folte, foltissime dove era possibile immaginare lo sviluppo di una società di microindividui, organizzati in villaggi di capsule di peli da cui entravano e uscivano per pulire i resti di pelle secca o il grasso di foruncoletti che si erano gonfiati come piccoli vulcani. Uno sguardo spiritato tradiva una grande agitazione ed i suoi occhi vagavano a destra e poi a  sinistra per controllare tutto e tutti. C’era sempre qualcuno che voleva fare il furbo e con la scusa della semplice richiesta per un farmaco, scavalcava gli altri pazienti e passava avanti. Ecco la carognata! L’infermiera che prendeva gli appuntamenti e ascoltava gli improperi degli ospiti dell’ambulatorio, cercava di tranquillizzarlo. Arrivò, finalmente, il turno di Maria e sua madre che furono invitate ad entrare nello studio del medico. Si accomodarono su poltrone in pelle marrone. Il dottore portava un paio di occhiali dalla montatura trasparente che giaceva su un grosso naso leggermente arrossato. Aveva dei grandi occhi azzurri o forse erano gli occhiali da miope ad ingrandirli. Ascoltò la sua paziente sorridendole con fare paterno.   «Ecco, ragazza mia, hai bisogno di stare tranquilla. Queste pillole ti potranno aiutare. Sai, sono di quelle pastiglie che conciliano il sonno e sembra abbiano scritto dentro che la vita è bella. Nonostante tutto.» Uscirono dall’ambulatorio. Maria accompagnò sua madre a casa e poi corse alla spiaggetta. Era stanca ed era sicura che l’anima del mare avrebbe allentato la sua tensione.

(Paolina Campo, L’uomo di scalo Galera, A&B, Acireale, 2012, pag.97)