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Nei mesi estivi per le vie di Palermo, fino al secondo dopoguerra, si aggirava di solito la “carrettella” di certi venditori ambulanti che vendevano la “grattatella”, (tutto in “ella”). Questa consisteva in ghiaccio grattato su un arnese a più punte e aromatizzato con essenza di limone o menta. Il ghiaccio arrivava dalle montagne delle Madonie, avvolto in sacchi di juta trasportati dai montanari sul dorso di asini e depositati in alcuni magazzini siti in città, uno di questi si trovava nel quartiere della Kalsa, nei locali della Chiesa dello Spasimo. Quando si cominciò a produrre gelato artigianale, il ghiaccio veniva sistemato in delle tinozze di legno piene di sale per mantenere bassa la temperatura. All’interno delle tinozze veniva immerso un recipiente di acciaio dove si mescolavano latte, zucchero e “neutro”, uno stabilizzante ricavato dalla farina di semi di carruba. Si produceva così un ottimo gelato crema-latte, alternativa alla “grattatella.

Ma eccolo, un giovane montanaro che in città s’era innamorato di una bella ragazza. Il desiderio di rivederla faceva aumentare il passo al suo povero asinello, costretto da quella furia d’amore a faticose traversate, su e giù per la montagna.

Bella, era bella quella giovane. Bella e avvenente.

Il montanaro si accorse presto, però, che la sua innamorata aveva tradito la sua fiducia e quella bellezza nascondeva una vanità che calpestava il suo giovane cuore.

Mi fici zitu cu ‘na picciutteddra

Ca sta di casa ancora na sta strata

Ma non vi pozzu riri quantu è beddra

Li so biddrizzi l’avi r’una fata.

Avi dri capidduzzi aneddri aneddri

Occhi ri stiddri e vuci aggrazziata

Sutta a ddru labbru teni na fussetta

Ri l’ancilu pusseri ‘a so risata.

Nun vi pozzu raccuntari

Quantu amuri m’ha mustratu

Iu sirutu a lu so latu

M’haiu ‘ntisu un veru re.

A me zita è cosa rara

Picciutteddra virtiusa

Tutta affabili e amurusa

Comu a iddra nun ci n’è.

Assira n’amicuzzu paisanu

Mi misi na stu pettu na ruina

Mi misi a raccuntari chianu chianu

Li veru pregi ri ddra signurina.

Quannu a la sira ni rettimu la manu

E ni lassamu pi ddra siritina

Iddra curri a la finestra a manu a manu

E licca ri la sira a la matina.

Cuncitteddra ni lassamu

Iu non sugnu cchiù u to zitu

Ora prestu mi maritu

N’atra zita pronta è.

A chi vannu ‘i to’ biddrizzi

A chi va la to’ fiura

Si na tinta liccatura

Comu a tia non ci n’è.

(Mi sono fidanzato con una ragazza, che abita in questa strada. Non vi posso dire quanto è bella, le sue bellezze sono di una fata. Ha i suoi capelli anelli, anelli, occhi di stelle e voce aggraziata. Sotto il labbro ha una fossetta e la sua risata è simile a quella diun angelo. Non vi posso raccontare quanto amore mi ha mostrato. Io, seduto al suo fianco, mi sono sentito un vero re. La mia fidanzata è cosa rara: ragazza virtuosa, affabile e amorosa. Come lei non ce n’è. Ieri sera, un amico paesano, mi ha messo in questo petto una spina, ha cominciato a raccontare, piano piano, i veri pregi di quella signorina. Quando la sera ci salutiamo, lei corre alla finestra e fa la civetta dalla sera alla mattina. Concettina, ci lasciamo. Io non sono più il tuo fidanzato. Presto mi sposo con un’altra fidanzata. Cosa valgono le tue bellezze, cosa vale la tua figura. Sei una cattiva civetta, come te non ce n’è.)

  mi fici

Mia madre cantava e la canzone dell’innamorato siciliano si tramandava in una Palermo affollata di voci, sapori e forti tradizioni.

Cavuru, cavuru è!!(Caldo, caldo è!!) e per le vie scivolava invitante l’odore dello sfincione.