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pupaccena

Arrivava il giorno dei morti. Anzi, prima ancora, arrivava l’attesa per il giorno dei morti vestita dei racconti dei nostri genitori su fatti e persone che avevano accompagnato la loro vita e non c’erano più. La curiosità si accendeva e le distanze spaziali e temporali si accorciavano: eravamo tutti lì, noi e i nostri morti, in quell’angolo di casa a condividere un momento di profonda tenerezza.

“Sapete, durante la guerra, la nonna, buon’anima, andava a prendere il pane con la tessera e lo divideva a noi che eravamo piccoli e dovevamo crescere. Lei diceva di non avere fame e intanto, poverina, diventava sempre più secca. Però rideva e cantava sempre!”

La nonna, la madre di mia madre, “secca” lo sarebbe rimasta per sempre, anche dopo la guerra, anche quando il giorno dei morti, di buon mattino, andava dal fornaio a prendere le moffolette, panini schiacciati ricoperti da tanto sesamo, “‘u ciminu”, e calde calde le mangiava insieme a noi condite con olio, pepe e sarde salate.

“Mia madre era nata in America e da ragazza arrivò in paese, a Castelbuono, e sposò il nonno. Era maestra, conosceva bene l’inglese e l’italiano e durante la guerra scriveva le lettere per conto di chi a quei tempi era analfabeta”

Mio padre cominciava così il racconto della sua mamma, morta troppo presto e a lei dedicò un quadro votivo, dove una lucetta illuminò per sempre il volto di quella donna che in quel modo viveva sempre con noi.

Andavamo quindi a letto con l’animo addolcito da quei racconti e con le smanie di vedere cosa i morti ci avevano portato. La notte doveva allora trascorrere presto e se qualcuno si svegliava prima, doveva tornare subito a letto perché i morti non erano ancora arrivati. Quando finalmente ci potevamo alzare per raggiungere la sala da pranzo, era tutta una festa: c’erano giocattoli di ogni genere e la cosa più bella era che, insieme a qualche oggettino nuovo, erano venuti a trovarci anche tanti giocattoli vecchi, ben ripuliti e in ordine, che magari avevamo dimenticato, e la gioia era doppia.

“Guarda! Ti ricordi…” Ogni cosa si vestiva di memoria e continuava a essere importante perché, impreziosita dal ricordo, ne avevamo di nuovo cura.

In un altro angolo della stanza ci aspettava un tavolo dove frutta secca, ossa di morto (biscotti duri ma molto dolci), totò (biscotti ricoperti di glassa al cacao), qualche pupaccena (statuine di zucchero colorato) e le moffolette stuzzicavano il nostro appetito.

E poi c’era la visita al cimitero. Quando vivevamo a Salina andavamo a trovare comari e compari che non c’erano più e mettevamo dei fiori sulle tombe ormai distrutte dal tempo e abbandonate. Mia madre ci diceva che così facendo rinnovavamo la gioia di quell’anima e quella dei nostri morti seppelliti nei cimiteri lontani. Quando eravamo a Palermo facevamo la stessa cosa: dopo avere sistemato i fiori sulle tombe dei nostri cari, ci fermavamo vicino ai sepolcri abbandonati e mettevamo i fiori per quelle anime solitarie e per i compari e le comari che non potevamo andare a trovare a Malfa. Era un modo per ringraziare quelle anime che, grazie a quei doni, ricordavamo con grande tenerezza. Non erano eterei fantasmi  svolazzanti, né streghe sdentate dalla risata sinistra. Erano dolci nonnine, sereni vecchietti che da una foto ci guardavano quieti.