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                                            salina nel cuore

Salina nel cuore… E l’isola dell’arcipelago eoliano è stata protagonista di uno degli eventi inseriti nel programma della 7ª edizione del Corti in Cortile, festival di corti e book trailer che si è svolto a Catania nei giorni 4/5/6 settembre  presso il Palazzo Platamone (ex Monastero San Placido).

Salina a Catania            corti-in-cortile 7

Salina ha fatto sentire la sua magica atmosfera, per lanciare il progetto di un gemellaggio tra l’antica Didyme e il festival diretto da Davide Catalano e presentato da Visione Arte.

molo

Con i suoi 2400 abitanti è l’isola verde a nord ovest di Lipari, la seconda per estensione e per popolazione dell’arcipelago delle  Eolie  (dopo  Lipari).

foto (40)

Anticamente, era chiamata ‘Didyme’ (gemelli),  perché  formata   da   due   rilievi, “Fossa  delle  Felci”  (che  si  eleva  oltre  960 metri ed  è  la  cima più  alta di  tutto l’arcipelago) e “Monte dei Porri” (alto circa 860 metri), che vanno a congiungersi nella vallata di “Valdichiesa”, dove è allocato il “Santuario della Madonna del Terzito”.

Viale_Santuario_Madonna_Terzito

Il nome attuale  deriva, invece, da un laghetto salato  in  località  “Punta  Lingua”,  che  un tempo era utilizzato per l’estrazione del sale marino.

L’isola è  formata  da  tre  comuni, costituiti nel 1909:

Leni, il cui nome deriva dal greco lenoi che vuol dire torchio  per pigiare l’uva e da sempre legato al culto della Madonna del Terzito, scelse un grappolo d’uva e tre stelle per ricordare il terzito.

leni                                                                                                                      Malfa, ai piedi del monte Rivi, primo vulcano a formare l’isola 450.000 anni fa e dove è possibile ammirare il volo elegante del falco della regina, decise di porre nello stemma il disegno di quell’uccello regale in volo libero sull’isola.

malfa

Santa Marina, già da tempo proprietaria della Società Eolie di navigazione e forte della sua antica esperienza comunale, si rappresentò con sette stelle ( le sette isole eolie), il simbolo della Trinacria ed un’ancora. santa marina

Arrivau ‘a navi! C’è ‘a varca!-

Era Mastru Peppinu u Porciu che strillava così tanto.

Gobbo e malandato, aveva la vista buona e le gambe malate. Zoppicando, si aggirava tra le case del suo paese, fermandosi di tanto in tanto a guardare in direzione del mare. Abitava in una casa situata lungo la strada che da Leni portava a Rinella, sito più antico delle Eolie dove uomini industriosi, in epoche remote, lavoravano l’ossidiana. Ricavavano quindi utensili ed armi, frecce e coltelli affilati, oggetti di scambio per un commercio proficuo con popoli lontani. Viveva, Mastru Peppinu, in quello scorcio di collina dove un vescovo potente aveva voluto che sorgesse la borgata di Leni, Lenoi in greco; dove la famiglia Pittorino, insediata a Valdichiesa nel 1600, diede i natali a patron Giuseppe Pittorino, padrone di tante barche con le quali aveva avviato un’intensa attività commerciale da e per Napoli; dove il patron, nella prima metà dell’800, comprò buona parte dei terreni della collina di Leni. In un grande atto di generosità, donò, alle case sparse in quella collina, un appezzamento di terra. Si costruì, quindi, una chiesa ed una piazza perché quella borgata assurgesse alla sua dignità di paese, dove, nel 1860 nacque Giuseppe Pittorino, nipote del patron che ebbe in sorte di essere il primo medico di Leni. Abitava proprio lì Mastru Pippinu, in quella parte di montagna dove due erano le strade percorribili con gli asini o a piedi: quella che da Leni portava al Santuario della Madonna del Terzito, intervallata da altarini chiusi in graziose cappellette, sottolineando la sacralità della stradella; e quella del vaddunazzu che da Leni portava al porto di Rinella, al mare.[1]

Tutte le isole sono state interessate ai flussi migratori dei popoli navigatori del Mediterraneo fin dal 4000 a. C. Gli antichi trasportavano, sulle loro navi, vasi di ceramica contenenti soprattutto vino e olio attivando un intenso commercio tra la penisola italica e le isole del mare Egeo. Gli scambi avvenivano nella forma del baratto fino almeno ai primi anni del ‘900. La gente di Salina ordinava grano, zucchero, petrolio, canapa, lino, mattoni e calcestruzzi ed ogni tipo di merce difficile da recuperare sul posto. In cambio spediva vino, malvasia, capperi e prodotti tipici locali. Quando tutto era pronto, a bordo di bovi, bombarde e feluche, si partiva alla volta del porto di Napoli. I prodotti che i mircieri portavano da Napoli, avevano spesso bisogno di essere sottoposti a speciali lavorazioni. Furono le donne ad imparare le tecniche artigianali di trasformazione delle materie prime. Le case si trasformavano quindi in laboratori e tra le varie attività, importante era la colorazione dei tessuti, arte seguita con cura da Donna Maria a Tincitura.

A Salina, all’epoca dei mircieri, esperta nella colorazione dei tessuti era donna Maria a tincitura, una donna originaria di Rinella che per mantenere perfetta la vista dei suoi occhi, usava gocce di limone al mattino come collirio preventivo. Si dice che quegli occhi non abbiano mai dovuto soffrire di alcuna malattia. Le sue pupille spruzzate di limone, controllavano da lontano il mezzadro che si occupava delle terre della signora che, dal lastrico della sua casa, osservava ogni cosa. Si sposò e andò a vivere a Malfa. Avviò, quindi, un’attività di colorazione dei tessuti che le valse, appunto, quel soprannome. Attrezzata di grandi quadare, cioè grandi pentoloni in alluminio, la nostra bisnonna metteva a bollire i tessuti con bucce di melograni. La quantità delle scorze variava a seconda se si voleva una tinta che andasse dal giallo oro, al beige o al marrone. Anche il mallo delle noci poteva essere usato come rimedio per tingere i tessuti. Per ottenere un colore il più possibile uniforme, la tincitura mescolava e rigirava le stoffe all’interno dei pentoloni ripetutamente per una buona mezz’ora; dopo le lasciava raffreddare e successivamente le stendeva per asciugarsi. Per stabilizzare il colore, la signora aggiungeva dell’aceto o, se poteva, preferiva immergere le stoffe nell’acqua salmastra del mare dove, in prossimità della riva, realizzava, con delle grosse pietre, una sorta di grande vasca dove teneva a bagno i tessuti per un paio di ore. Era, questo, un metodo usato dalle donne anche per lavare la lana delle pecore appena tosate. L’odore del mare rimaneva appiccicato tra quelle fibre come per imprimere una presenza costante anche all’ interno delle case, anche a contatto della pelle. Ultimate tutte le operazioni di tintura, le stoffe erano pronte alla vendita.[2]

Nella storia dell’isola eoliana, l’emigrazione è stato un fenomeno triste che ha diviso famiglie le cui difficoltà sono raccontate nel museo dell’emigrazione allestito con cura in un edificio che sorge a Malfa accanto alla biblioteca e che è curata dall’associazione C.I.R.C.E., Centro Internazionale di Ricerche, Storia e Cultura Eoliana. Ci sono tre costruzioni sull’isola che hanno colpito l’immaginazione dei paesani e che simboleggiano il riscatto dalla miseria e il desiderio di ostentare una ricchezza che solo pochi erano riusciti ad accumulare in America e in Australia. Si tratta di una palazzina di chiara ispirazione liberty a Leni e di un’elegante villa, l’Ariana, costruita sulla costa del mare di Rinella voluti dal signor Giovannino Lopes intorno agli anni ’30 del secolo scorso. A Malfa invece si trova il palazzo che tra il 1910 e il 1921 fu fatto costruire da Antonino Marchetti, ‘u milionariu, che destò grande stupore all’epoca e accese le fantasie popolari, soprattutto quando una ditta toscana istallò nell’edificio un gruppo elettrogeno per la luce elettrica. Un miracolo!           Interessante l’opera di Virgilio Lo Schiavo, nativo di Malfa e emigrato in giovane età in Australia dove l’artista eoliano si confermò pittore di grande fama, oltre che campione indiscusso di scherma per ben 10 anni. Dal 1930 al 1948, Virgilio tornò spesso alla sua isola e proprio a Malfa e a Valdichiesa donò la sua opera. Affrescò la volta absidale della chiesa madre di Malfa, ma anche una tela affissa al centro del transetto della stessa chiesa e realizzò opere di restauro all’interno del Santuario  della Madonna del Terzito a Valdichiesa. E poi, come non parlare della Biblioteca Comunale di Malfa dove Davide Catalano auspica arrivi il suo Festival Corti in Cortile!

paolina-campo

 Un albero di mandarini ultracentenario, abbellisce l’antico patio dell’edificio donato negli anni ’30 del secolo scorso da don Giovannino Marchetti per scopi umanitari. Nel 1995 il piano superiore dell’edificio diventa sede della Biblioteca intitolata al cav. Giovanni Cafarella. Quest’anno la biblioteca compie vent’anni e l’instancabile attività del suo addetto culturale, Antonio Brundu, ne ricorderà i momenti più interessanti. In un articolo a firma di Michele Merenda, pubblicato sulla Gazzetta del Sud il 13 maggio scorso, si legge:

 In un edificio che porta con sé la storia di un personaggio come il Marchetti (fautore, tra le tante cose, anche della luce elettrica a Malfa negli anni ’30) ed il nome di un medico benemerito come il dott. Cafarella, Antonio Brundu espande la cultura su più fronti ed ogni anno è autore di un programma in cui vengono presentati libri, ricerche, proiezioni di documentari, piccoli concerti ed anche esposizioni di quadri. La Biblioteca comunale, infatti, funge anche da pinacoteca in cui vi sono i quadri donati dal CIPRA ed altre opere di artisti che, dopo aver esposto, hanno di volta in volta lasciato un quadro in omaggio. «La  biblioteca – asserisce convinto Brundu – non deve essere solo un luogo in cui dare in prestito libri, bensì un posto in cui occorre organizzare un vero e proprio programma di iniziative. Cosa che è stata fatta da vent’anni a questa parte, creando così un maggiore interesse nelle persone». Non a caso, oltre ai suoi numerosi contatti istituzionali con l’Australia, Brundu nel 2000 è stato insignito del “Premio Culturale Fondazione Salina” proprio per l’impegno come bibliotecario e per la sua ricerca all’interno delle tradizioni eoliane.

brundutoni

L’augurio è quello che i fili delle attività culturali si intreccino e si crei una fitta rete di interessi, di persone che amano la propria terra e la vivificano con incessante voglia di fare e di raccontarne la bellezza.

sol

Il mondo vive cantandolo, recita una frase del dream time australiano, e la magia del patio dove regna sovrano il mandarino centenario invita al canto senza tempo e senza confini.

 

 

[1] Paolina Campo, L’UOMO DI SCALO GALERA, Bonanno editore, 2012, pag.20

[2] Ibid., pag. 16