Una giornata speciale

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-Paolina, abbiamo letto agli anziani alcune storie tratte da uno dei tuoi libri.-

Felicità. Accade a Salina, nella casa per anziani di Valdichiesa, piccola frazione abbracciata da due monti e dal mare, dove l’ aria è buona, e il silenzio racconta di un campanellino che per tre volte suona per accendere i cuori di amore vero. Accade lì dove sorge il Santuario della Madonna del Terzito, madre che accoglie e non abbandona, dove si coltiva tenerezza e germoglia gioia, dove è primavera tutte le volte che ci si incontra, perché nessuno merita di rimanere solo. Accade dove la memoria, fatta anche di poche parole, diventa un dono prezioso, un vestito importante, un’ arma vincente contro un presente troppo sfuggente.

-Paolina, ti aspettiamo!-

Una stella elettricista

Ti immagino circondato da tanti amici, tra tanta gente a cui regali ricordi, scherzi e anche angherie, perché “uno si deve sfogare!”.

Ti immagino tornato bambino e poi giovane uomo percorrere il corso con il tuo migliore amico: ” dai, ora ti accompagno fino a casa. Bene, siamo arrivati” – “Ora ti accompagno io fino a casa. Siamo arrivati”. Avanti e indietro per ridere, per chiacchierare.

Ti immagino svolazzare per il cielo con un paio di ali motorizzate e ben lubrificate, sempre indaffarato, sempre a progettare qualcosa.

Ti immagino su una stella luminosissima, mentre cerchi il modo come funziona e stai attento che non si spenga mai.

Ti immagino sorridente come lo eri con le persone che stimavi e ti volevano bene.

Daniele Nardi e la parola “inutile”

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daniele nardi

Daniele Nardi alla Biblioteca Comunale di Malfa, foto di Antonio Brundu,

Il mare, le isole Eolie, Salina, Malfa, la sindrome dell’eolianite per cui chi approda sull’isola ne viene inevitabilmente affascinato, catturato per sempre. Daniele Nardi era tra quelli che tornava a Salina  con affetto, trasporto, meraviglia, colpito anche lui dall’eolianite. L’ho conosciuto in biblioteca, la Biblioteca Comunale di Malfa, o meglio l’ho ascoltato, ho ascoltato la sua gioia, la sua passione, mentre raccontava delle montagne, dei suoi traguardi, delle vette solitarie eppure così piene di magia, di religioso silenzio. Ho ascoltato il ritmo delle sue parole che agganciavano uno ad uno i cuori del pubblico come una roccia da conquistare. Mi rimase impressa una parentesi che fece alla sua presentazione, come a volere aprire ancora una finestra su quella passione che lo portava a rischiare la vita, una forza che dentro di lui cercava la sua ragione di esistere, ed era lì tra le montagne, la neve, il freddo, rocce scoscese e aspre, aria rarefatta. Eppure tutto questo, diceva l’alpinista, a molti sembrava un impegno inutile.

Inutile. Mi venne in mente la prefazione a Il ritratto di Dorian Gray, dove Oscar Wilde scriveva: –

Possiamo perdonare a un uomo l’aver fatto una cosa utile se non l’ammira. L’unica scusa per avere fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente. Tutta l’arte è completamente inutile.-

C’era quindi un significato più importante in quella parola. E se provassimo a scomporre quella parola? In-utile: utile dentro, utile per se stessi. Ecco che quindi si arriva a un significato che trascende l’uso corrente del termine e lo porta in alto, forse verso quelle vette dove Daniele Nardi dichiarava di mettersi in rapporto con quell’ infinito  da cui l’utile spesso ci allontana. Se per Oscar Wilde «l’arte è completamente inutile», quindi pura bellezza, l’in-utile di Daniele Nardi era ricerca di se stessi, esaltazione delle emozioni e delle passioni dell’animo. Fuoco che non si spegne, bellezza infinita. Mentre lui parlava e i suoi occhi si accendevano nel patio magico della biblioteca, prendeva forma dentro di me un pensiero: l’ in-utile rende gli uomini migliori, capaci di regalare emozioni per svelare tutto il bello che ci circonda. Daniele Nardi ci ha lasciati e ci ha lasciati anche un altro grande uomo, Sebastiano Tusa che con una bottiglia di vino vecchia di duemila anni, catturò l’attenzione al Vinitaly di Verona qualche anno fa, facendosi paladino di una lotta a favore della bellezza tutta siciliana che riposa sui fondali marini e non solo.

Raccontare con i colori

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Il mare di Taormina

L’eloquenza è una pittura del pensiero: perciò coloro che, dopo aver dipinto, aggiungono qualcos’ altro, invece di un ritratto, fanno un quadro.

Blaise Pascal, Pensieri, OSCAR MONDADORI, 1969, Milano, pag. 68

Dipingere con i colori, con la mente. Un vecchio libro, un grande pensatore e un’immensa ricerca della vita che si muove impetuosa nell’animo umano.

Vanità

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Ti avevo promesso, cuore mio,

pennellate di colore,

pioggia di parole belle,

soffi di gioia e nuvole danzanti.

Ti avevo promesso

di illuminare il mondo

con note allegre e motivi

di appassionato piacere.

Di trasmettere forza,

di essere esempio,

goccia di mare, soffio di vento,

nuvola grande, raggio di sole.

Ti avevo promesso, cuore mio,

qualcosa che solo tu puoi custodire.

Murìu, murù, mossi-dinamismo tra parole

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-Buongiorno! Ecco le arancine calde calde! Dai mangiate!-

La nonna era scesa presto e da buona palermitana era andata a comprare le arancine per fare colazione.

         -Nonna, noi prendiamo il latte la mattina-

         -Mangia questa delizia del palato che ti viene il sorriso solo solo-

E sì, i palermitani, o almeno sua nonna e sua zia, erano così: festaioli a cominciare da cosa si mangiava al mattino.

         -Arancina, nonna? Hai sbagliato, si chiama arancino.-

-Senti, non mi fare arrabbiare cu sti parrati catanisi. Arancina si chiama perché è tonda e arancione come l’arancia. A Catania non le sanno fare- sentenziò la donna.

A Cettina piaceva tantissimo quel modo di parlare, quel modo di fare così immediato, senza ripensamenti!

-Oggi si va al mercato! E poi al mare!- disse la zia

Attraversarono via Maqueda e si trovarono immerse all’interno del mercato di Sant’Agostino, un tripudio di scarpe, calzini, abiti, stoffe dove entrava e usciva come un venticello allegro un forte e invitante odore di sfincione.

-Cavuru cavuru è!!!- gridava il venditore dal carretto trainato da un somarello stordito dalle grida del padrone e dall’odore.

-Sfincione?! Ma è una pizza che odora di cipolla e formaggio! A Catania lo sfincione è fatto con il riso ed è fritto. E poi ha la forma di un bastoncino.-

-Ed è dolce, con lo zucchero spruzzato sopra!-

Le due sorelline erano curiose e divertite: una stessa parola indicava cose diverse se ci si spostava di qualche centinaio di chilometri in quella Sicilia bedda, come diceva la nonna.

-Arancino, arancina; sfincione. E’ storia, è tradizione. Le parole sono un poco come la porta della storia, delle tradizioni, del modo di fare della gente che nei secoli si è incontrata e ha imparato a vivere insieme. Apri una parola e ci trovi i greci, i normanni, gli arabi e prima ancora i siculi e i sicani. Vi racconto una cosa divertente: una volta è stato ospite da noi un ragazzo del messinese, un ragazzo semplice, figlio di contadini. Guardando una foto che si trovava su un mobile, ci chiese: -murù?-

Noi, a Palermo, alla parola “murù” ne facciamo corrispondere tre: “me lo dai”. Quindi in uno slancio di cortesia, lo invitammo a prendere quella foto: sembrava che ci tenesse tanto! Continuammo in questo sforzo interpretativo, fino a quando lui con un gesto della mano non ci fece capire che voleva sapere se la persona nella foto fosse morta! No! Incredibile! Tre parole per dire la stessa cosa! A distanza di qualche centinaio di chilometri! A Palermo diciamo “muriu”, per indicare qualcuno che è morto. A Catania, “mossi”, non è vero? Murù, muriu, mossi, cioè “è morto”-

Risero: quella zia riusciva a farle divertire anche con cose che potevano sembrare noiose.

-Ora comunque prendiamo un bel pezzo di sfincione e ce lo portiamo per uno spuntino al mare.- disse la zia, ormai immersa nell’ idea di realizzare una giornata fantastica.

E fantastico lo era stato davvero quel giorno: il mare, il sole, una passeggiata a Villa Favorita, la Palazzina cinese, il museo Pitrè e Palermo in tutto il suo splendore.

La dinamica tra LANGUE e PAROLE ipotizzata da Saussure è complessa e stratificata e la mediazione fra fatto sociale e individuale si può configurare nella capacità della mente umana di contemplare associazioni mentali individuali, accanto ad associazioni mentali ratificate dal consenso sociale.

AA.VV., La mente, a cura di Stefano Gensini e Antonio Rainone, Carocci editore, Roma, 2009, pag.197

Caro ministro

Caro ministro,

sa, per una che ha rivolto più attenzione al cuore che agli affari, è difficile capire.

La mia terra, caro ministro, è terra di accoglienza, di colore, di gioia, di CULTURA. La mia terra ha conosciuto uomini valorosi, studiosi impegnati, artisti di grande rilievo. Le nostre università, caro ministro, sono ricche di professori appassionati, preparati che danno grande valore allo loro missione. Perché di missione bisogna parlare quando decidono di rimanere e dare tutto, nonostante i tagli di uno stato lontano, fatto di gente che in Sicilia ci viene per godere del sole, dei profumi; gente che dei nostri ragazzi, delle nostre eccellenze si è nutrito.

Caro ministro, se i nostri figli se ne vanno, se voi continuate a disprezzare l’impegno e la serietà, la bellezza e la ricchezza di questa terra mia, non è solo colpa vostra. E’ di chi continua a votarvi, annebbiato da meschine promesse. La colpa è di chi dirotta una processione, imbratta la statua di Bellini (spero sappia di chi sto parlando) a Catania, riempie di spazzatura le vie di accesso ai palazzi più belli di Palermo, rovina la viabilità turistica a Messina…

Sogno un mondo dove ognuno sia orgoglioso e fiero delle proprie cose. Sogno un mondo dove la gente finalmente si guardi negli occhi e capisca il valore dell’altro che sia bianco, che sia nero, che sia uomo, che sia donna.

Che sia del nord, che sia del sud.

Sogno

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Un’altra notte era trascorsa e un nuovo giorno si accendeva.

Quella notte una donna di pietra era stata raggiunta da un esercito di granelli di nera sapienza e le ripetevano in coro un messaggio che tanto rumore faceva.

-Donna! Donna che hai lottato per avere uno spazio, una voce, un pensiero! Che al mattino ti svegli per capire cosa dire, cosa fare; e la sera ti abbandoni a pensieri che sai voleranno lontano da questo mondo strano, guarda in faccia la vita e lasciati andare, segui la scia della nera sapienza.-

Cominciarono, quindi, per salvarle la vita (così loro pensavano), a toglierle via la parola. Aveva un suono diverso e fuggiva lontano a scoprir chissà quali cose: pensieri vecchi, valori lontani e rendevano triste la donna di pietra che da quella notte rimase senza parola. Così aveva deciso l’esercito della nera sapienza. Ma pur senza parola, il suo cuore batteva perché fosse ascoltato.

-Oh donna di pietra, tu hai troppe pretese! Non volerai mai lontano se continui a sperare che la vita ti offra una spalla dove versar lacrime e gioia. Sei già senza parola!-

L’esercito le tolse anche quel cuore troppo esigente, troppo complicato e partì lasciandola lì, finalmente felice (così loro pensavano). Ma la nera sapienza dimenticò di toglierle gli occhi, curiosi, vivaci come bambini sulla battigia a saltare sulle onde. Un mattino furono raggiunti dal mare che li presi e li portò dove i pesci, senza parola, nuotavano leggeri e, danzando, raggiungevano la superficie salmastra e giocavano con i raggi del sole.

Un’altra notte era passata e un altro sogno aveva raggiunto i raggi del sole nascente.

Antica canzone

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https://youtu.be/aWu3UR-Vzlc

Mi votu e mi rivotu suspirannu,
passu li notti ‘nteri senza sonnu,
e li biddizzi tòi vaiu cuntimplannu,
li passu di la notti nzinu a gghiornu,
Pi tia non pozzu ora cchiu arripusari,
paci non havi chiù st’afflittu cori.
Lu sai quannu ca iu t’aju a lassari
Quannu la vita mia finisci e mori.

 

Mi giro e mi rigiro sospirando, / passo intere notti senza sonno, / e vado contemplando le tue bellezze, / le penso dalla notte fino a giorno, / per te non posso ora più riposare, / pace non ha più questo cuore afflitto, / Lo sai quando io ti devo lasciare / quando la mia vita finisce e muore.

Questo antico canto popolare siciliano, di cui non si conosce l’autore, è presente nel libro Canti popolari siciliani di Salomone Marino Salvatore del 1867 e nelle raccolte di Giuseppe Pitre’, medico palermitano vissuto tra l’Ottocento e il Novecento, amante e studioso delle tradizioni della sua terra.

Rosa Balistreri, cantante e autrice siciliana scomparsa nel 1990, diede un’interpretazione potente del canto. La voce, l’enfasi, il ritmo, il trasporto, la passione trascinano l’ascoltatore in una dimensione di amore totale, profondo. Rosa Balistreri, ebbe una vita travagliata, difficile che non la piegò ma anzi la rese forte e determinata. In un’intervista affermò di avere sentito quel canto  in carcere a Palermo e pensava che il detenuto che la intonava ne fosse l’autore.

Una donna, una voce: la forza di denunciare al mondo intero le ingiustizie, le prevaricazioni, ma anche le passioni forti di una terra calda come il cuore di un innamorato che arde e lotta per il suo amore fino alla morte.