Cettina

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vucciria

Renato Guttuso, LA VUCCIRIA, 1974

-Buongiorno! Ecco le arancine calde calde! Dai mangiate!-

La nonna era scesa presto e da buona palermitana era andata a comprare le arancine per fare colazione.

-Nonna, noi prendiamo il latte la mattina-

-Mangia questa delizia del palato che ti viene il sorriso solo solo-

E sì, i palermitani, o almeno sua nonna e sua zia, erano così: festaioli a cominciare da cosa si mangiava al mattino.

 -Arancina, nonna? Hai sbagliato, si chiama arancino.-

-Senti, non mi fare arrabbiare cu sti parrati catanisi. Arancina si chiama perché è tonda e arancione come l’arancia. A Catania non le sanno fare- sentenziò la donna.

Arrivate a Palermo, Cettina e sua sorella furono travolte dall’affetto della nonna e della zia.

-Oggi si va a Mondello! Ma prima facciamo un giro in carrozza!-

Attraversarono via Roma sprizzando felicità da tutti i pori mentre il vento scompigliava i capelli e portava via ogni pensiero triste che si affacciava alla mente. Il cavallo sembrava un po’ anziano o forse era il caldo che lo faceva galoppare con fatica. Giunte nei pressi di piazza San Domenico, da dove arrivavano le voci del mercato della Vucciria, scesero dalla carrozza. Salutarono lo gnuri, il cocchiere, e a piedi proseguirono per via Bandiera e la percorsero tutta con il naso all’ in su, stupite dalla magnificenza di antichi palazzi nobiliari. Attraversarono via Maqueda e finalmente si trovarono immerse all’interno del mercato di Sant’Agostino, un tripudio di scarpe, calzini, abiti, stoffe dove entrava e usciva, come un venticello allegro, un forte e invitante odore di sfincione.

-Cavuru cavuru è!!!- gridava il venditore dal carretto trainato da un somarello stordito dalle grida del padrone e dall’odore.

-Sficione?! Ma è una pizza che odora di cipolla e formaggio! A Catania lo sfincione è fatto con il riso ed è fritto. E poi ha la forma di un bastoncino.-

-Ed è dolce, con lo zucchero spruzzato sopra!-

Le due sorelline erano curiose e divertite: una stessa parola indicava cose diverse se ci si spostava di qualche centinaio di chilometri in quella Sicilia bedda, come diceva la nonna.

-Arancino, arancina; sfincione. E’ storia, è tradizione. Le parole sono un poco come la porta della storia, delle tradizioni, del modo di fare della gente che nei secoli si è incontrata e ha imparato a vivere insieme. Apri una parola e ci trovi i greci, i normanni, gli arabi e prima ancora i siculi e i sicani. Vi racconto una cosa divertente: una volta è stato ospite da noi un ragazzo del messinese, un ragazzo semplice, figlio di contadini della provincia di Messina. Guardando una foto che si trovava su un mobile, ci chiese: -murù?- Noi, a Palermo, alla parola “murù” ne facciamo corrispondere tre: “me lo dai”. Quindi in uno slancio di cortesia lo invitammo a prendere quella foto, sembrava ci tenesse tanto! Continuammo in questo sforzo interpretativo fino a quando lui con un gesto della mano non ci fece capire che voleva sapere se la persona nella foto fosse morta! No! Incredibile! Tre parole per dire la stessa cosa! A distanza di qualche centinaio di chilometri! A Palermo diciamo “muriu”, per indicare qualcuno che è morto. A Catania, “mossi”, non è vero? Murù, muriu, mossi, cioè “è morto”-

Risero di cuore. Quella zia riusciva a farle divertire anche con cose che potevano sembrare noiose.

-Ora comunque prendiamo un bel pezzo di sfincione e ce lo portiamo per uno spuntino al mare.- disse la zia, ormai immersa nell’idea di realizzare una giornata fantastica.

E fantastico lo era stato davvero quel giorno: il mare, il sole, una passeggiata a Villa Favorita, la Palazzina cinese, il museo Pitrè e Palermo in tutto il suo splendore.

Quel giorno era trascorso come il soffio di vento di quella stagione che le aveva portate lì i primi giorni di luglio. Con la zia avevano visitato altri posti: erano andate a giocare al Foro Italico e una volta, c’era anche la nonna, erano andate a messa in cattedrale: bella, bellissima! Erano arrivate a piedi, attraversando via Maqueda fino al Cassaro, ai quattro canti, incrocio tra via Maqueda e via Vittorio Emanuele, U Cassaru, appunto. Il Duomo a Catania era immerso nella vita cittadina, la gente viveva quella grande struttura come una realtà giornaliera: il Duomo, l’Etna, l’elefantino di pietra lavica con l’obelisco, la pescheria, la fontana dell’Amenano. Tutto viveva ogni giorno insieme ai catanesi. La Cattedrale di Palermo sembrava vivere una vita a parte: sontuosamente ricca, antica e lontana nel tempo, sembrava di avvertire ancora l’odore e il fruscio di vestiti di dame e regine, le onorificenze di vescovi e re: faceva quasi soggezione. Finita la messa, avevano continuato la loro passeggiata attraverso il mercato del Papireto e poi su per piazza Indipendenza dove presero una carrozza per tornare a casa.

Il tempo della vacanza palermitana trascorreva veloce, allegro anche se a giorni gioiosi si alternavano notti insonni. Era proprio la notte che i fantasmi nascosti durante il giorno nella mente e nel cuore, legati dal desiderio di cacciarli per sempre e trovargli un posto, magari all’inferno, si liberavano dalle catene della gioia. Nella cameretta buia dove Cettina e sua sorella Rosetta dormivano insieme alla zia, si muovevano figure, sfrecciavano tormenti. Una notte sentì gridare sua sorella nel sonno. La zia la svegliò e la rassicurò. Il giorno dopo chiese alle nipoti della mamma, di papà e del fratello e, senza umiliarle con sentenze tristi e irritanti come il sale su una ferita, disse loro che tornate a casa dovevano impegnarsi a studiare. Presto avrebbe parlato con la loro mamma per farle rimanere per sempre  a Palermo. Lei si sarebbe presa cura di loro e così avrebbero potuto continuare gli studi con più serenità. Prese in disparte Cettina e le confidò di avere ricevuto una lettera da sua madre. Non le dava nessuna notizia di Mimmuzzo, il fratello di Cettina. Tra quelle righe dove le parole sembravano navigare impetuose, c’era qualcosa che riguardava proprio lei, Cettina, la sua vita, il suo ritorno a Catania.

-Vi raccomando, non lasciatevi trasportare dalla follia di vostro padre. Continuate ad andare a scuola e insistete sul vostro diritto di guardare al futuro con fiducia.-

Con queste parole le riaccompagnò alla stazione. La vacanza era finita. Salirono sul treno con le raccomandazioni della zia che pesavano come una promessa già non mantenuta. Un grido del capostazione e tutto si dileguò tra le colline dorate e arse dal sole di fine agosto.

 

 

Qualcosa di straordinario

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C’ e` che nella vita ti aspetti sempre che succeda qualcosa di straordinario. Allora costruisci pensieri positivi su un sorriso, una chiacchierata che hai desiderato da tempo. Aspetti un abbraccio o un segnale di affetto sincero. Ed ecco che sei fuori, non capisci niente, ti trovi spiazzato e travolto da giri di parole che pensi non erano poi cosi necessari se l’ affetto che provi e’ lo stesso che vorresti trovare nelle persone che hanno avuto un posto particolare nel tuo cuore. E cosi collezioni delusioni e tristezza e stai una vita ad aspettare che succeda qualcosa, qualcosa di straordinario. Che non arrivera’ mai.

Guscio di noce

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Potrei viver confinato in un guscio di noce, e tuttavia ritenermi signore d’ uno spazio infinito

Come Amleto vorrei uno spazio piccolo dove potermi rifugiare, dove…

Dove sentirmi regina dei miei pensieri, delle mie fantasie,

Dove la sera poter guardare le stelle e vederle brillare di gioia,

Dove sentire la carezza affettuosa della luna,

Dove lacrime ingoiate e mai svelate possano formare un laghetto incantato,

Dove quelle che a forza hanno segnato il mio viso possano trasformarsi in perle di luce che illuminino questo mio cuore che non sa piu`  dire “voglio”,

Dove poter volare in alto, tra soffici nuvole, e vedere il mare e il cielo confondersi per creare soltanto bellezza.

La casetta dagli occhi di cielo

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Arrivava la sera, leggera, silenziosa, magica, accompagnata da un soffio di vento. Tutto si era compiuto: le voci, i colori, i suoni, i racconti della gente, la luce, le ombre. Un’altra pagina della storia dell’ isola era stata scritta. Era tempo di voltare pagina e dare spazio a nuove parole, a nuova meraviglia.

-Dove correte?- chiedeva la sera a dodici letterine che svolazzavano veloci sulla battigia.

-Avete paura? Di cosa? Del mare?-

-Il mare siamo noi…siamo noi…- e intanto il vento accompagnava la leggerezza di quel volo simile a quello dei petali di un bouganville che maestoso ornava case bianche e luminosi terrazzi.

La voce incalzava, voleva sapere.

-Dove andate? Che gioco è  il vostro?

-Ci aspetta…Ci aspetta la casa dagli occhi di cielo!-

Quando arrivava la sera, la casa accoglieva le dodici lettere e le combinava in varia maniera perché formassero parole che descrivessero la vita, la gioia, il dolore. Così  cominciava.

MARE – MITO- MORTE- MARE

ENTRARE – ETERE – ERRATO

DENARO – DARE – DIRE – DOTE

IDEA – ITER – IRA

TERRA – TRADIRE -TEMERE- TENERO

ERA – ERMETE

REMO – RAMO – RETE

……

Continuava fino ad ottenere dodici gruppi di parole. Dodici, come le fatiche di Ercole, i mesi dell’anno, gli apostoli e le dodici porte della Gerusalemme Celeste. Un’ onda sceglieva per lei una di quelle parole che per tutta la notte danzava e cantava e, infine, raccontava.

MORTE: l’ ho vista arrivare e riempire un sacco di petali spenti. Lo consegnò  alla Memoria e iniziò  a disegnare una curva di arrivo. E poi si portò  via il sospiro.

Arrivava l’alba: il vento fermava il suo soffio, stupito da tanta bellezza e la casa dagli occhi di cielo apriva la porta, consegnava le lettere al mare e attendeva di nuovo la sera.

Afterglow

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Sempre è  commovente il tramonto

Per indigente e sgargiante che sia,

Ma più  commovente  ancora

È  quel brillio disperato e finale

Che arruginisce la pianura

Quando il sole ultimo si è  sprofondato.

Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa,

Quella allucinazione che impone allo spazio

L’unanime paura dell’ombra

E che cessa di colpo

Quando notiamo la sua falsità,

Come cessano i sogni

Quando sappiamo di sognare.

Jorge Luis Borges 

Fedicei

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Al tramonto gli uomini si erano raccolti in cantina e, come al solito, avevano discusso e bevuto, bevuto e discusso.

-Fammi conoscere tua moglie…la prendo io!-

-Chi capisti?!?! Pi ghiri a cogghiri i capperi!!!-•

E giù vino e risate.

-Fedicei, ma che cavolo di nome hai? Manco o cani mia ci mittissi stu nomi!-••

A fine serata non avrebbero capito più nulla, né dei loro discorsi e neanche quale uscita imboccare per tornare alle loro case: qualcuno si perdeva tra l’erba dell’orto dove trovavano spazio gli alloggi per conigli e galline; qualcun’altro seguiva incerto la strada che portava alle viti; altri si addormentavano in cantina, prigionieri di un’ebbrezza dionisiaca. Fedicei aveva i capelli bianchi e beveva appena un bicchierino di malvasia. Quella cantina era la sua vita, ci aveva lavorato tanto. Era tempo di portare alcune botti al molo di scalo Galera: l’acqua salata del mare le avrebbe pulite e sterilizzate. Era un lavoro che andava fatto, per ogni botte, almeno ogni cinque o sei anni e quelle che si trovavano subito a destra dell’entrata alla cantina avevano bisogno di essere pulite. Decise di andare a letto e lasciare i suoi compari ai loro bicchieri profumati di allegria. Avrebbe aspettato il giorno dopo per parlare delle botti da lavare.

Fedicei era arrivato a Salina perché qualcuno aveva raccontato a suo padre che su quell’isola si stava bene. Avrebbe trovato terreni fertili e aria buona e non avrebbe conosciuto più la miseria se solo avesse lavorato sodo. Si decise quindi a partire da Barcellona Pozzo di Gotto alla volta di quell’isola felice.

-Fedicei, dove sei? Sempri taddu arriva stu carusu!-•••

Il suo nome sembrava una specie di riassunto di quello che era la sua vita: una spinta continua verso la felicità che si trovava sempre in posti diversi da dov’era lui. I genitori avevano deciso di chiamarlo Felice, come il nonno paterno. Ma proprio quando stava per nascere arrivò la notizia che un fratello di suo padre era morto al fronte. Si chiamava Cielo per un vezzo un po’ particolare del nonno che andava in giro per le strade del paese a recitare:

S’i fosse fuoco, arderei ‘l mondo;
s’i fosse vento, lo tempestarei;
s’i fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i fosse Dio, mandereil’ en profondo;
s’i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s’i fosse ‘mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S’i fossi…..

-Ma chi cunti?- ¹gli gridava dietro la gente.

-Cielo, cielo!- gridava lui.

Mischiando le sillabe di Felice e Cielo, e adattando un po’ il senso, era venuto fuori Fedicei, un nome che non piaceva a Lorenzo ma che sapeva di sogni lontani, di stelle antiche e stanche.

Quando arrivarono sull’isola trovarono tanta gente che come loro si era trasferita a Salina per lavoro: c’erano pescatori che si erano stabiliti a Rinella e a Santa Marina, provenienti da Santa Maria La Scala, paesino della provincia di Catania; c’erano contadini che si erano fermati a Malfa, a Pollara o a Capo e che venivano da Brolo, nel messinese, o da altre isole come Filicudi. Il postino era sardo e la signora Carolina, che era stata in America, a Malfa aveva affittato la sua bella casa ai signori Arcidiacono, della provincia di Siracusa, che si trovavano a Salina per valutare la possibilità di un impianto elettrico più efficiente sull’isola. La famiglia di Fedicei si stabilì a Capo, nei pressi della chiesetta di Sant’Anna, e lì iniziarono la loro attività di contadini. Coltivarono la vite e il loro orgoglio più grande era la produzione della Malvasia. Avevano saputo della fillossera, di come le piante erano state attaccate e distrutte. Tanta gente era stata costretta a lasciare quell’isola verde. Ma bisognava ricominciare, era necessario lavorare in quei campi e farli tornare al loro splendore. Chi va via non torna più e ciò che va recuperato, tutelato e salvato viene consegnato a chi di un luogo riesce a sentirne il respiro e la famiglia di Fedicei si riempì i polmoni dell’aria di un’isola che aveva bisogno di cure. Seguendo il trascorrere delle stagioni, si zappava, si potava e si portavano le botti a mare. Legate sulla schiena come fossero grossi zaini, i contadini percorrevano a piedi la contrada di Capo Faro e Capo Gramignazzi fino ad arrivare a Malfa. Qui raggiungevano la lunga scala che portava al molo e giù, piano piano, facendo attenzione a non perdere l’equilibrio, fino al mare che avrebbe aiutato quegli uomini forti spingendo le onde fin dentro le pance capienti delle botti di legno. Fedicei aveva sempre seguito il padre e andare al mare gli piaceva tantissimo: la frescura, l’odore e il gioco delle onde gli davano tanta allegria. Una volta lavate, le botti si asciugavano al sole e gli uomini si concedevano un po’ di riposo mentre i ragazzi facevano il bagno. Arrivava la sera e bisognava portare i barili in cantina. Il ritorno sarebbe stato più faticoso: le botti umide erano più pesanti e la scala era tutta in salita!

L’uomo dal nome strano era vecchio ormai e, disteso sul letto, pensava a come riusciva a fare quel lavoraccio e dove trovava la forza lui che non era neanche un grande uomo: piccolo e magro, andava e tornava. Era la spinta dell’entusiasmo, era la gioia di fare con gli altri era… era che era giovane e forte, nel fisico e nell’animo.

-Fedicei, chi fai? Vieni?-

-No, no! Oggi mi staiu a casa.²-

 

 

•Che hai capito! Per andare a raccogliere i capperi!

••Neanche al mio cane metterei questo nome!

•••Sempre tardi arriva questo ragazzo!

¹Ma che racconti?

²Oggi sto a casa.

Stelle

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Ci sono stelle la cui esistenza è  segnata da ritmi che non dipendono più  dalla loro capacità  di pulsare. A un certo punto della loro vita sono “costrette” a pulsare perché spinte dall’ esterno da una forza che le fa ancora brillare. Così, con il passare del tempo, aumentano e diminuiscono la loro lucentezza in un’ altalena di luminosità che dipende da quella spinta che a volte tarda ad arrivare. Le Cefeidi, stelle ormai vecchie, in questa fase della loro vita, attendono di brillare o di spegnersi per sempre. Un poco come quelle persone che hanno lottato da sempre per avere uno spazio, una voce, un pensiero; che al mattino si svegliano per capire cosa fare, cosa dire; che la sera si abbandonano a pensieri che, lo sanno, voleranno lontano e nessun peso avranno in questo mondo strano. Un mondo che non ha occhi ne’ tempo per la meraviglia di un tramonto o di un arcobaleno che valgono più di parole sconnesse che ti portano via dallo stupore del cuore e da un tempo che non è somma di attimi ma un fluire di vite che all’ infinito si spingono perché nessuna Cefeide possa mai svanire.

La Divina Proporzione

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-Guarda…sta sistemando delle fascette di legno, una accanto un’altra…-

-Sì, le tiene attaccate una all’altra con altri pezzi di legno. Quanti chiodi sta piantando? Fa come mastro Peppino quando mette le tavole per costruire un lastrico…-

-Guarda… sembra un uovo sodo senza il  tuorlo…-

-E ogni fascetta è colorata…che bei colori! Compare pittore avrà osservato per tanto tempo la bellezza dei colori del tramonto di Pollara per riprodurli così bene…

I ragazzi osservavano il giovane artista, nascondendosi dietro la porta d’ingresso, appena socchiusa, del laboratorio dove Virgilio Lo Schiavo stava costruendo la struttura in legno che anticipava il lavoro nell’abside della chiesa di Malfa. Il compare distolse all’ improvviso l’attenzione al suo lavoro e si girò come se sentisse di essere osservato. Non vide nessuno. Si alzò e si avvicinò alla porta. I due giovani, intanto si erano fatti vicini, vicini: la spiata stava per essere scoperta!

-Che fate lì fuori? Perché non entrate?-

-Non vogliamo disturbare…-

-Dai, su, entrate! Avevamo preso un appuntamento, non è vero Assunta?-

-Sì…i legni…ma, cosa fa con quei legni?-

-E’ bella la vostra curiosità… adesso vi spiego. Spesso non ci rendiamo conto di come guardiamo le cose. Soprattutto non ci rendiamo conto di come la natura ci abbia abituati alla bellezza delle forme e le cose che noi definiamo belle obbediscono a un rapporto speciale che si rifà a un rapporto che viene ricordato come sezione aurea.-

-Aurea? Sta costruendo una cosa d’oro? Non di legno?-

-No, no! Ascoltatemi bene. Se, per esempio, Assunta vuole fare il ritratto a Vincenzo, non disegnerà mai la testa più lunga di un braccio o una gamba più corta di un dito…-

-Mamma mia! E che era un mostro?-

-Visto! Ogni piccola parte del corpo deve essere proporzionata a tutto il corpo, altrimenti il disegno è brutto. La sezione aurea è proprio questo: è un rapporto esteticamente piacevole. Nel ‘500 grandi maestri, come Michelangelo, sfuttarono l’antico teorema del segmento di retta diviso in media e estrema ragione…-

Ai ragazzi sembrava che il pittore fosse un po’ strano: forse era uscito di senno? Ma di che cosa stava parlando? Maestro Cincotta parlava di geometria, punti, segmenti, rette e qualcosa avevano capito. Ma quello che diceva compare pittore non si capiva per niente!

-Vi ho disorientati…scusate, torniamo alle fascette di legno…-

-C’è disegnata una faccia…- osservava Assunta finalmente liberata dai discorsi intellettuali del suo importante amico– qui c’è un angelo… e qui in centro c’è san Lorenzo.-

-Tutto questo verrà riprodotto nella nostra chiesa, in alto, sopra l’altare.-

-Ma è troppo piccolo! Ci vorrà un binocolo per vedere questi disegni!-

-Non ti preoccupare…li farò grandi. Ogni fascetta di legno corrisponde a una parte di volta su cui riprodurrò in scala queste figure.-

-Certo, ci vuole la scala…- commentò pensierosa Assunta.

Virgilio rise e guardò con tenerezza quell’ingenua ragazza che voleva capire mentre con il pensiero inciampava su concetti fuori dalla sua umile comprensione.

I lavori iniziarono qualche giorno dopo e a nessuno fu concesso di entrare in chiesa, dove l’artista aveva fatto montare alti ponteggi.

Era l’estate del 1931 e per le strade del piccolo paesino dell’isola di Salina la vita trascorreva come sempre. La gente, adattando il tempo del proprio lavoro quotidiano al mutare del vento, passava davanti alla facciata della chiesa con curiosità mista a mistero, rispetto, soggezione, devozione che si mischiavano come i colori del tramonto di Pollara. Si aggiunse poi lo stupore, quando compare pittore terminò i suoi lavori e tutti poterono ammirare il Santo protettore di Malfa, San Lorenzo, ritratto in tutto il suo splendore.

A FINE GIORNATA

do-re

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Il giorno era trascorso e le campane della chiesa di San Lorenzo annunciavano il vespro. Lucine gialle si accendevano qua e là sulla terra ormai scura che preannunciava la notte, mentre il blu del cielo ne marcava i contorni e il sole distribuiva i colori del sogno.

Do-re. E’ lì, lo vedo! Un ragazzo magro, labbra carnose, occhi vivaci ma tristi, un’auto, un piroscafo, il mare e una giovane donna innamorata, spigliata, tacchi a spillo, e ancora il mare, l’isola, la sua solitudine, il suo amore pazzo per quel ragazzo magro e le labbra carnose.

Do-re. Lo sento! E’ l’odore di glicine in fiore e lì, su quella nota, vedo bambini che giocano e si incontrano in chiesa.

A FINE GIORNATA

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