La grande biblioteca del mondo

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Ombre fluttuano tra mare e cielo e questo spaccato di mondo mi investe e mi porta lontano nel tempo.

” Se vedessimo davvero l’universo, forse lo capiremmo”¹.

Forse riusciremmo a leggere, uno alla volta, i volumi nascosti nella grande biblioteca del mondo. Nel labirinto infinito del sempre, del mai, di oggi, di ieri, potremmo sentire il desiderio più vero: riuscire a provare ad immergersi nei colori di un mare puntellato dagli ultimi raggi del sole, mentre il vento dipinge, sulla volta celeste, nuvole bianche, come anime belle che leggere attraversano la grande biblioteca del mondo, lasciando scivolare emozioni e sentimenti che trovano dimora su pagine aperte e fogli di cielo, dove c’è spazio per ogni pensiero.

” Se vedessimo davvero l’universo…”², non avremmo bisogno di stupide guerre, di silenzi rabbiosi, di chiudere il cuore alla bellezza di tanto colore. Forse potremmo riempire di cielo un cesto di canne intrecciate e portarlo con noi per leggere le parole stampate sulle nuvole bianche e, quando finito, lasciarle volare via perché ogni cosa deve avere il suo posto, la sua casa, il suo odore. Perché… ogni cosa deve aprirsi alla gioia di dire e di dare, così tutti possiamo ascoltare e vedere il grande concerto di un universo che suona. Se solo riuscissimo ad ascoltare.

 

¹Jorge Luis Borges, Il libro di sabbia
²Ibid

Al di là dei sogni

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Scena tratta dal film AL DI Là DEI SOGNI del 1998, interpretato da Robin Williams

Si viaggia in nave, in treno, in aereo. Si viaggia per lavoro, per piacere, per raggiungere luoghi della speranza. Ci sono poi viaggi immaginari dove ci si vorrebbe catapultare chiudendo semplicemente gli occhi e trovarsi su un atollo sperduto nell’oceano; o tra sequoie secolari accolti da gnomi festosi; oppure in città lontane dove, secondo antiche tradizioni, offrono, a viaggiatori sperduti, fantastici pranzi e antichi giacigli.   Ma quando il sonno diventa padrone del corpo che si abbandona alle lusinghe di Morfeo,  inizia uno dei viaggi più difficoltosi,  attraverso le immagini registrate dalla mente in tutti i giorni della vita, diventando, spesso, spettatori di sé stessi.

-Allora, vediamo…di quali colori ti sei macchiato? Ecco! Trovato! Stanotte sei verde e blu!-

-Sì. Vediamo anche quali parole hanno inciso nel tuo cuore le persone che hai incontrato nei giorni della tua vita-

-Ma guarda quanta gente! Quanti volti!-

Neuroni elettrizzati e frenetici cominciano a rovistare tra i lobi della mente e, raccogli qua e togli là, cominciano a costruire storie che corrono lungo pellicole più o meno brevi, più o meno rassicuranti. Immagini, suoni, volti, parole si susseguono, si incontrano e poi si sciolgono, si appiattiscono come onde sulla battigia. Al risveglio, sembra di essere su una spiaggia, da soli, a cercare di recuperare ciò che durante il sonno ci ha fatti spettatori di noi stessi, alle prese con situazioni irreali o verosimili.

Poi ci sono i viaggi più tristi, quelli della nostalgia, degli abbracci perduti, dei sorrisi che hanno colorato la vita di gioia. Ci si imbarca sulla nave della memoria e si attraversano le nuvole del ricordo, in silenzio, per andare oltre i sogni, per superare l’immaginazione e sentire attraverso l’aria che si respira un mondo che esiste ancora, scolpito nel cuore.

Enimmi

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Salina-roccia sul mare di Pollara vista dal monte dei Porri

La bellezza: che terribile e orribile cosa! Tremenda perché impossibile a definirsi: e definire non si può, perché Iddio non ci ha proposto che enimmi! Lì gli opposti si toccano, lì tutte le cose vivono insieme. Io, fratello, son tutt’ altro che colto, ma ho molto riflettuto su questo. È terribile quanti misteri! Troppi enimmi opprimono l’ uomo su questa terra. Risolvili come puoi, e cavati fuori asciutto dall’acqua. La bellezza!

Il terribile è che la bellezza non è soltanto una cosa tremenda, ma anche misteriosa. Qui il diavolo lotta con Dio, e il campo di battaglia sono i cuori degli uomini.

Fiodor Dostoevskij, I FRATELLI KARAMAZOV

Buona Pasqua

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Ti prego, Signore,
Fa che io gusti attraverso l’ amore
Quello che gusto attraverso la conoscenza.
Fammi sentire attraverso l’ affetto
Cio’ che sento attraverso l’ intelletto.
Tutto cio’ che e` Tuo per condizione
Fa’ che sia Tuo per amore.
Attirami tutto al Tuo amore.
Fa’ Tu, o Cristo,
Quello che il mio cuore non puo’
Tu che mi fai chiedere, concedimi!

Preghiera di sant’ Anselmo

Ballarò

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BALLARO

Antonello Blandi, Ballarò

Nel 2016, Antonello Blandi, grafico e designer palermitano, diede un’originale rappresentazione del mercato storico di Ballarò. Nel quadro, personaggi famosi dello spettacolo, della politica o delle “sfere alte” della Palermo bene, sono trasformati in abbanniatori¹, mentre Andrea Camilleri, da uno dei balconi ai piedi della cupola della chiesa del Carmine, osserva e scruta la folla.

Cominciai la mia avventura scolastica a Palermo proprio nei pressi del mercato storico di Ballarò, cuore pulsante di un quartiere normanno il cui nome, Albergheria, indica una terra a mezzogiorno, illuminata da un sole raggiante, e deriva da Albahar, nome con cui i saraceni chiamarono “mare” quel lago così grande e vasto dentro la città, probabilmente formato dall’incontro di due fiumi, il Papireto e il Kemonia, ricco di pesci e circondato da un muro adorno di barchette d’oro e d’argento. Il mercato era allora frequentato da mercanti arabi che da Bahlara, villaggio nei pressi di Monreale, popolavano ogni giorno il quartiere dell’ Albergheria per vendere, comprare, litigare e scendere a patti.

Quanto basta per immaginarsi in una storia da Mille e una notte.

In una delle case dell’antico rione nacque Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro come si fece chiamare in seguito. Figlio di un mercante di stoffe, fu alchimista, mago, avventuriero, falsario, guaritore e, durante il secolo dei lumi, trascorse la sua vita girovagando in lungo e in largo per le corti di tutta Europa. La sua vita e la sua morte sono avvolte dal mistero e, secondo una leggenda popolare che circolava tra le vie del quartiere dell’ Albergheria, il suo corpo era arrivato in Sicilia e sepolto in una nicchia delle catacombe dei Cappuccini a Palermo.

Andavo e tornavo da scuola attraversando voci, colori, misteri conditi da profumi di una tradizione che resisteva al tempo. Bancarelle cariche di frutta, verdure, spezie e aromi si alternavano a quelle del pesce, della carne, delle olive, delle conserve, del pane e poi, tra la baraonda di parole gridate che saltellavano scoppiettanti tra la merce esposta, se ne sentiva qualcuna che, attraversando il mercato con flemma indicibile, portava con sé un odore forte, come di pizza riccamente condita.

-Cavuru, cavuru è!²-

Ma come? Faceva già caldo! Un uomo trainava a mano il suo carretto e ignaro del trascorrere delle stagioni, attirava la gente con la sua voce e il forte profumo di focaccia, salsa di pomodoro, cipolla, formaggio, mollica attraversava le narici e inebriava la mente tanto che, anche in estate, lo sfincione si preferiva al cono gelato.

E poi panelle e crocchette di patate gialle come il sole e panini con la milza cotta nella sugna bollente come la terra di mezzogiorno… lanciavano il loro invito da bottegucce affollate di gente, che ogni giorno transitava per il mercato di Ballarò.

-Che mangiamo stasera?-

-Niente, vai a Ballarò e prendi quattro panini con panelle e crocchè.-

E quel niente si condiva di forti sapori e intensi profumi.

¹Urlatori
²-Caldo, caldo, è!

Fatto

amareilmare

img_20171129_083908-effects-1-1849567637.jpg Lingua-Salina

1967

Ecco, mettetevi tutti davanti la panchina. Tu fai la spaccata, che sembri una ballerina; tu fai il ponte, che sembra un’atleta. E tu, che sei più piccolo, mettiti vicino la mamma e fai finta che fai la pubblicità alle caramelle, come nel carosello. Comare, mettetevi a sinistra. Stringetevi, altrimenti non vi prendo tutti. 

-Natalino, spicciati cu sta Polaroid. Il sole ci sta accecando!-

Fatto.

Mio padre ci fece una foto, una volta, proprio davanti questo sedile. Era estate e Lipari alle nostre spalle si mostrava in tutta la sua magnificenza. La foto era in bianco e nero: bella, non fosse altro perché eravamo dei bambini ignari che certi affetti se ne vanno e che i luoghi restano a testimonianza di momenti unici e irripetibili. Ho fotografato il sedile, a colori, carico dei fantasmi del mio passato. E non solo.

Ci troviamo a Salina. Le mattonelle che abbelliscono il…

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Noi che…

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Negli anni ’70 del secolo scorso nasceva un modo diverso di fare spettacolo: monologhi, musica, canzoni, teatro si fondevano insieme per dare allo spettatore la possibilità di “evocare” pensieri, situazioni, personaggi e storie per riflettere sulle condizioni del mondo contemporaneo. Teatro Canzone, definizione data da Sandro Luporini, pittore e amico di Giorgio Gaber, fu non solo un nuovo modo di fare spettacolo, ma anche il titolo di un album che Giorgio Gaber incise e pubblicò nel 1992. L’album raccoglieva tutte le canzoni dell’omonimo spettacolo, tra cui Qualcuno era comunista, di un’attualità incredibile.