Ce la faremo

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Speriamo che la primavera, silenziosa e discreta, ci aiuti e ci accompagni verso un’ estate ricca di una gioia responsabile, matura. Siamo stati abituati a sottovalutare tanti segnali, a pensare che non poteva succederci niente, che nulla poteva dividerci, che avevamo pianificato tutto e quindi era tutto perfetto. E invece! Invece dobbiamo tornare a pensare che non siamo infallibili e tornare a capire che dobbiamo fermarci a riflettere quanto è bello quello che ci circonda, dobbiamo tornare a trovare il tempo di ascoltare chi ci sta vicino, dobbiamo tornare a non sottovalutare un sorriso, un abbraccio, una carezza. Impareremo e ci abbracceremo con più forza. ❤❤

Le gelsominaie di Milazzo

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Gabbiani al porto di Milazzo

Si narra che la madre di tutte le stelle, che viveva in un castello fatto di nuvole belle, cuciva vestiti dorati per tutte le sue figlie sparse nel firmamento. Alcune piccole stelle, non contente dei vestiti che avevano ricevuto, iniziarono a ribellarsi e a chiedere con insistenza che la madre cucisse per loro altri vestiti.

-Adesso non posso. Abbiate pazienza, ci sono anche le vostre sorelle.-

Ma le stelline continuavano a lamentarsi e a portare scompiglio tra le stanze del castello fatto di nuvole belle. Il signore del cielo si arrabbiò e punì severamente le stelline: le spogliò dei loro vestiti dorati e le lanciò sulla terra. La madre era disperata, non voleva che le sue stelline fossero calpestate dagli uomini. Chiese allora aiuto alla signora dei giardini che trasformò le piccole stelle in fiori profumatissimi che chiamò gelsomini.

Fin dai primi anni del ‘900, nella piana di Milazzo, cittadina sulla costa nord-orientale della Sicilia affacciata sul mar Tirreno, si coltivavano i gelsomini. La raccolta di questi fiori profumatissimi era affidata alle donne, non solo perché le loro mani più piccole erano più adatte alla raccolta, ma anche perché venivano pagate meno degli uomini. I gelsomini, stelline del firmamento, dovevano essere raccolti di notte. Con il sole ingiallivano e perdevano il loro profumo: la loro essenza doveva arrivare intatta alla grande industria cosmetica francese di Grasse dove si preparavano i migliori profumi al mondo. Le gelsominaie si trovavano alle 2:00 di notte in una piazza della loro cittadina e alle 2:30 passava un camioncino per portarle nei campi. I gelsomini raccolti venivano messi dentro una sacca che le donne tenevano legata in vita. Quando la sacca era piena, la svuotavano dentro un grande cesto. Andavano vestite con gonne lunghe e un fazzoletto in testa e spesso lavoravano scalze, affondando i piedi nudi nel terreno irrigato qualche ora prima. Il loro lavoro terminava alle prime luci dell’alba, quando la fatica e l’umidità avevano messo a dura prova quei corpi e aveva provocato gravi infezioni ai piedi nudi tra fango e insetti. All’indomani della seconda guerra mondiale, le gelsominaie, guidate da una di loro forte e intraprendente, conosciuta con il nome de la bersagliera, occuparono il comando di polizia di Milazzo e iniziarono uno sciopero contro lo sfruttamento e le cattive condizioni in cui erano costrette a lavorare. La loro lotta fu tenace e il loro grido si alzò forte fino a che non fu loro riconosciuto un aumento del salario e un abbigliamento più adatto per sopportare l’umidità come stivali di gomma, grembiuli e guanti. La bersagliera continuò la lotta per i diritti delle lavoratrici di Milazzo iscrivendosi a un sindacato. Le gelsominaie ottennero orari e turni di lavoro migliori e continuarono a raccogliere le stelline profumate fino agli anni ’90, quando i campi furono coperti dal cemento e la fragranza inebriante dei gelsomini fu riprodotta chimicamente.

La signora dei giardini pianse la scomparsa dei campi e la madre di tutte le stelle non cucì più vestiti dorati.

Filippo ‘u rizzu

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-Chi fu? Una bomba? Sì, sì! Una bomba!-

-Calmati, stai tranquillo. Prendi un po’ d’acqua. Ecco, così. E’ l’Etna che ha la voce grossa stasera.-

Da quanto tempo era lì, come un lapillo lanciato dal vulcano. Da quanto tempo rimaneva immobile a guardare il soffitto, mentre ancora ardeva di passione per il tempo che l’aveva attraversato e ora, inesorabilmente, si riavvolgeva, per dissolversi piano, piano, per sempre.

-Tutto mi ricordo, tu lo sai! Ho tutto qua, nella testa.-

-Sì, lo so.-

-Sono cento anni che vivo qua e ricordo tutti, mi ricordo di tutti.-

-Sì, sì lo so. Vuoi che prendo i fogli e continuiamo a scrivere la storia di questo tuo borgo? Abbiamo già raccolto tanti racconti, sai?-

-Prendili, voglio scrivere io qualcosa.-

-Ma non vedi bene!-

-Io conosco i segni della scrittura a memoria. Me li ricordo, anche quelli ricordo.-

Cent’anni che era lì e per tanti di quegli anni aveva riparato biciclette in una piccola bottega di un’ antica e nobile villa in piazza Bonadias, nel quartiere di Cibali, a Catania. Filippo “u rizzu”, per via dei suoi capelli ricci, riparava biciclette da una vita, da quella vita che ora ormeggiava nei porti del passato e lanciava le cime negli approdi di un futuro che aveva il dovere di ricordare.

Cent’anni che era lì e in tutti quegli anni aveva tappezzato le mura della sua casa di fogli di giornali, di ritratti di gente che aveva camminato con lui tra le macerie di una città distrutta dalle bombe che ancora turbavano il suo sonno. Riusciva a sentire, attraverso quei ritratti, le voci delle donne che stendevano i panni sotto gli alberi della piazza; quelle degli uomini che sotto quegli alberi chiacchieravano, giocavano a carte; quelle dei giovani, figli di un tempo che doveva voltare pagina. Poi c’era una foto, in bianco e nero anche quella. Ritraeva due ragazzini, Mimmo e Cettina, che erano scappati da casa e non erano più tornati a Cibali.

-Volevo tanto bene a quei ragazzi. La guerra era finita, ma loro continuavano ad averla in casa.-

Cominciò a tossire, il fiato era sempre più pesante, gli occhi vagavano in cerca di un sostegno. Afferrò la mano di Rosaria.

-Ricordati sempre di me. Scrivi.-

Si calmò, si addormentò stanco e Rosaria iniziò a scrivere, immaginando di essere seduta lì, davanti la vecchia bottega di suo padre, osservando la gente che intrecciava le fila della vita sotto gli alberi di piazza Bonadies.

Efesto

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Quella mattina, Efesto aveva tolto i mantici dal fuoco per guardare attraverso la bocca del vulcano.

Vide nuvole rosa distendersi serene nel cielo; osservò la luna che ancora rivolgeva il suo sguardo al mondo come una madre che non arresta mai l’attenzione sui suoi figli.

Quella mattina, il dio del fuoco rimase estasiato dai colori che Aurora aveva preparato per il nuovo giorno.

Si saziò di bellezza, fece il pieno di stupore e accese la fucina per realizzare grandi opere.

L’arte del torrone

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L’importante è il fuoco…l’importante sono i coltelli…l’importante sono le mandorle, le nocciole….

Insomma, a tutto l’elenco delle cose importanti sta, come una proporzione matematica, la buona riuscita di un profumato torrone di Sant’Agata. Tra il trambusto della folla, le note folcloristiche delle bande a seguito delle candelore e le voci concitate dei devoti si erge il silenzio di un uomo che della preparazione del torrone ne ha fatto un’arte. 

-Ho imparato da ragazzino. Avevo visto fare il torrone da un parente e volevo provare a farlo. Allora, quando in casa non c’era nessuno, provavo e riprovano e tante volte sono stato costretto a buttare tutto.-

Dentro una pentola di alluminio pulita e lucida ribolle il caramello che Paolo mescola con cura, utilizzando un grande cucchiaio di legno. Il caramello ordina, lui esegue.

-Aggiungi un pochino di farina.

-Diminuisci il fuoco.

-Aumenta il fuoco.

-Aggiungi una parte di nocciole. Mescola.

-Aggiungi l’altra parte di nocciole. E ancora farina. Poca.

Quando dentro il pentolone tutto si è ben amalgamato, le parti si invertono. Ora il signore dell’impasto è lui, Paolo, l’Efesto del torrone. Su un marmo lindo e bianco come la neve, forgia quel magma dolce maneggiando con destrezza due grossi coltelli: assembla gli elementi, li gira e li rigira, li stende, li compatta. Poi i coltelli sollevano l’impasto caldo facendolo saltare, prima con piccoli balzi, poi con onde più alte. 

Leviga e divide il foglio di torrone ancora caldo. Lo spettacolo è finito, il lavoro si è concluso, i colori e il gusto esultano.

Eliodoro

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Catania – piazza Duomo

Scorazzava per le vie del capoluogo etneo, cavalcando un elefante che aveva forgiato con la lava del vulcano. Eliodoro era un mago dispettoso. Trasformava gli uomini in bestie, comprava merci con monete d’oro e pietre preziose che si trasformavano poi in sassi, distraeva i fedeli durante una messa, tirava la stola al vescovo e si faceva trasportare da spiriti diabolici da Catania a Costantinopoli e ritorno, per scampare alla prigione o a una condanna a morte. I catanesi erano continuamente molestati dal mago burlone che a cavallo del suo elefante magico si divertiva a far crescere i capelli ai calvi, a far spuntare corna di cervo sulla testa di qualcuno o la barba di montone ad un altro. Ma un coraggioso vescovo, il vescovo Leone, esorcizzò il mago coprendolo con la sua stola. Eliodoro, allora, cadde in una fossa infuocata e morì. L’elefante du Liodoru, prese il nome di Liotru e, posto al centro della piazza del duomo, con un grosso obelisco sul dorso per impedirne il movimento, diventò il simbolo di Catania.

La festa delle donne

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Suvvia, con piede leggero, formiamo un cerchio e teniamoci per mano; tutte insieme seguendo il ritmo della danza. Su, su, con passi veloci. E il coro si disponga in modo da volgere l’occhio tutt’intorno da ogni parte.

E insieme tutte cantiamo, e onoriamo nella danza scatenata la stirpe degli dei Olimpi.

E se qualcuno si aspetta che in questo tempio, perché siamo donne, parliamo male degli uomini, si sbaglia.

Ma bisogna innanzitutto, nella danza in tondo, trovare subito un passo armonioso.

Avanti dunque, e celebriamo il dio dalla splendida lira e la vergine regina, la cacciatrice Artemide. Salute, dio che saetti di lontano, concedici vittoria. E poi com’è giusto celebriamo Era, protettrice dei matrimoni, che gode di tutte le danze, e custodisce le chiavi delle nozze.

Aristofane, LA FESTA DELLE DONNE, 411 a.C.