Un Brucaliffo sull’Etna

Tag

, ,

Era dicembre e aveva nevicato copiosamente per due giorni. Zafferana s’era vestita di bianco e la sera si lasciava attraversare da un magico silenzio. L’Etna si svegliava al mattino con il suo candido mantello, puntellato qua e là da macchie scure di roccia vulcanica che facevano capolino per guardare il cielo. Qualche nuvola si adagiava in cima alla Muntagna, lasciandosi attraversare da sporadici sbuffi di fumo grigio che usciva a sorpresa dal cratere centrale. Era, pensava Cettina, come se un Brucaliffo si fosse accomodato sul bordo del cratere invece che su un fungo e, fumando il suo narghilè, lanciasse palle di fumo per invitare incaute visitatrici ad andarsene. Aveva letto il romanzo di Luis Carrol, Alice nel paese delle meraviglie, e tra tutti i personaggi che l’avevano divertita, incuriosita e l’avevano fermata per riflettere su atteggiamenti e situazioni vere, riscontrabili nella vita di ogni giorno, tra il Bianconiglio, il Cappellaio Matto, lo Stregatto e altri, uno le era sembrato proprio particolare, il Brucaliffo, un bruco che si dava tante arie ma che mai sarebbe diventato farfalla. Guardando gli sbuffi grigi dell’Etna, Cettina lo immaginava lì, tra il fuoco e il fumo ad arrostire la sua vanità.

I colori del mondo

Tag

, ,

Annegherò la mia ansia di vivere

nei colori del mondo,

nei riflessi del sole,

nelle nuvole belle

di eleganti movenze,

nella riva baciata

dal mare schiumoso.

Ascolterò la tua voce, mare,

che non rinneghi il passato,

che ami il presente

e vegli, instancabile,

sul fluire dei giorni.

Sono acqua, sono vento,

sono tempo che passa,

sono vita che ascolta

i racconti del mare.

Colori

Tag

, , ,

Milazzo

Aria salsastra, luce abbagliante.

Colori, che un tempo,

brillavano, vivevano

di un palpito forte

di giovane vita.

Restano vive le sfumature,

che sempre hanno accompagnato

il viaggio che, pian piano,

si ferma, si arena

guardando lontano

i colori sbiaditi

di un tempo

dove nessuna onda

vorrà più tornare.

Fammi strada-Gelsomini (16)

Tag

, , , ,

Milazzo

A Milazzo c’è un bel porto dalla parte dei pescatori, di qua. Loro si mollavano da là e se ne venivano qua, co i vuzzarieddi a remi” Macrina Marilena Maffai, DONNE DI MARE, Pungitopo editrice, 2013, pag. 149

GELSOMINI

Un’antica leggenda araba narra che la madre di tutte le stelle, che viveva in un castello di nuvole belle, cuciva vestiti dorati per tutte le sue figlie sparse nel firmamento. Alcune piccole stelle, non contente dei vestiti che avevano ricevuto, iniziarono a ribellarsi e a  chiedere con insistenza alla madre che cucisse per loro altri vestiti.

-Abbiate pazienza, ci sono anche le vostre sorelle che aspettano nuovi vestiti.-

Ma le stelline continuavano a lamentarsi e a portare scompiglio tra le stanze del castello fatto di nuvole belle. Il signore del cielo si arrabbiò così tanto che punì severamente le stelline: le spogliò dei loro vestiti dorati e le

lanciò sulla Terra. La madre, disperata, chiese aiuto alla Signora dei giardini: le sue stelline erano capricciose ma non meritavano di essere calpestate dagli uomini. La signora dei giardini le trasformò, allora, in piccoli fiori profumatissimi li chiamò Jasminum, gelsomini. Da allora le piccole stelle profumano il mondo  nelle belle notti d’estate.

Il peschereccio Maruzza aveva attraversato lo stretto di Messina e Mimmo si sentiva attraversato dalla magia dei grandi viaggiatori. Le acque del Tirreno erano calme e brillavano di migliaia di stelline. Sembrava che avessero lasciato il cielo della notte, per farsi cullare dal movimento lento del mare. L’aria tersa svelava all’orizzonte l’immagine di isole sparpagliate ma vicine, come sorelle che avevano tante cose da dirsi e non potevano allontanarsi troppo l’una dall’altra.

-Guarda Mimmo, le isole Eolie. Sono sette e sono circondate da un mare ricco di pesci che vivono e si riproducono tra gli anfratti di antiche secche.-

Il mare era calmo, splendente, di un azzurro surreale, come se ad un pittore fosse scivolato dal cielo un enorme secchio di quel colore e avesse poi avesse spennellato qua e là.

-Questo mare è generoso, da’ soddisfazione. Sai Mimmo, c’è qualcosa in queste acque, tra quelle isole, che fa girare la testa, che attrae come una calamita.-

Mentre parlava, la sua voce si perdeva tra i primi soffi di un dio che lì abitava e si divertiva, di tanto in tanto, ad aprire uno dei suoi otri pieni di vento.

-Stanno per arrivare delle giornate di mare grosso. Soffierà un forte vento di maestrale e rimarremo fermi per un po’.-

Padron Vicè guidò la sua barca fin oltre la lingua di terra di Capo Milazzo ed entrò nel porto di quella cittadina, che li avrebbe ospitati fino a quando era possibile uscire per mare. Arrivati nell’abbraccio di acqua e terra che era il porticciolo dei pescatori di Milazzo, il tempo venne scandito dalle operazioni di ormeggio. Lenta, attenta, sicura avanzava Maruzza, mentre dal molo gli ormeggiatori erano pronti ad afferrare le cime che Mimmo e Luigi lanciavano con forza dal peschereccio. Le corde raggiungevano le mani grandi, callose, profumate di mare e di sole, e venivano assicurate alle bitte rosse di ruggine, ferme come antichi soldati di vedetta su quel porto assolato. Don Vicè e il suo equipaggio potevano scendere. La giornata si era avviata  a percorrere le ore del pomeriggio e il sole era alto, caldo e tutto intorno brillava di una luce accecante. Gabbiani e cormorani volavano a pelo d’acqua, contendendosi i pesci che numerosi nuotavano avanti e indietro come in una passeggiata su un corso cittadino.

-Buongiorno compare Vicè! Dovete stare fermi per qualche giorno, lo sapete vero?-

-Salutamu![i]Sì, lo so! Approfittiamo per stare un poco coi nostri amici di qua- e fece l’occhiolino al compare, che ricambiò con un sorriso di assenso.

-Andiamo! Vi posso offrire un caffè?-

-Amunì[ii]! Ci vuole un buon caffè.-

Si avviarono verso un antico bar che accoglieva pescatori, contadini e viaggiatori. Durante il tragitto, don Vicè e il suo compare alternavano risate a chiacchierate sullo stato delle reti da pesca e delle nasse; Luigi e Rosetta stavano vicini intrecciando un silenzioso scambio di promesse; Mimmo, inebriato da quella luce, dalla libertà che sentiva respirargli attorno, volgeva lo sguardo ora all’immensa distesa d’acqua di fronte al porto, ora alle barche tirate a secco, ora ai gabbiani.  Giunsero al locale abitato da voci, parole e risa. Da un locale attiguo arrivava il fracasso allegro di alcuni giocatori di biliardino e tra la gente seduta al banco in attesa di un caffè, Mimmo fu attirato dalla chioma familiare di un uomo seduto di spalle. Il suo recente passato era andato a trovarlo.

-Signor Franco, che ci fa qui?-

-Mimmuzzu! Tu? Maronna Santa! Sembri un uomo. Dove l’hai lasciato il ragazzo che stava a Cibali?-

Francu u rizzu abbracciò il suo giovane amico e gli fece mille domande.

-Che stai bene si vede, e che sei contento pure! Vieni qua fatti vedere.-

Il signor Franco volle sapere ogni cosa: come era arrivato a Milazzo e se aveva trovato persone rispettose.

-E lei, che ci fa qua? Le sue biciclette sono in attesa?-

-Sì, sì, loro possono aspettare. Sono qui per incontrare un amico. Devo consegnargli un pezzo per riparare una bicicletta a Lipari. Il tempo di spiegargli due cose e parto di nuovo. Spero di prendere il corriere delle otto, stasera.-

-Lei è un maestro. Come sta mia madre? Le mie sorelle?-

Il vecchio amico gli raccontò di Cettina che aveva fatto la fuitina con Salvatore, di Nunzia che era partita per Palermo con la zia. Poi gli disse di sua madre che era rimasta sola con il marito, -tuo padre Mimmo-, che continuava a lavorare e faceva una vita ritirata.

-Fammi sapere tutto di te, scrivimi. Lo sai che ti voglio bene.-

Mimmo lo guardò e si commosse. Lo abbracciò e gli promise che non avrebbe mai interrotto quel legame con Cibali, lo avrebbe curato grazie all’affetto di quell’uomo che in piazza Bonadies riparava biciclette. Si lasciarono. Il ragazzo seguì con lo sguardo la chioma riccia del signor Franco, fino a quando si salutarono con un gesto lontano della mano.

-Luigi, Rosetta, Mimmo! Venite qua, la signora Rosina vi vuole conoscere.-

Su una poltroncina vicino alla cassa del bar, stava seduta una signora con uno scialle sulle spalle e un sorriso dolce e profumato di gentilezza.

-Scusate se non mi alzo. Ho tanto dolore ai piedi e la mia schiena non mi regge più.-

Abbracciò uno a uno quei ragazzi, accarezzandoli come se li avesse cresciuti lei.

-Che siete belli! Ditemi, siete mai stati a Milazzo? Ora chiamo mia nipote. Vi farà fare un giro nella nostra cittadina. Tempo ne avete! Il vento inizierà a soffiare forte e il mare si agiterà.-

Sorrideva e intanto teneva strette le mani di Mimmo e Rosetta.

-Marcella! Marcella, vieni qua!-

-Eccomi, nonna. Che c’è?-

-Vieni! Questi ragazzi sono Mimmo, Rosetta e Luigi. Sono arrivati col peschereccio di don Vicè, il pescatore catanese.-

Marcella offrì loro un sorriso raggiante e li abbracciò con un affetto antico e genuino.

-Sapete, Marcella è una gelsominaia come la sua mamma e come lo sono stata io.-

-Domani ho il giorno libero, se volete possiamo andare alla spiaggia di levante a fare un bel bagno prima che il mare si fa grosso. Io vado presto, mi piace vedere sorgere il sole. Che ne dite?-

I ragazzi accolsero la proposta con entusiasmo e si accordarono per vedersi il giorno dopo all’alba.

-Dormirete qui, ho delle stanze libere. Marcella, pensi tu a sistemare i nostri amici?- 

-Certo, venite.-

Si avviarono per le scale che portava al piano di sopra e Mimmo si avvicinò alla sua nuova amica, preso da tanta curiosità.

-Che vuol dire che sei una gelsominaia?-

-Vuol dire che raccolgo gelsomini. Qui a Milazzo ci sono enormi distese di campi di gelsomini. Sembrano stelle cadute dal cielo. Puoi venire con me qualche volta.-

La ragazza mostrò le camere ai suoi ospiti e li salutò. Non li avrebbe visti a cena, ma fissò con loro l’appuntamento per il giorno dopo.

Trascorsa la notte, i ragazzi si trovarono al bar dove già qualcuno sorseggiava un caffè bollente. Si avviarono verso la spiaggia di Levante che ancora doveva sorgere il sole. Appena arrivati, si sedettero uno accanto all’altro e aspettarono l’arrivo dell’Aurora. Il mare aveva intonato una musica di onde fragorose che arrivavano sulla spiaggia lambendone un lungo tratto. Luigi e Rosetta ne approfittarono per passeggiare mano nella mano lungo la battigia e Mimmo rimase accovacciato sulla spiaggia accanto a Marcella.

-Mi piace tanto quando il mare ha queste belle onde  alte. Vuoi provare a nuotarci dentro? In questo tratto di costa si può stare tranquilli, non c’è pericolo di sbattere contro qualche scoglio.-

Gli sorrise e con gli occhi brillanti di gioia, lo invitò a entrare in acqua.

-Ma che c’è? Ti scanti[iii]? Dai, vieni!-

Marcella aspettò un’onda più alta.

-Questa è bellissima!-

Vi si tuffò dentro e Mimmo non la vide per qualche secondo. Riemerse, scivolando leggera sulla battigia, come fosse anche lei un’onda del mare.

-Vedi! L’onda mi ha accompagnata. Ora ne scegliamo un’altra insieme.-

Avanzarono nell’acqua, e quando si trovarono immersi  fino alle ginocchia, aspettarono un’onda bella, pronta a giocare con loro.

-Sei pronto? Via, dentro di testa!-

Entrarono in quell’energia scoppiettante con gli occhi ben aperti perché tutti i sensi partecipassero di quel turbinio vitale. Entrarono di testa e si fecero travolgere dall’acqua, da un’ebbrezza salata e affascinante di un mondo sconosciuto e accattivante, felici di danzare leggeri tra bolle e liquide carezze, mentre tutto si diluiva nella schiuma bianca del mare.


[i] Vi saluto

[ii] Andiamo

[iii] Hai paura?

Dimmi cielo

Tag

, ,

(Poesia di qualche anno fa ma che mi torna sempre in mente)

Dimmi cielo d’estate,

Dove hai raccolto tutte le stelle?

-Me le ha prestate il mare

Che brilla alla luce del sole,

E quando la sera si stende perché tutto si plachi,

Il mare raccoglie le perle di luce

E le lancia alla volta celeste,

Regalando quel manto di stelle

Che splendenti sorridono al mondo che dorme.

Dimmi cielo d’inverno,

Dove sono le piccole stelle?

Forse il mare ha voluto tenere per sé quelle perle di luce?

-Anche il mare ha cambiato colore,

Il grigio ci ammanta con una coltre pesante.

Il vento ha rapito le perle di luce

E insistente le tiene nascoste,

Finché un’onda del mare le trova

E così tornano a splendere ancora.

Dimmi ancora,

Perché il mio cuore tentenna,

Perché brilla e poi d’improvviso si spegne

Per illuminarsi di nuovo e poi ancora oscurarsi?

Cos’è questo vento che turba

Il mio animo sempre in tempesta?

Persona si chiama chi sente,

Chi avverte un cuore che vive

E di mille emozioni si strugge!

Fammi strada-Le parole che non si devono dire (15)

Tag

, , , ,

Costui, il cui nome non voglio nemmeno pronunciare,….Mi ha chiamato, costui, mafioso; e va dicendo che io ho portato la battaglia elettorale sul terreno della mafia. Ma qual’è, o amici miei, l’autentico significato della parola mafia? “ Leonardo Sciascia, I MAFIOSI, Adelphi, Milano, 2010, pag.160

LE PAROLE CHE NON SI DEVONO DIRE

L’inverno era trascorso con tanta preoccupazione per la salute della nonna. Da qualche tempo accusava dei disturbi improvvisi che minavano il suo equilibrio, la sua stabilità fisica. Qualcosa, nella grande macchina che è il cervello, le faceva perdere il controllo delle gambe e rischiava di cadere rovinosamente, se non fosse che da qualche tempo non usciva più da sola. Era come se alcuni neuroni andassero in corto circuito, come se i comandi cerebrali, preposti al controllo degli arti inferiori, andassero in fase di alta tensione e quelli, presi da una forte scossa, perdessero completamente la forza di tenerla in piedi. Nunzia, dopo avere ascoltato un medico specialista, si era fatta una certa idea della situazione vascolare della nonna:  quel sistema di circolazione sanguigna si era ridotto come un impianto idrico guasto, dove capitava che da qualche tubatura saltava un pezzetto di ruggine che, errando senza meta, andava a minacciare il funzionamento di quel corpo. La vita cominciava a cambiare per quella donna dall’entusiasmo tutto siciliano per cui “arancina” era “arancina” e basta.

-Oggi faccio le polpette con le patate.-

In quel “faccio” c’era la collaborazione di chi si trovava in casa.

-Prendi la cipolla e poi le patate.-

Seduta al tavolo, si apparecchiava per preparare le sue patate, le sue polpette o qualsiasi altra cosa che passando per quelle mani diventava una specialità condita di allegria.

-Che dice il giornale oggi?-

-Che c’è la guerra, mamma. No quella che abbiamo conosciuto noi. Una guerra subdola, fatta di parole che non si possono dire, di pensieri che non si devono esprimere. Ne hanno ammazzato un altro ieri.-

Erano gli anni che a Palermo i giornali si trovavano nelle edicole ma si vendevano anche per strada, lungo i vicoli dei mercati della Vucciria, di Ballarò, di Capo. “L’ORA, quanti ni murieru!”[i], gridava uno strillone senza denti, povero e chissà con quale idea di quei morti raccontati da un giornale che un’idea precisa ce l’aveva: combattere la mafia, il malaffare, la povertà di una terra tanto bella quanto sottomessa. Un’idea che pulsava forte, che sfidava i colpi di lupara perché “ la pelle è solo un tessuto”[ii]. Gli americani avevano lanciato sigarette e cioccolata dai loro  carri armati, e la gente si era convinta che con quello sbarco in Sicilia, gli “amici” d’oltreoceano erano davvero venuti a liberarli dall’orrore della guerra. Con loro era arrivato, però, anche Lucky Luciano, Lucky, il Fortunato, il mafioso con la gola cucita. Gli americani attraversarono la Trinacria, accolti con grande enfasi mentre si preparavano a trattare con gente senza scrupoli che avrebbero governato comuni, gestito terreni, controllato appalti, seminando sfiducia e paura.  “L’ORA, quanti ni murieru!”. Dal 1954 Vittorio Nisticò assunse la direzione del giornale palermitano e la lotta alla mafia divenne impegno quotidiano. Le attività mafiose, che trovavano terreno fertile nei silenzi e nella complicità delle istituzioni, avevano tracciato un’immagine distorta della Sicilia e dei siciliani a cui era stata tolta anche la speranza di alzare la testa, di guardare con orgoglio alle proprie tradizioni, alla propria storia.

-Vedi Nunzia, per ognuno che muore sotto i colpi della lupara, se ne devono alzare mille per dire basta. Ma per fare questo bisogna che voi giovani studiate. Per ognuno che muore sotto i colpi della lupara, mille coscienze si devono svegliare, mille voci si devono alzare. E tanti libri devono circolare. L’ignoranza è l’amica migliore della sopraffazione e il nostro direttore lo sa.-

La zia non perdeva una copia del giornale L’Ora, e non perdeva occasione per raccontarle la storia di una Sicilia che voleva credere nel progresso.

-Immagina i quattro canti pieni di gente curiosa e tanti abbanniaturi che arrivano dal mercato della Vucciria con fasci di giornali. Immagina un uomo che sale sul bordo di una delle fontane agli angoli della piazza, e annuncia l’uscita di un giornale nuovo, tutto siciliano. Un giornale che non si sarebbe accontentato di fare la cronaca dei fatti e dei misfatti che attraversavano le strade di Palermo, ma che voleva imporsi all’attenzione nazionale perché la Sicilia non fosse più considerata periferia di mali da piangere in solitudine.-

La zia continuava a raccontare le pagine più significative del giornale nato nel 1900 per voler della famiglia Florio e che vide come suo primo direttore Vincenzo Morello che, salito energicamente su quella fontana ai Quattro Canti, si diede un nome di battaglia: Rastignac.

-L’ORA si era dato un obbiettivo: uscire dalla condizione di solitudine e condividere con la nazione l’arte, la cultura, il paesaggio, la gente, offuscati dalla mafia, con la compiacenza delle istituzioni.-

Nunzia la guardava, la ascoltava. La Sicilia, la sicilianità scorreva nelle vene di quella donna, con la stessa forza che avrebbe avvertito tra le pagine del giornale, che aveva la sua sede in Piazzetta Napoli e che presto sarebbe stata una delle sue mete quotidiane.


[i] L’ ORA, quanti ne sono morti

[ii] Pierluigi Ingrassia, direttore del giornale l’Ora dal 1947 al 1953, nel 1947 risponde, con un intenso editoriale, alle intimidazioni del bandito Salvatore Giuliano, dopo la strage di Portella della Ginestra.

Fammi strada-Una donna lo sa (14)

Tag

, , , , ,

Tu non sei più vicina a Dio/di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende/benedette le mani./Nascono chiare in te dal manto,/luminoso contorno:/io sono la rugiada, il giorno,/ma tu, tu sei la pianta.” Rainer Maria Rilke, LE MANI DELLA MADRE.

UNA DONNA LO SA

-C’è una lettera per te.-

Salvatore era appena rientrato e posò distrattamente la busta sul tavolo della cucina. Erano passati già alcuni mesi da quando si erano trasferiti a Zafferana, in una casa modesta: una cucina, un bagno e una camera da letto.

-Dove vai?-

-Devo vedere una persona stasera. Lavoro.-

Salvatore usciva di buon’ora la mattina. Lavorava in un panificio insieme alla madre e a un fratello. Spesso non tornava a pranzo e la sera, dopo cena, andava a letto presto.

-Aspetto un bambino. Mi sento tanto sola.-

-Non sei l’unica ad aspettare un bambino.-

-Mi sento tanto sola.-

Ma lui non aveva tanto tempo per ascoltare la solitudine della sua compagna. La guardò appena e si distese sul divano.

Cettina abbassò la testa, capì che non era quello il modo per farsi ascoltare. Pensare di ricevere attenzioni da Salvatore commiserandosi, era una battaglia persa già prima di cominciarla. Si sedette su una poltrona, in silenzio, mentre fuori ormai era buio e per le strade non si vedeva nessuno. Prese tra le mani la lettera di Nunzia. Quanto era felice per lei! Leggeva e rileggeva, immergendosi tra i colori, i suoni e gli odori di una città che le aveva regalato affetto, tenerezza, serenità. No, non avrebbe risposto a quella lettera. Perché rispondere? Per darle un dispiacere? Per “lamentarsi” di una vita che, con rabbia, aveva scelto lei? Forse un giorno si sarebbero riviste o forse no. Adesso ognuno percorreva percorsi diversi e lei, Cettina, procedeva su una strada difficile.

La mattina dopo decise che sarebbe andata a fare una passeggiata al Belvedere, come faceva sempre quando le giornate erano più calde. Le strade erano coperte di cenere e fuliggine piovute dal vulcano durante la notte e il paese assumeva un aspetto fatato, antico, quasi surreale. Camminava lentamente, percorrendo la piazza che si trovava su quella linea retta su cui insistevano, come punti inconfondibili, l’Etna, il Duomo e il mare di Catania. Lì, lungo quella fantomatica linea, tutto sembrava cospirare contro la malinconia  che le attanagliava il cuore a cominciare dal nome Zafferana, che evocava il colore giallo delle arancine tanto decantate dalla nonna. E poi laggiù il mare, Catania: dov’era Cibali? Dov’era sua madre? Perché non la cercava? Perché non arrivava?

-Aiutami Gesù mio!-

Arrivarono in suo soccorso grosse lacrime che come anelli di una grossa catena portavano fuori la sua amarezza e le alleggerivano il cuore: “basta, basta” sembravano dirle quelle gocce accarezzandole il viso, “non ti amareggiare ancora! Asciuga la tua tristezza.” Si riprese da quei brutti pensieri e riuscì a sentire un delicato odore di fritto. A Zafferana non facevano le arancine di riso colorato di giallo. Lì, ai piedi del vulcano, si friggevano le “siciliane”, enormi calzoni, pizze chiuse dove all’interno ribolliva come magma bianco la tuma, un formaggio pecorino tipico del catanese, accompagnata da olive nere, cipolla e acciuga. Cettina si lasciò andare a una considerazione, una sorta di digressione rispetto ai pensieri sulla sua vita nel paese etneo: ciò che a Palermo era femmina nel catanese era maschio e viceversa. La tuma, formaggio rigorosamente femmina si contrapponeva al “primo sale”, formaggio maschio usato largamente nel capoluogo siciliano, come l’arancino stava all’arancina dove lo zafferano, maschio, diventava Zafferana, di genere femminile, per dare un nome al paese etneo. Scrollò le spalle, non capiva neanche lei di cosa si stava occupando la sua mente. Rivolse lo sguardo alla cupola del duomo che si ergeva maestosa e, nel cielo terso di quella mattina, era come se fosse stato possibile poterne tracciare i contorni, mentre altèra, rimaneva all’ascolto della Muntagna che le stava accanto come una cara amica brontolona. 

Cettina aveva fatto amicizia con una signora che viveva in una graziosa casa dai balconcini in ferro battuto e fioriere straripanti di fiori di ogni colore, proprio di fronte alla sua abitazione. Si erano timidamente salutate da dietro i vetri delle loro finestre. La signora le aveva rivolto un sorriso tenero e Cettina aveva alzato la mano in segno di saluto. Sorriso dopo sorriso, si scambiarono qualche parola e anche un invito a prendere un caffè insieme.

-Domani faccio le siciliane, vuoi venire a vedere come si fa?-

Accettò l’invito e si trovò con un grembiule legato alla vita e le maniche della camicetta alzate fino ai gomiti.

-Allora, cominciamo. Pesa mezzo chilo di questa farina. Tieni.-

Sorriso dopo sorriso, iniziarono a impastare la farina con il lievito sciolto in acqua tiepida e del burro fuso.

-Aggiungiamo un altro poco di acqua. L’impasto deve risultare bello morbido.-

Poi fecero dei panetti e li coprirono per farli lievitare.

-Lavati le mani. Il tempo che i panetti sono pronti, noi ci prendiamo un bel caffè in terrazza. Oggi c’è un bel sole e l’Etna è tranquilla.-

Aveva trascorso una splendida giornata con quella donna che viveva da sola in una grande casa piena di ricordi.

-Non potrei vivere in un altro posto. Il vulcano non mi fa paura, anzi è un caro amico. Al mattino quando mi sveglio, il mio primo pensiero è andare a salutare ‘a Muntagna, e penso che la bellezza che mi regala ogni giorno può darmi la forza per affrontare tutto, anche la mia solitudine.-

Parlarono di tante cose e quando l’orologio del duomo ricordò loro che erano passate già due ore, scesero svelte in cucina, dalle loro pagnottelle.

-Adesso bisogna spianarle ben bene con il mattarello. Ecco così, brava! Su una metà spalmiamo l’olio e sull’altra mettiamo tanta tuma, olive e alcuni filetti di acciuga.-

-Adesso la chiudo?-

-Sì. Con la forchetta fissa bene i bordi che bagnerai appena con un miscuglio di olio e acqua.-

La signora mise sul fuoco una padella con tanto olio che, dopo pochi minuti, cominciò a fare le prime bollicine, segno che era abbastanza caldo per poter cominciare a friggere le focacce. Una dopo l’altra le siciliane assunsero il loro colore dorato e in tutta la casa si diffuse un odore buono, conviviale, allegro, avvolgente come un abbraccio. Ne assaggiarono subito una: era buonissima!

-Ecco, guarda, queste le porti a casa.-

-Grazie, ma non doveva!-

Cettina non aveva detto alla sua nuova amica di aspettare un bambino, ma la signora la guardava come se sapesse, perché le donne sanno come si cambia, quale luce si accende negli occhi di colei che genera una nuova vita  e sviluppa il calore di un amore nuovo. Una donna lo sa.

-Ti raccomando, stai serena. Pensa a cose buone, affidati a ricordi belli e fatti sconvolgere dalla bellezza che trovi anche nelle piccole cose. La vita ti sorriderà sempre.-

Sorriso dopo sorriso, si salutarono con il cuore pieno di gratitudine.

Fammi strada-Due mari diversi (13)

Tag

, , , , ,

“Come fa l’onda là sovra Cariddi,/che si frange con quella in cui s’intoppa,/così convien che qui la gente riddi.” Dante Alighieri, LA DIVINA COMMEDIA-INFERNO, Canto VII, vv. 22-24

DUE MARI DIVERSI

-Scansati! Qua lavo io!-

Dal lavatoio arrivavano le voci concitate delle donne. Era arrivata Carmela a Cuzzulara, la prima donna del lavatoio: lei gestiva il lavoro delle lavandaie, decideva orari e giorni, stabiliva turni e si ergeva a giudice nelle contese su chi doveva lavare prima o sui posti da occupare. Tante erano le donne che arrivavano a piazza Bonadies con cesti carichi di panni: a Catania era risaputo che le acque del  fiume Longàne, che scorrevano all’interno del lavatoio di Cibali, avevano un potere pulente superiore a qualsiasi altro tipo di acqua. Lei, Carmela a Cuzzulara, lavandaia esperta, era una che contava e il suo soprannome indicava il fatto che fosse sposata con un cuzzularo. Nel quartiere avere un soprannome era normale e con quello si veniva immediatamente riconosciuti. Un notaio, nato, cresciuto e operante nel quartiere, usava redigere i rogiti inserendo anche gli epiteti dei firmatari dell’atto notarile.

Il marito di Carmela faceva u’ cuzzularu. Molti uomini a Catania sbarcavano il lunario raccogliendo le cozzole, le telline, molluschi bivalve di forma triangolare che popolavano numerose la Plaja, il litorale ai piedi dell’Etna, vivendo immerse nella sabbia. I cuzzulari partivano la mattina presto, alle prime luci dell’alba, per la raccolta dei molluschi che avrebbero venduto in bancarelle di fortuna nelle piazze, al mercato della Pescheria o alla Fera o Luni, il mercato di piazza Carlo Alberto. Il marito della Cuzzulara, u Cuzzularu, era un uomo mite e silenzioso, esile e delicato, con lo sguardo pieno di mare e di sole, sazio di quella bellezza che al mattino gustava affondando mani e piedi nella sabbia dorata ai piedi della Muntagna.

Com’era u mari oggi?-

-Bello!-

Il suo temperamento mite gli permetteva di stare accanto alla sua donna vulcanica, esplosiva e pronta a organizzare tutto, a decidere su tutto, a parlare e anche a sparlare di tutto. Quella donna era la sua roccia, era l’unica di cui si fidava ciecamente perché, lui lo sapeva, a Cuzzulara lo amava profondamente e aveva tanto fuoco in corpo da scaldare entrambi per tutta la vita.

-Buongiorno Rizzu! C’è confusione al lavatoio.-

-Buongiorno.-

 Filippo u rizzu, rispose appena, per educazione. Non gli piaceva quell’uomo arrogante e quindi, continuò il suo lavoro senza alzare lo sguardo dalla catena di una bicicletta che aveva perso un paio di perni.

-Oggi è proprio una bella giornata.-

-Vero.-

-Avete tanto da fare, vedo.-

-Sì, devo riparare tante biciclette e devo fare presto.-

-Buon lavoro, allora. Vi saluto.-

-Aspettate. Volevo sapere come sta Mimmo. Dov’è? Che fa?-

-Quel delinquente di mio figlio?-

Filippo avrebbe voluto gridargli il suo disappunto, ma si limitò a fare un cenno con la testa.

-Lavora su un peschereccio. Ora è a Milazzo. Si deve rinforzare le ossa, ava travagghiari.-

Il peschereccio su cui era imbarcato Mimmo era partito molto presto da Santa Maria La Scala. Il mare era calmo e continuò a farsi attraversare dall’ imbarcazione che di prora scatenava una schiuma bianca e un tripudio di gocce allegre, saltellanti in una sorta di giostra itinerante. L’alba era quasi giunta quando la barca era prossima allo stretto di Messina. La luna era alta, luminosa nel cielo e Tirreno da una parte dello Stretto e lo Ionio dall’altra avevano armato i loro soldati. Prima uno e poi l’altro avrebbero invaso i fondali, ora dell’uno, ora dell’altro mare e nello scontro avevano creato vortici di acqua salmastra e turbinii di onde che obbedivano alla grande madre, la Luna. Ora appariva rotonda, bella, alta nel cielo e i due mari si preparavano all’ invasione; ora appariva nascosta, mostrando un quarto del suo chiarore e Tirreno e Ionio si limitavano a brevi incursioni, ognuno nei fondali dell’altro. E quando era l’ora di stanca, le acque si riposavano, trovavano assetto, placavano l’ira di Scilla e Cariddi. Riprendevano presto le grandi manovre di invasione delle invincibili armate, mentre le barche attraversavano lente quei mari guerrieri.

Si distinguevano all’orizzonte, stretto tra Capo Peloro e Punta Pezzo, i colori decisi del nuovo giorno in arrivo: rosso, rosa, arancio, blu, grigio, mentre dietro le rocce calabresi arrivava il bagliore luminoso del sole. Mimmo guardava estasiato quell’imbuto di mare e pensò che era proprio un ragazzo fortunato: stava vivendo la sua vita con quella libertà che mai avrebbe immaginato e se ne nutrì ascoltando il suono del mare, il silenzio dei colori dell’alba e l’ energia delle voci di pescatori impegnati nell’avvistamento di un grosso pesce.

-Va’ cchiù susu!! Tuttu rittu, comu ora!! Acchiappalu! Acchiappalu!-

Il ragazzo si mostrò divertito da quelle voci che si sovrapponevano, si rincorrevano allo stesso modo con cui seguivano lo spostamento di quel pesce sulla superficie del mare.

-Don Vicè, ma che fa quello là sopra?-

A Don Vicè quel ragazzo piaceva, gli piaceva il suo coraggio, l’inconsapevole tenacia con cui seguiva il suo destino.

-Quella barca si chiama luntro e i pescatori la usano per pescare il pescespada. Sai perché si chiama così questo pesce?-

-Perché ha una spada sopra il muso.-

-Sì, e gli serve per tagliare le correnti che qui sono forti. Vedi, proprio al centro del luntro, c’è un albero che si chiama farere. In cima al farere sale l’avvistatore che appena il pescespada viene segnalato, a gran voce ne indica il percorso a pelo d’acqua e la barca si muove al suo inseguimento. I rematori remano più forte, incitandosi a vicenda e il fiocinatore, ritto a poppa, aguzza la vista e con mira spesso infallibile, infilza il pesce. Sai che quando  si avvista una coppia di pescespada si infilza prima la femmina? Il maschio non la lascia, le sta sempre vicino e così è più  facile infilzare pure lui.-

-Mamma mia! E’ brutto così!-

-Eh sì, ma queste sono le leggi della pesca.-

Don Vicè strizzò l’occhio al suo giovane amico e si lasciò dietro le voci dei pescatori dello Stretto. Il sole segnava già una lunga scia luminosa sul mare Ionio e Marunnuzza navigava vicina al mar Tirreno, alla volta del porto di Milazzo.