Arriverà la notte

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Arriverà la notte

e porterà via i colori, le emozioni, lo stupore.

Cercherà la luna per dedicarle il silenzio

di promesse mancate, di attese infinite.

Avvolgerà nell’ oblio le certezze

di ombre che non hanno avuto il coraggio

di guardare il sole

e si dissolveranno come fumo,

quando il fuoco del giorno si sarà spento.

Aprirà le porte ai fantasmi

che invocheranno la memoria

e attraverseranno i labirinti di anime inquiete

che il sonno non riesce a incatenare.

Arriverà la notte

per piegarci al destino di amare la vita,

anche quando voleremo lontano.

 

e=bellezza

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Alice-1000-1

La curiosità è figlia di quella voglia incontrollabile di aprire tutte le porte, qualsiasi tipo di porte, anche se si tratti di vedere cosa c’è dietro un numero, una lettera, una parola; per scoprire cosa c’è oltre quello che leggiamo, oltre quello che cerchiamo di interpretare nel mondo delle cose che vediamo e ci vengono incontro. Alice, nel paese delle meraviglie, da’ ampio sfogo alla sua curiosità inseguendo il coniglio bianco e diventando ora più alta ora più bassa come a descrivere un massimo o un minimo di una funzione matematica.

Quando alle elementari, da studenti in erba, ci si imbatte nell’analisi grammaticale, una delle analisi più semplici riguarda la vocale “e”: e=congiunzione. Congiunzione di cosa? Tra che cosa? Una parola e un’altra; tra una parola e tante altre; tra proposizioni. Sembra che la “e” abbia in sé qualcosa di infinito: e questo e quest’altro e mille altre ancora, in una sommatoria di elementi che si susseguono come una catenella all’uncinetto dove ogni slancio dell’ indice di una mano corrisponde a una “e” congiunzione. Lo sa bene Alice, esploratrice di un mondo dove la mente, curiosa, intreccia la trama di eventi razionali e irrazionali come insiemi di numeri così diversi eppure così complici nel dipanare la matassa di storie complesse e affascinanti.

e=2,71828182845904523…. Che numero strano! Sembra tutto regolare, “razionale”, almeno fino alla nona cifra decimale dove viene ripetuta la sequenza 1828 per ben due volte. Poi tutto si stravolge, diventa “irrazionale”, impazzito come il Cappellaio Matto che festeggia il suo non-compleanno, per rompere gli schemi e poter festeggiare in qualsiasi giorno dell’anno. Questo numero matto “e” si chiama numero di Nepero e lo troviamo nella formula di Eulero che viene definita il gioiello della matematica:

E’ una formula che certamente ho incontrato durante gli anni del liceo, ma da ragazzi le cose si vedono in maniera diversa: leggere lo stesso libro in periodi diversi della propria vita, suscita emozioni e considerazioni sempre nuove per cui lo stupore è assicurato. Ho rivisto la formula grazie ad un amico che di matematica se ne intende davvero: ” dentro questa formula c’è tutto, c’è tutta la bellezza della matematica”.

Non sono una “matematica” ma dei numeri subisco il fascino e la magia che fu propria dei pitagorici: sviluppo del pensiero, interpretazione dei misteri e della bellezza della mente e del mondo, la musica e l’ordine delle cose. Un atteggiamento po’ visionario quello di Pitagora, a cui sarà rivolto uno sguardo sempre più scientifico nei secoli a seguire grazie a Galileo, Newton, Russell e molti altri.

Il numero e è un numero trascendente: fantastica questa parola, già si vola! E’ trascendente nel senso che non si può esprimere con una frazione o con un numero decimale periodico dove le cifre dopo la virgola si ripetono sempre uguali, ma è il risultato del logaritmo di un numero n che tende all’infinito. Fu John Napier, in italiano Giovanni Nepiero (1550-1617) che studiò e sviluppò l’uso dei logaritmi per semplificare i calcoli di moltiplicazione e arrivò al numero e che prese appunto il suo nome.

Nella formula di Eulero e è elevato a iπ.

Apriamo la porta della i: essa è un’unità immaginaria che per definizione è uguale a √-1. Da dove arriva questa radice? Se si considera l’equazione di secondo grado x²+1=0 si capisce che non può avere soluzioni perché la radice quadrata di un numero negativo non esiste, almeno tra l’insieme dei numeri razionali: x²= -1 ⇒ x=√-1. Non esiste che un cagnolino spazzi via il percorso che sta seguendo Alice, lasciandone solo il pezzetto dove si trova la ragazzina in quel momento e poi, prima e dopo di lei, non c’è più nulla! Sarà quella l’unità immaginaria da cui ripartire e il cui quadrato è uguale a -1?

Apriamo la porta di π: disegniamo un quadrato che copra la stessa area di un cerchio. Certo, subito! Qual’è il problema? Il problema è che è un’ operazione difficile perché il rapporto tra l’area del quadrato e l’area del cerchio è sempre un rapporto approssimato, come il rapporto tra la circonferenza e il suo diametro. Tale rapporto è espresso da π=3,14…. , numero enigmatico che ha impegnato agrimensori, ingegneri e matematici di tutti i tempi che hanno aggiunto sempre più cifre dopo la virgola per riuscire a soddisfare quell’esigenza di esaustione, di completezza di un rapporto su cui si impegnarono le menti più eccelse del periodo aureo del pensiero greco. Enigmatico all’infinito, come il rapporto tra Alice e lo stregatto che aggiunge informazioni a quello che ha già detto per poi dissolversi, lasciando l’amica in dubbi sempre più profondi che la spingono a muoversi, a scoprire.

Poi c’è 1: elemento neutro rispetto alla moltiplicazione tanto che qualsiasi numero moltiplicato per 1 rimane uguale a sé stesso. Rappresentato dal punto (luogo geometrico dove tutto ha inizio e tutto finisce), e elemento parimpari per i Pitagorici (aggiunto a un numero pari, questo diventa dispari; aggiunto a un numero dispari, questo diventa pari), rappresenta l’ Unità a cui tutto si rivolge e da cui tutto proviene, secondo Parmenide e il pensiero monoteista; è l’inizio di una serie, la serie di Fibonacci, che parte dalla curiosità di volere studiare l’evolversi di una popolazione di conigli: conigli bianchi?

Apriamo la porta dello 0: elemento neutro rispetto all’addizione, nel senso che sommato a un numero qualsiasi quest’ultimo resta invariato, entrò tardi a far parte del linguaggio matematico. Gli antichi greci lo interpretavano come assenza di numero e non possedendo un valore numerico, rappresentava lo spazio vuoto: un vero dramma per i greci! Lo 0 assurgerà al ruolo di numero grazie ai matematici indiani e, grazie agli arabi arriverà in occidente intorno al IX secolo d.C.

Dentro quella formula c’è davvero tutto. C’è la matematica, la storia, la filosofia. C’è il pensiero di mercanti che sviluppano teorie matematiche per velocizzare i calcoli dei loro affari; ci sono agrimensori che tracciano linee geometriche adatte a dividere i terreni da coltivare; c’è l’intreccio tra il reale, il concreto e il trascendente, l’infinito, l’irraggiungibile e pur tanto agognato fine a cui tutto sembra tendere. C’è la bellezza tra sogno e realtà uniti dal simbolo dell’addizione che ha un solo risultato, 0 come incontro delle coordinate della grande opera che è la vita.

Maggio dei libri

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invito nto

Maggio è il mese dedicato alla Madonna. E’ il mese delle rose, dei tramonti rosati e delle albe fresche e romantiche. Maggio è anche il mese dei libri.

Il Palazzo della cultura è conosciuto a Catania anche come Palazzo Platamone dal nome della ricca famiglia che, nel XV secolo, affidò la costruzione dell’imponente struttura ai migliori architetti del tempo. Edificato vicino la marina, per potere controllare meglio gli importanti affari commerciali della famiglia, il Palazzo, dopo il terremoto del 1693, venne donato ai religiosi del monastero di San Placido.  Oggi è proprietà del Comune di Catania ed è sede di importanti eventi culturali, mostre e concerti. Quest’anno, in occasione del MAGGIO DEI LIBRI 2019, evento culturale e letterario organizzato  a partire dalla GIORNATA MONDIALE DEI LIBRI, che si è svolta il 23 aprile scorso, in una delle sale del Palazzo ho avuto il piacere e l’onore di presentare il mio ultimo libro,  ‘NTO SCURARI.  Pubblicato alla fine dello scorso anno da A&B del GRUPPO EDITORIALE BONANNO, ‘NTO SCURARI continua a seguire quel  percorso nostalgico, e a tratti malinconico, che tende a una tenerezza affettuosa verso quel bagaglio di ricordi e tradizioni che reclamano il loro ruolo di maestri di vita.

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‘NTO, NEL DIALETTO SICILIANO, TRADUCE LA PREPOSIZIONE ARTICOLATA NEL: ‘NTO PUZZU-NEL POZZO; ‘NTO LETTU-NEL LETTO, INDICANDO QUALCOSA CHE È DENTRO QUALCOS’ALTRO. QUANDO ‘NTO PRECEDE UN VERBO, ASSUME IL SIGNIFICATO DI MENTRE, AVVERBIO TEMPORALE, PER ESPRIMERE UNA PROPOSIZIONE TEMPORALE: ‘NTO LAVARI-MENTRE LAVO, ‘NTO CANTARI-MENTRE CANTO. ‘NTO SCURARI-MENTRE STA PER ARRIVARE LA SERA, ALL’IMBRUNIRE, QUANDO IL SOLE È GIÀ SCESO DIETRO L’ORIZZONTE, LE NUVOLE SI FANNO BELLE PER ACCOGLIERE LA LUNA, E L’ANIMO, COME UNA CASETTA DAGLI OCCHI DI CIELO, SI IMMERGE ‘NTO SILENZIO DELLA SERA E LIBERA PENSIERI, SOGNI, RICORDI FATTI DI PAROLE, FRASI, IMMAGINI.  CI SI TROVA IMMERSI  IN UN MOMENTO DELLA GIORNATA, MENTRE QUESTO MOMENTO AVVIENE…

Ci si trova immersi in un mare di parole che svelano pensieri, che giocano a costruire immagini, storie…sogni. Questo è ‘NTO SCURARI: un navigare tra le parole di una donna che ricorda e si emoziona. Sono nata a Palermo, sono cresciuta a Salina, ho trascorso la mia adolescenza e gli anni dell’università a Palermo e da più di trenta anni vivo a Catania con la mia famiglia. Di parole ne ho viste viaggiare tante legate ai diversi idiomi della nostra isola e le ho praticate tutte, con grande curiosità. Le parole sono un poco come la porta della storia, delle tradizioni, del modo di fare della gente che nei secoli si è incontrata e ha imparato a vivere insieme. Apri una parola e ci trovi i greci, i normanni, gli arabi e prima ancora i siculi e i sicani.

Pag.53

CUSCIUTA, ERA CUSCIUTA. SÌ, UNA VOLTA. LE PIACEVA CUSCIULIARI, IMBARCARSI SULLE SUE COSCE E ANDARE IN GIRO AD ASCOLTARE VOCI CHE AVEVANO SEMPRE TANTO DA RACCONTARE.

Cusciuta, nel dialetto palermitano indica chi va spesso in giro per le strade. A Catania si dice Strataria. Cusciulera è il termine usato nell’agrigentino per dire la stessa cosa. Cusciuliari ne è il verbo.

Immagini, parole, fantasia.

Cos’è la fantasia? E’ qualcosa dove ci piove dentro, come spiegava Calvino nelle Lezioni americane, nella sezione dedicata alla Visibilità, riprendendo un verso di Dante tratto dal XVII canto del Purgatorio: – O imaginativa…chi muove te, se il senso non ti muove?-

E la fantasia, l’immaginazione si muove attraverso le parole, le immagini. Come quelle che mi ha regalato Harry, giovane inglese che è piovuto dentro la mia fantasia e ho immaginato su una nave alla volta di Vulcano, nelle isole Eolie. E poi c’è Fedicei, nome strano che è piovuto sempre nella mia fantasia componendosi di cielo e felicità per raccontare i movimenti di gente, contadini, pescatori che arrivavano a Salina, isola verde dell’arcipelago eoliano, partendo dalle altre isole minori o dalle vicine coste siciliane, attirati dalla pescosità di quel mare e dalla ricchezza che aveva portato la coltivazione della malvasia fino a quando non arrivò la fillossera e l’emigrazione si spostò verso l’Australia e l’America.

Cavuru, cavuru è! E’ caldo, caldo. Cosa? Lo sfincione palermitano, una specie di pizza soffice coperta da tanta cipolla, salsa di pomodoro e formaggio. Un profumo pazzesco che attraversava i mercati di Ballarò e della Vucciria. Con la parola sfincione a Catania si indica una crispella di riso cosparsa di zucchero, una vera delizia.

Poi c’è Milurè, che cantava anche quando durante la guerra si pativa la fame; Venera che decide di mettersi in proprio e vende i pesci che lei stessa pesca; Etta, che sogna un viaggio sulla luna. E il cavaliere Alfredo Alonso che sogna di far nascere a Catania una grande casa cinematografica, l’Etna Film.

Aiu un cappidduzzu, tantu sapuritu! Quannu mi l’aia mettiri? Quannu mi fazzu zitu!

Ho un cappellino tanto carino! Quando lo devo mettere? Quando mi fidanzo!

Un semplice cappellino, carino, con un significato importante, una promessa per la vita, un fidanzamento.

CU NASCI TUNNU ‘UN PO’ MORIRI QUATRATU

(CHI NASCE TONDO NON PUO’ MORIRE QUADRATO)

TUNNU, cioè tondo. QUATRATU, quadrato. E’ tondo il sole, la luna, la terra, i pianeti e le stelle. Quadrato è un campo che i contadini coltivano, la faccia di un cubo, un tavolo da cucina, una cornice, una foto. TUNNU può essere un uomo che ama fantasticare, che sfugge alle regole pratiche della vita, quindi difficile da capire, ma anche un semplicione. QUATRATU, uno che ama misurare, tracciare progetti, costruire case o capanne, quindi affidabile, impostato secondo i criteri della vita pratica, inquadrato, con i piedi per terra.

CCHIU’ SCURU DI MEZZANOTTI NON PO’ FARI

(PIU’ BUIO DI MEZZANOTTE NON PUO’ FARE)

La vita ci mette davanti a tante difficoltà, ma fino a quando saremo capaci di interpretare i passaggi della nostra vita saremo anche capaci di costruire speranza, luce mentre scura e agghiorna, mentre fa buio e poi fa giorno, in un susseguirsi di storie, di immagini, di quadretti di vita.

E’ importante riflettere sulle parole? Credo sia il solo modo per riuscire a guardarsi dentro e scoprire, come scriveva Fernando Pessoa, poeta portoghese del secolo scorso, che…

Non sono niente, non sarò mai niente, non posso volere d’essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.-

Fernando Pessoa,  LA TABACCHERIA, 1928

Grazie e… buon scurari!

Il Nubitreno

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Erano arrivati di buon’ora alla Stazione Levante per salire sul treno che li avrebbe portati alla loro destinazione, Destinazione Certezza. Alcuni, i più anziani, si sedettero sulle panchine disposte lungo il marciapiedi della ferrovia; altri stavano in piedi a guardare un punto indefinito nel cielo; altri ancora chiacchieravano animosamente, guardando impazienti l’orologio della stazione. Portavano tutti un grosso bagaglio da trasportare e vuotare una volta raggiunta Destinazione Certezza.

Non c’erano bambini tra i viaggiatori.

Il Nubitreno, questo il nome del convoglio ferroviario, tardava ad arrivare e da un altoparlante uscì fuori una voce:

-Si avvisano i viaggiatori che il treno in arrivo sul binario 0, diretto a Destinazione Certezza, ha un notevole ritardo.-

Notevole ritardo? In che senso? Arriverà? Non arriverà? Quando?

Ci fu uno scompiglio generale: chi sbuffava a destra, chi imprecava a sinistra. Poi, però, tutti pensavano di non avere scelta: dovevano aspettare alla stazione l’arrivo del treno con il loro bagaglio ingombrante, così un gruppetto di viaggiatori si unirono per giocare a carte, mentre altri andavano avanti e indietro lungo il marciapiedi che costeggiava l’unico binario della Stazione Levante.

Passò un’ora…ne passarono due…

-Comunicazione importante! Una nostra navetta, Ostrobus, è a disposizione dei viaggiatori per raggiungere Stazione Levante Nord, dove Nubitreno è in arrivo. Ci scusiamo per il disagio, ma il binario 0 non è per il momento percorribile.-

La voce, che voleva essere rassicurante sull’arrivo “certo” di Nubitreno, gettò nello sconforto la piccola comunità: sarebbero mai arrivati a prendere quel treno? Avrebbero potuto finalmente mettere ordine al contenuto dei loro grossi bagagli?

Ostrobus caricò tutti e da sud si spinse verso nord. Giunti alla nuova stazione ferroviaria, attesero ancora un’ ora, stanchi e avviliti.

-Avviso ai viaggiatori! Il Nubitreno in arrivo al binario ∞ , in seguito ad una inversione di marcia, è rimasto fulminato da un raggio di sole.-

Silenzio.

Attoniti, confusi e ormai privi di speranza cercarono di afferrare i loro bagagli che nel frattempo erano diventati evanescenti, perdendo man mano consistenza.

Non sempre quello che è certo è vero. I viaggiatori avevano costruito certezze su certezze, con la presunzione di sapere tutto del mondo, senza più stupirsi di nulla.

Non c’erano bambini tra i viaggiatori. Lo stupore dell’innocenza li aveva salvati da faticose certezze.

E’ arrivata la luce!

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In Sicilia, nei pressi della rotabile da cui si dividono le strade per Geraci, Isnello e Castelbuono, vicino il santuario di San Guglielmo, operava una vetreria di proprietà dei Ventimiglia che, nel ‘300, erano principi  di un vasto territorio che dalle montagne delle Madonie si estendeva fino alle verdi valli che si affacciavano al mare di Cefalù, dove alberi di frassini, corteggiati dal vento e, secondo una leggenda contadina, amanti della musica, offrivano cannoli di manna, linfa dolce, bianca e consistente come stalattite di ghiaccio. Dell’antica vitrera, rimane ben poco: una ciminiera e parte dei muri perimetrali, quanto basta per indicare come quartiere vitrera o largo vitrera la zona dove i resti dell’ antica fabbrica raccontano ancora la loro storia.

Prima della seconda guerra mondiale, nel quartiere vitrera il Comune di Castelbuono fece costruire una centrale elettrica. In paese arrivò quindi un grosso motore Graz[1] a tre cilindri con un volano enorme, tanto grande che fu necessario scavare il pavimento dell’edificio che avrebbe ospitato la nuova centrale elettrica. Dentro la buca fu inserito il volano[2], fornito di grosse cinghie. Il motore, dotato di altrettanti grossi pistoni e bielle, veniva azionato facendo girare le cinghie a mano mentre delle bombole, caricate di aria da un compressore, soffiavano forte per avviarlo. Per sollevare i pistoni e le bielle era necessario un parangolo a catena e bisognava lubrificare spesso le cinghie per rendere più agevole l’avviamento del motore che, a quel tempo, serviva a illuminare le case solo dopo il tramonto e per poche ore. A vicinedda di mastru Iachinu u scarparu, la vicina di casa di mastro Gioacchino il calzolaio, lavorava presso un piccolo ufficio postale dove i paesani pagavano il servizio elettrico, vero miracolo per la gente che poteva usufruire ancora di un po’ di luce, artificiale, per completare le loro faccende domestiche.

Arrivò la guerra e fu vietato accendere le luci la sera, anzi bisognava barricarsi dentro le case al buio perché il paese non venisse intercettato dai ricognitori nemici. Castelbuono venne presto occupato dai tedeschi e quando, nell’estate del 1943, gli americani sbarcarono in Sicilia, i soldati germanici costrinsero quelli italiani a scavare trincee e montare mitragliatrici alle finestre e sul tetto del castello del paese madonita. Il 22 luglio di quell’anno si diffuse la notizia che un aereo tedesco era caduto nelle campagne e che da Isnello si avvicinava una colonna americana di carrarmati, percorrendo la stradale di ponente. I tedeschi fecero saltare allora dei ponti tra cui quello della Nucidda e quello della Fiumara. Proprio qui, all’ indomani della fine della guerra, il signor Giovanni Mancuso, responsabile della centrale elettrica del paese, decise di recuperare un carrarmato abbandonato sotto quel ponte. La guerra aveva impoverito le casse comunali e non si potevano chiedere soldi per potenziare il motore della centrale con la costruzione di nuovi gruppi elettrici. Il motore del carrarmato poteva essere la soluzione alla necessità di rafforzare quello già esistente. Un mezzo funesto, che aveva suscitato timore tra la gente, diventava la soluzione per creare un vantaggio grazie alla genialità di un uomo. Un po’ come Perseo che uccide la Medusa, mostro terribile, e porta con sé la testa che produrrà bellezza.

Trasportato a Vitrera, venne costruito un casotto, un alloggio per ospitare il mezzo armato che non aveva motore di avviamento. Si decise di collegare un alternatore al motore del carrarmato in parallelo con il Graz, già esistente. L’alternatore girava, avviava i motori e, quando si arrivava alla tensione elettrica giusta, arrivava la luce in paese!

-Vinni a luci! C’è a luci!-

Gli operai facevano turni giorno e notte, a due a due, e altri si mantenevano in stato di reperibilità nel caso ci fossero stati dei problemi. La luce doveva arrivare e i paesani l’aspettavano come un vicineddu che dalla campagna bussava alla porta la sera.

Il paese poté godere quindi della luce e si poterono intensificare le luminarie durante i festeggiamenti dedicati alla madre Sant’Anna.

-Ma dove sono Natalino e gli altri? Era il loro turno in centrale oggi?-

In occasione della festa in onore della patrona, culminante nei giorni 25-26-27 luglio, i turni in centrale si intensificavano: le luminarie, le chiese avevano bisogno di tanta luce e per più tempo. Il sindaco, allora, non vedendo gli operai tra la folla, faceva preparare un fagotto con biscotti e bibite per i ragazzi della centrale elettrica di Castelbuono.

-E’ festa anche per noi che siamo qua!- e i motori continuavano a girare più forte per Madre Sant’Anna.

C’era un altro appuntamento importante che il capocentrale e i suoi operai volevano seguire, nonostante i turni di lavoro.

-Natalino, vai a Palermo. Servono dei pezzi per completare le radioline a transistor. Altrimenti come facciamo a sapere cosa succede alla Targa Florio?-

Il signor Mancuso era un appassionato della corsa automobilistica che percorreva le strade strette e tortuose delle Madonie, attraversando i  comuni di Cerda, Caltavuturo, Petralia, Geraci, Castelbuono, Isnello, Collesano, Campofelice in un circuito che vedeva frecciare le migliori auto da corsa dell’epoca. Decise quindi di montare delle radioline a transistor, lì in centrale, insieme ai suoi operai, durante le pause lavorative, per ascoltare tutti insieme i momenti più emozionanti di quella gara automobilistica che infiammava i cuori e che solo la guerra aveva fermato.

Intanto, il Comune di Castelbuono, provato dalla guerra, ebbe difficoltà a sostenere le spese per l’erogazione della luce elettrica. L’incarico della gestione della centrale fu affidato ad un ingegnere, coadiuvato da Mastru Ciccio Gliommaro e i suoi operai, tra cui il giovane Natalino, Campo Natale, mio padre. La centrale passò quindi alla SIMA, Società Idroelettrica delle Madonie, nome, come mi diceva papà, sbagliato perché la centrale di Castelbuono non era una centrale idroelettrica, ma, probabilmente, la società abbracciava un progetto nato a Petralia Sottana. L’ingegnere lasciò presto la gestione della centrale e, verso la metà degli anni ’50, a bordo di una FIAT 1100 ESCORT, arrivava a Castelbuono un omone: alto, fiero e deciso, uno di quelli che sapeva il fatto suo. Era l’ingegnere Campagna, della Società Elettrica della Sicilia o Ente Siciliano di Elettricità, che impiantò in centrale un motore FIAT 4 cilindri con un grosso alternatore Bivona. Il nuovo motore dava tanti problemi, non riusciva a coprire le esigenze del paese e quando c’era un sovraccarico di tensione, le marmitte e il tubo di scarico si surriscaldavano a tal punto che prendevano a fuoco. Il capotecnico, pensando che questo problema poteva essere risolto con un uso ridotto della corrente elettrica, andava casa per casa a controllarne il consumo domestico. Apriti cielo! La zia Rosa, come anche altri, si infastidirono parecchio di questa nuova invasione.

-A casa mia! Mi dici quantu luci a’ cunsumari!-

(-A casa mia! Mi dice quanta luce devo consumare!-)

Fatto sta che, tra lo scontento della gente e il cattivo funzionamento del nuovo motore, l’ingegnere Campagna fece arrivare un nuovo motore più potente, un Ansaldo a 7 cilindri, della sezione Grandi Motori FIAT, e due gruppi elettrici posti fuori dall’edificio della centrale che facevano un gran rumore e scaricavano fumi fastidiosi e maleodoranti. Neanche questa sembrava la soluzione giusta.

-Pari ca c’è a guerra a centrali!-

(-Sembra che c’è la guerra in centrale-)

La gente si lamentava tanto. Si pensò quindi all’alta tensione con un trasformatore collegato a barre di rame. I motori furono spenti e quando era necessario incrementare la distribuzione di energia elettrica, si azionava un motore a gas con alternatore che si trovava presso la fabbrica della mannite[3] in via Geraci. Questa soluzione alla distribuzione della luce elettrica a Castelbuono non dovette soddisfare né la gente, né gli ingegneri impegnati nell’ installazione di motori, gruppi elettrici e cavi.

Nel 1959 la centrale elettrica del quartiere vitrera, fu chiusa e divenne cabina elettrica con trasformatore a corrente alternata.

Fu in quell’anno che l’operaio specializzato Natalino  Campo accettò di imbarcarsi per un’altra avventura: l’ingegnere Campagna gli propose l’installazione di una centrale elettrica a Salina, nelle isole Eolie, dove il suo estro, la sua passione per la “luce”  continuò a distinguersi.[4]

[1] Motore Graz- motore austriaco. Il Politecnico di Graz, accademia specializzata nel settore tecnologico-scientifico e fondata nel 1811 dall’arciduca Giovanni d’Austria, dal 1879 al 1880 ebbe come suo studente Nikola Tesla, inventore del motore a corrente alternata.
[2] Volano- organo meccanico che serve a regolare il moto rotatorio dell’albero motore.
[3] Mannite- zucchero, monosaccaride derivato dalla lavorazione della manna.
[4] Per saperne di più:
www.castelbuonolive.com
www.salvarepalermo.it/per/archivio/per-n-33/…/323-lanticavetreria-di-castelbuono
www.scuderiatargaflorio.it/stotia-targa-florio.php
Salvatore Farinella, I VANTIMIGLIA-Castelli e dimore di Sicilia, fotografie di Gaetano Gambino, Editori del Sole, 2007.

Pasquetta

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Il rumore del vento, le immagini in movimento del mare, la vita tutto intorno che si esprime, che regala ricordi, che rispolvera emozioni. Non vorrei più tornare, mi si stringe il cuore. È troppo per me, adesso. Ma il tempo mi dice che devo, che devo avere la forza di continuare a lottare, di credere ancora che serve farsi travolgere dalla passione del vento che smuove le onde e le lancia nel cielo, come braccia che tendono là dove le nuvole danzano e poi si sciolgono in lacrime.

Una giornata speciale

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-Paolina, abbiamo letto agli anziani alcune storie tratte da uno dei tuoi libri.-

Felicità. Accade a Salina, nella casa per anziani di Valdichiesa, piccola frazione abbracciata da due monti e dal mare, dove l’ aria è buona, e il silenzio racconta di un campanellino che per tre volte suona per accendere i cuori di amore vero. Accade lì dove sorge il Santuario della Madonna del Terzito, madre che accoglie e non abbandona, dove si coltiva tenerezza e germoglia gioia, dove è primavera tutte le volte che ci si incontra, perché nessuno merita di rimanere solo. Accade dove la memoria, fatta anche di poche parole, diventa un dono prezioso, un vestito importante, un’ arma vincente contro un presente troppo sfuggente.

-Paolina, ti aspettiamo!-

Una stella elettricista

Ti immagino circondato da tanti amici, tra tanta gente a cui regali ricordi, scherzi e anche angherie, perché “uno si deve sfogare!”.

Ti immagino tornato bambino e poi giovane uomo percorrere il corso con il tuo migliore amico: ” dai, ora ti accompagno fino a casa. Bene, siamo arrivati” – “Ora ti accompagno io fino a casa. Siamo arrivati”. Avanti e indietro per ridere, per chiacchierare.

Ti immagino svolazzare per il cielo con un paio di ali motorizzate e ben lubrificate, sempre indaffarato, sempre a progettare qualcosa.

Ti immagino su una stella luminosissima, mentre cerchi il modo come funziona e stai attento che non si spenga mai.

Ti immagino sorridente come lo eri con le persone che stimavi e ti volevano bene.

Daniele Nardi e la parola “inutile”

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daniele nardi

Daniele Nardi alla Biblioteca Comunale di Malfa, foto di Antonio Brundu,

Il mare, le isole Eolie, Salina, Malfa, la sindrome dell’eolianite per cui chi approda sull’isola ne viene inevitabilmente affascinato, catturato per sempre. Daniele Nardi era tra quelli che tornava a Salina  con affetto, trasporto, meraviglia, colpito anche lui dall’eolianite. L’ho conosciuto in biblioteca, la Biblioteca Comunale di Malfa, o meglio l’ho ascoltato, ho ascoltato la sua gioia, la sua passione, mentre raccontava delle montagne, dei suoi traguardi, delle vette solitarie eppure così piene di magia, di religioso silenzio. Ho ascoltato il ritmo delle sue parole che agganciavano uno ad uno i cuori del pubblico come una roccia da conquistare. Mi rimase impressa una parentesi che fece alla sua presentazione, come a volere aprire ancora una finestra su quella passione che lo portava a rischiare la vita, una forza che dentro di lui cercava la sua ragione di esistere, ed era lì tra le montagne, la neve, il freddo, rocce scoscese e aspre, aria rarefatta. Eppure tutto questo, diceva l’alpinista, a molti sembrava un impegno inutile.

Inutile. Mi venne in mente la prefazione a Il ritratto di Dorian Gray, dove Oscar Wilde scriveva: –

Possiamo perdonare a un uomo l’aver fatto una cosa utile se non l’ammira. L’unica scusa per avere fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente. Tutta l’arte è completamente inutile.-

C’era quindi un significato più importante in quella parola. E se provassimo a scomporre quella parola? In-utile: utile dentro, utile per se stessi. Ecco che quindi si arriva a un significato che trascende l’uso corrente del termine e lo porta in alto, forse verso quelle vette dove Daniele Nardi dichiarava di mettersi in rapporto con quell’ infinito  da cui l’utile spesso ci allontana. Se per Oscar Wilde «l’arte è completamente inutile», quindi pura bellezza, l’in-utile di Daniele Nardi era ricerca di se stessi, esaltazione delle emozioni e delle passioni dell’animo. Fuoco che non si spegne, bellezza infinita. Mentre lui parlava e i suoi occhi si accendevano nel patio magico della biblioteca, prendeva forma dentro di me un pensiero: l’ in-utile rende gli uomini migliori, capaci di regalare emozioni per svelare tutto il bello che ci circonda. Daniele Nardi ci ha lasciati e ci ha lasciati anche un altro grande uomo, Sebastiano Tusa che con una bottiglia di vino vecchia di duemila anni, catturò l’attenzione al Vinitaly di Verona qualche anno fa, facendosi paladino di una lotta a favore della bellezza tutta siciliana che riposa sui fondali marini e non solo.