Fammi strada-Gelsomini (16)

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Milazzo

A Milazzo c’è un bel porto dalla parte dei pescatori, di qua. Loro si mollavano da là e se ne venivano qua, co i vuzzarieddi a remi” Macrina Marilena Maffai, DONNE DI MARE, Pungitopo editrice, 2013, pag. 149

GELSOMINI

Un’antica leggenda araba narra che la madre di tutte le stelle, che viveva in un castello di nuvole belle, cuciva vestiti dorati per tutte le sue figlie sparse nel firmamento. Alcune piccole stelle, non contente dei vestiti che avevano ricevuto, iniziarono a ribellarsi e a  chiedere con insistenza alla madre che cucisse per loro altri vestiti.

-Abbiate pazienza, ci sono anche le vostre sorelle che aspettano nuovi vestiti.-

Ma le stelline continuavano a lamentarsi e a portare scompiglio tra le stanze del castello fatto di nuvole belle. Il signore del cielo si arrabbiò così tanto che punì severamente le stelline: le spogliò dei loro vestiti dorati e le

lanciò sulla Terra. La madre, disperata, chiese aiuto alla Signora dei giardini: le sue stelline erano capricciose ma non meritavano di essere calpestate dagli uomini. La signora dei giardini le trasformò, allora, in piccoli fiori profumatissimi li chiamò Jasminum, gelsomini. Da allora le piccole stelle profumano il mondo  nelle belle notti d’estate.

Il peschereccio Maruzza aveva attraversato lo stretto di Messina e Mimmo si sentiva attraversato dalla magia dei grandi viaggiatori. Le acque del Tirreno erano calme e brillavano di migliaia di stelline. Sembrava che avessero lasciato il cielo della notte, per farsi cullare dal movimento lento del mare. L’aria tersa svelava all’orizzonte l’immagine di isole sparpagliate ma vicine, come sorelle che avevano tante cose da dirsi e non potevano allontanarsi troppo l’una dall’altra.

-Guarda Mimmo, le isole Eolie. Sono sette e sono circondate da un mare ricco di pesci che vivono e si riproducono tra gli anfratti di antiche secche.-

Il mare era calmo, splendente, di un azzurro surreale, come se ad un pittore fosse scivolato dal cielo un enorme secchio di quel colore e avesse poi avesse spennellato qua e là.

-Questo mare è generoso, da’ soddisfazione. Sai Mimmo, c’è qualcosa in queste acque, tra quelle isole, che fa girare la testa, che attrae come una calamita.-

Mentre parlava, la sua voce si perdeva tra i primi soffi di un dio che lì abitava e si divertiva, di tanto in tanto, ad aprire uno dei suoi otri pieni di vento.

-Stanno per arrivare delle giornate di mare grosso. Soffierà un forte vento di maestrale e rimarremo fermi per un po’.-

Padron Vicè guidò la sua barca fin oltre la lingua di terra di Capo Milazzo ed entrò nel porto di quella cittadina, che li avrebbe ospitati fino a quando era possibile uscire per mare. Arrivati nell’abbraccio di acqua e terra che era il porticciolo dei pescatori di Milazzo, il tempo venne scandito dalle operazioni di ormeggio. Lenta, attenta, sicura avanzava Maruzza, mentre dal molo gli ormeggiatori erano pronti ad afferrare le cime che Mimmo e Luigi lanciavano con forza dal peschereccio. Le corde raggiungevano le mani grandi, callose, profumate di mare e di sole, e venivano assicurate alle bitte rosse di ruggine, ferme come antichi soldati di vedetta su quel porto assolato. Don Vicè e il suo equipaggio potevano scendere. La giornata si era avviata  a percorrere le ore del pomeriggio e il sole era alto, caldo e tutto intorno brillava di una luce accecante. Gabbiani e cormorani volavano a pelo d’acqua, contendendosi i pesci che numerosi nuotavano avanti e indietro come in una passeggiata su un corso cittadino.

-Buongiorno compare Vicè! Dovete stare fermi per qualche giorno, lo sapete vero?-

-Salutamu![i]Sì, lo so! Approfittiamo per stare un poco coi nostri amici di qua- e fece l’occhiolino al compare, che ricambiò con un sorriso di assenso.

-Andiamo! Vi posso offrire un caffè?-

-Amunì[ii]! Ci vuole un buon caffè.-

Si avviarono verso un antico bar che accoglieva pescatori, contadini e viaggiatori. Durante il tragitto, don Vicè e il suo compare alternavano risate a chiacchierate sullo stato delle reti da pesca e delle nasse; Luigi e Rosetta stavano vicini intrecciando un silenzioso scambio di promesse; Mimmo, inebriato da quella luce, dalla libertà che sentiva respirargli attorno, volgeva lo sguardo ora all’immensa distesa d’acqua di fronte al porto, ora alle barche tirate a secco, ora ai gabbiani.  Giunsero al locale abitato da voci, parole e risa. Da un locale attiguo arrivava il fracasso allegro di alcuni giocatori di biliardino e tra la gente seduta al banco in attesa di un caffè, Mimmo fu attirato dalla chioma familiare di un uomo seduto di spalle. Il suo recente passato era andato a trovarlo.

-Signor Franco, che ci fa qui?-

-Mimmuzzu! Tu? Maronna Santa! Sembri un uomo. Dove l’hai lasciato il ragazzo che stava a Cibali?-

Francu u rizzu abbracciò il suo giovane amico e gli fece mille domande.

-Che stai bene si vede, e che sei contento pure! Vieni qua fatti vedere.-

Il signor Franco volle sapere ogni cosa: come era arrivato a Milazzo e se aveva trovato persone rispettose.

-E lei, che ci fa qua? Le sue biciclette sono in attesa?-

-Sì, sì, loro possono aspettare. Sono qui per incontrare un amico. Devo consegnargli un pezzo per riparare una bicicletta a Lipari. Il tempo di spiegargli due cose e parto di nuovo. Spero di prendere il corriere delle otto, stasera.-

-Lei è un maestro. Come sta mia madre? Le mie sorelle?-

Il vecchio amico gli raccontò di Cettina che aveva fatto la fuitina con Salvatore, di Nunzia che era partita per Palermo con la zia. Poi gli disse di sua madre che era rimasta sola con il marito, -tuo padre Mimmo-, che continuava a lavorare e faceva una vita ritirata.

-Fammi sapere tutto di te, scrivimi. Lo sai che ti voglio bene.-

Mimmo lo guardò e si commosse. Lo abbracciò e gli promise che non avrebbe mai interrotto quel legame con Cibali, lo avrebbe curato grazie all’affetto di quell’uomo che in piazza Bonadies riparava biciclette. Si lasciarono. Il ragazzo seguì con lo sguardo la chioma riccia del signor Franco, fino a quando si salutarono con un gesto lontano della mano.

-Luigi, Rosetta, Mimmo! Venite qua, la signora Rosina vi vuole conoscere.-

Su una poltroncina vicino alla cassa del bar, stava seduta una signora con uno scialle sulle spalle e un sorriso dolce e profumato di gentilezza.

-Scusate se non mi alzo. Ho tanto dolore ai piedi e la mia schiena non mi regge più.-

Abbracciò uno a uno quei ragazzi, accarezzandoli come se li avesse cresciuti lei.

-Che siete belli! Ditemi, siete mai stati a Milazzo? Ora chiamo mia nipote. Vi farà fare un giro nella nostra cittadina. Tempo ne avete! Il vento inizierà a soffiare forte e il mare si agiterà.-

Sorrideva e intanto teneva strette le mani di Mimmo e Rosetta.

-Marcella! Marcella, vieni qua!-

-Eccomi, nonna. Che c’è?-

-Vieni! Questi ragazzi sono Mimmo, Rosetta e Luigi. Sono arrivati col peschereccio di don Vicè, il pescatore catanese.-

Marcella offrì loro un sorriso raggiante e li abbracciò con un affetto antico e genuino.

-Sapete, Marcella è una gelsominaia come la sua mamma e come lo sono stata io.-

-Domani ho il giorno libero, se volete possiamo andare alla spiaggia di levante a fare un bel bagno prima che il mare si fa grosso. Io vado presto, mi piace vedere sorgere il sole. Che ne dite?-

I ragazzi accolsero la proposta con entusiasmo e si accordarono per vedersi il giorno dopo all’alba.

-Dormirete qui, ho delle stanze libere. Marcella, pensi tu a sistemare i nostri amici?- 

-Certo, venite.-

Si avviarono per le scale che portava al piano di sopra e Mimmo si avvicinò alla sua nuova amica, preso da tanta curiosità.

-Che vuol dire che sei una gelsominaia?-

-Vuol dire che raccolgo gelsomini. Qui a Milazzo ci sono enormi distese di campi di gelsomini. Sembrano stelle cadute dal cielo. Puoi venire con me qualche volta.-

La ragazza mostrò le camere ai suoi ospiti e li salutò. Non li avrebbe visti a cena, ma fissò con loro l’appuntamento per il giorno dopo.

Trascorsa la notte, i ragazzi si trovarono al bar dove già qualcuno sorseggiava un caffè bollente. Si avviarono verso la spiaggia di Levante che ancora doveva sorgere il sole. Appena arrivati, si sedettero uno accanto all’altro e aspettarono l’arrivo dell’Aurora. Il mare aveva intonato una musica di onde fragorose che arrivavano sulla spiaggia lambendone un lungo tratto. Luigi e Rosetta ne approfittarono per passeggiare mano nella mano lungo la battigia e Mimmo rimase accovacciato sulla spiaggia accanto a Marcella.

-Mi piace tanto quando il mare ha queste belle onde  alte. Vuoi provare a nuotarci dentro? In questo tratto di costa si può stare tranquilli, non c’è pericolo di sbattere contro qualche scoglio.-

Gli sorrise e con gli occhi brillanti di gioia, lo invitò a entrare in acqua.

-Ma che c’è? Ti scanti[iii]? Dai, vieni!-

Marcella aspettò un’onda più alta.

-Questa è bellissima!-

Vi si tuffò dentro e Mimmo non la vide per qualche secondo. Riemerse, scivolando leggera sulla battigia, come fosse anche lei un’onda del mare.

-Vedi! L’onda mi ha accompagnata. Ora ne scegliamo un’altra insieme.-

Avanzarono nell’acqua, e quando si trovarono immersi  fino alle ginocchia, aspettarono un’onda bella, pronta a giocare con loro.

-Sei pronto? Via, dentro di testa!-

Entrarono in quell’energia scoppiettante con gli occhi ben aperti perché tutti i sensi partecipassero di quel turbinio vitale. Entrarono di testa e si fecero travolgere dall’acqua, da un’ebbrezza salata e affascinante di un mondo sconosciuto e accattivante, felici di danzare leggeri tra bolle e liquide carezze, mentre tutto si diluiva nella schiuma bianca del mare.


[i] Vi saluto

[ii] Andiamo

[iii] Hai paura?

Dimmi cielo

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(Poesia di qualche anno fa ma che mi torna sempre in mente)

Dimmi cielo d’estate,

Dove hai raccolto tutte le stelle?

-Me le ha prestate il mare

Che brilla alla luce del sole,

E quando la sera si stende perché tutto si plachi,

Il mare raccoglie le perle di luce

E le lancia alla volta celeste,

Regalando quel manto di stelle

Che splendenti sorridono al mondo che dorme.

Dimmi cielo d’inverno,

Dove sono le piccole stelle?

Forse il mare ha voluto tenere per sé quelle perle di luce?

-Anche il mare ha cambiato colore,

Il grigio ci ammanta con una coltre pesante.

Il vento ha rapito le perle di luce

E insistente le tiene nascoste,

Finché un’onda del mare le trova

E così tornano a splendere ancora.

Dimmi ancora,

Perché il mio cuore tentenna,

Perché brilla e poi d’improvviso si spegne

Per illuminarsi di nuovo e poi ancora oscurarsi?

Cos’è questo vento che turba

Il mio animo sempre in tempesta?

Persona si chiama chi sente,

Chi avverte un cuore che vive

E di mille emozioni si strugge!

Fammi strada-Le parole che non si devono dire (15)

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Costui, il cui nome non voglio nemmeno pronunciare,….Mi ha chiamato, costui, mafioso; e va dicendo che io ho portato la battaglia elettorale sul terreno della mafia. Ma qual’è, o amici miei, l’autentico significato della parola mafia? “ Leonardo Sciascia, I MAFIOSI, Adelphi, Milano, 2010, pag.160

LE PAROLE CHE NON SI DEVONO DIRE

L’inverno era trascorso con tanta preoccupazione per la salute della nonna. Da qualche tempo accusava dei disturbi improvvisi che minavano il suo equilibrio, la sua stabilità fisica. Qualcosa, nella grande macchina che è il cervello, le faceva perdere il controllo delle gambe e rischiava di cadere rovinosamente, se non fosse che da qualche tempo non usciva più da sola. Era come se alcuni neuroni andassero in corto circuito, come se i comandi cerebrali, preposti al controllo degli arti inferiori, andassero in fase di alta tensione e quelli, presi da una forte scossa, perdessero completamente la forza di tenerla in piedi. Nunzia, dopo avere ascoltato un medico specialista, si era fatta una certa idea della situazione vascolare della nonna:  quel sistema di circolazione sanguigna si era ridotto come un impianto idrico guasto, dove capitava che da qualche tubatura saltava un pezzetto di ruggine che, errando senza meta, andava a minacciare il funzionamento di quel corpo. La vita cominciava a cambiare per quella donna dall’entusiasmo tutto siciliano per cui “arancina” era “arancina” e basta.

-Oggi faccio le polpette con le patate.-

In quel “faccio” c’era la collaborazione di chi si trovava in casa.

-Prendi la cipolla e poi le patate.-

Seduta al tavolo, si apparecchiava per preparare le sue patate, le sue polpette o qualsiasi altra cosa che passando per quelle mani diventava una specialità condita di allegria.

-Che dice il giornale oggi?-

-Che c’è la guerra, mamma. No quella che abbiamo conosciuto noi. Una guerra subdola, fatta di parole che non si possono dire, di pensieri che non si devono esprimere. Ne hanno ammazzato un altro ieri.-

Erano gli anni che a Palermo i giornali si trovavano nelle edicole ma si vendevano anche per strada, lungo i vicoli dei mercati della Vucciria, di Ballarò, di Capo. “L’ORA, quanti ni murieru!”[i], gridava uno strillone senza denti, povero e chissà con quale idea di quei morti raccontati da un giornale che un’idea precisa ce l’aveva: combattere la mafia, il malaffare, la povertà di una terra tanto bella quanto sottomessa. Un’idea che pulsava forte, che sfidava i colpi di lupara perché “ la pelle è solo un tessuto”[ii]. Gli americani avevano lanciato sigarette e cioccolata dai loro  carri armati, e la gente si era convinta che con quello sbarco in Sicilia, gli “amici” d’oltreoceano erano davvero venuti a liberarli dall’orrore della guerra. Con loro era arrivato, però, anche Lucky Luciano, Lucky, il Fortunato, il mafioso con la gola cucita. Gli americani attraversarono la Trinacria, accolti con grande enfasi mentre si preparavano a trattare con gente senza scrupoli che avrebbero governato comuni, gestito terreni, controllato appalti, seminando sfiducia e paura.  “L’ORA, quanti ni murieru!”. Dal 1954 Vittorio Nisticò assunse la direzione del giornale palermitano e la lotta alla mafia divenne impegno quotidiano. Le attività mafiose, che trovavano terreno fertile nei silenzi e nella complicità delle istituzioni, avevano tracciato un’immagine distorta della Sicilia e dei siciliani a cui era stata tolta anche la speranza di alzare la testa, di guardare con orgoglio alle proprie tradizioni, alla propria storia.

-Vedi Nunzia, per ognuno che muore sotto i colpi della lupara, se ne devono alzare mille per dire basta. Ma per fare questo bisogna che voi giovani studiate. Per ognuno che muore sotto i colpi della lupara, mille coscienze si devono svegliare, mille voci si devono alzare. E tanti libri devono circolare. L’ignoranza è l’amica migliore della sopraffazione e il nostro direttore lo sa.-

La zia non perdeva una copia del giornale L’Ora, e non perdeva occasione per raccontarle la storia di una Sicilia che voleva credere nel progresso.

-Immagina i quattro canti pieni di gente curiosa e tanti abbanniaturi che arrivano dal mercato della Vucciria con fasci di giornali. Immagina un uomo che sale sul bordo di una delle fontane agli angoli della piazza, e annuncia l’uscita di un giornale nuovo, tutto siciliano. Un giornale che non si sarebbe accontentato di fare la cronaca dei fatti e dei misfatti che attraversavano le strade di Palermo, ma che voleva imporsi all’attenzione nazionale perché la Sicilia non fosse più considerata periferia di mali da piangere in solitudine.-

La zia continuava a raccontare le pagine più significative del giornale nato nel 1900 per voler della famiglia Florio e che vide come suo primo direttore Vincenzo Morello che, salito energicamente su quella fontana ai Quattro Canti, si diede un nome di battaglia: Rastignac.

-L’ORA si era dato un obbiettivo: uscire dalla condizione di solitudine e condividere con la nazione l’arte, la cultura, il paesaggio, la gente, offuscati dalla mafia, con la compiacenza delle istituzioni.-

Nunzia la guardava, la ascoltava. La Sicilia, la sicilianità scorreva nelle vene di quella donna, con la stessa forza che avrebbe avvertito tra le pagine del giornale, che aveva la sua sede in Piazzetta Napoli e che presto sarebbe stata una delle sue mete quotidiane.


[i] L’ ORA, quanti ne sono morti

[ii] Pierluigi Ingrassia, direttore del giornale l’Ora dal 1947 al 1953, nel 1947 risponde, con un intenso editoriale, alle intimidazioni del bandito Salvatore Giuliano, dopo la strage di Portella della Ginestra.

Fammi strada-Una donna lo sa (14)

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Tu non sei più vicina a Dio/di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende/benedette le mani./Nascono chiare in te dal manto,/luminoso contorno:/io sono la rugiada, il giorno,/ma tu, tu sei la pianta.” Rainer Maria Rilke, LE MANI DELLA MADRE.

UNA DONNA LO SA

-C’è una lettera per te.-

Salvatore era appena rientrato e posò distrattamente la busta sul tavolo della cucina. Erano passati già alcuni mesi da quando si erano trasferiti a Zafferana, in una casa modesta: una cucina, un bagno e una camera da letto.

-Dove vai?-

-Devo vedere una persona stasera. Lavoro.-

Salvatore usciva di buon’ora la mattina. Lavorava in un panificio insieme alla madre e a un fratello. Spesso non tornava a pranzo e la sera, dopo cena, andava a letto presto.

-Aspetto un bambino. Mi sento tanto sola.-

-Non sei l’unica ad aspettare un bambino.-

-Mi sento tanto sola.-

Ma lui non aveva tanto tempo per ascoltare la solitudine della sua compagna. La guardò appena e si distese sul divano.

Cettina abbassò la testa, capì che non era quello il modo per farsi ascoltare. Pensare di ricevere attenzioni da Salvatore commiserandosi, era una battaglia persa già prima di cominciarla. Si sedette su una poltrona, in silenzio, mentre fuori ormai era buio e per le strade non si vedeva nessuno. Prese tra le mani la lettera di Nunzia. Quanto era felice per lei! Leggeva e rileggeva, immergendosi tra i colori, i suoni e gli odori di una città che le aveva regalato affetto, tenerezza, serenità. No, non avrebbe risposto a quella lettera. Perché rispondere? Per darle un dispiacere? Per “lamentarsi” di una vita che, con rabbia, aveva scelto lei? Forse un giorno si sarebbero riviste o forse no. Adesso ognuno percorreva percorsi diversi e lei, Cettina, procedeva su una strada difficile.

La mattina dopo decise che sarebbe andata a fare una passeggiata al Belvedere, come faceva sempre quando le giornate erano più calde. Le strade erano coperte di cenere e fuliggine piovute dal vulcano durante la notte e il paese assumeva un aspetto fatato, antico, quasi surreale. Camminava lentamente, percorrendo la piazza che si trovava su quella linea retta su cui insistevano, come punti inconfondibili, l’Etna, il Duomo e il mare di Catania. Lì, lungo quella fantomatica linea, tutto sembrava cospirare contro la malinconia  che le attanagliava il cuore a cominciare dal nome Zafferana, che evocava il colore giallo delle arancine tanto decantate dalla nonna. E poi laggiù il mare, Catania: dov’era Cibali? Dov’era sua madre? Perché non la cercava? Perché non arrivava?

-Aiutami Gesù mio!-

Arrivarono in suo soccorso grosse lacrime che come anelli di una grossa catena portavano fuori la sua amarezza e le alleggerivano il cuore: “basta, basta” sembravano dirle quelle gocce accarezzandole il viso, “non ti amareggiare ancora! Asciuga la tua tristezza.” Si riprese da quei brutti pensieri e riuscì a sentire un delicato odore di fritto. A Zafferana non facevano le arancine di riso colorato di giallo. Lì, ai piedi del vulcano, si friggevano le “siciliane”, enormi calzoni, pizze chiuse dove all’interno ribolliva come magma bianco la tuma, un formaggio pecorino tipico del catanese, accompagnata da olive nere, cipolla e acciuga. Cettina si lasciò andare a una considerazione, una sorta di digressione rispetto ai pensieri sulla sua vita nel paese etneo: ciò che a Palermo era femmina nel catanese era maschio e viceversa. La tuma, formaggio rigorosamente femmina si contrapponeva al “primo sale”, formaggio maschio usato largamente nel capoluogo siciliano, come l’arancino stava all’arancina dove lo zafferano, maschio, diventava Zafferana, di genere femminile, per dare un nome al paese etneo. Scrollò le spalle, non capiva neanche lei di cosa si stava occupando la sua mente. Rivolse lo sguardo alla cupola del duomo che si ergeva maestosa e, nel cielo terso di quella mattina, era come se fosse stato possibile poterne tracciare i contorni, mentre altèra, rimaneva all’ascolto della Muntagna che le stava accanto come una cara amica brontolona. 

Cettina aveva fatto amicizia con una signora che viveva in una graziosa casa dai balconcini in ferro battuto e fioriere straripanti di fiori di ogni colore, proprio di fronte alla sua abitazione. Si erano timidamente salutate da dietro i vetri delle loro finestre. La signora le aveva rivolto un sorriso tenero e Cettina aveva alzato la mano in segno di saluto. Sorriso dopo sorriso, si scambiarono qualche parola e anche un invito a prendere un caffè insieme.

-Domani faccio le siciliane, vuoi venire a vedere come si fa?-

Accettò l’invito e si trovò con un grembiule legato alla vita e le maniche della camicetta alzate fino ai gomiti.

-Allora, cominciamo. Pesa mezzo chilo di questa farina. Tieni.-

Sorriso dopo sorriso, iniziarono a impastare la farina con il lievito sciolto in acqua tiepida e del burro fuso.

-Aggiungiamo un altro poco di acqua. L’impasto deve risultare bello morbido.-

Poi fecero dei panetti e li coprirono per farli lievitare.

-Lavati le mani. Il tempo che i panetti sono pronti, noi ci prendiamo un bel caffè in terrazza. Oggi c’è un bel sole e l’Etna è tranquilla.-

Aveva trascorso una splendida giornata con quella donna che viveva da sola in una grande casa piena di ricordi.

-Non potrei vivere in un altro posto. Il vulcano non mi fa paura, anzi è un caro amico. Al mattino quando mi sveglio, il mio primo pensiero è andare a salutare ‘a Muntagna, e penso che la bellezza che mi regala ogni giorno può darmi la forza per affrontare tutto, anche la mia solitudine.-

Parlarono di tante cose e quando l’orologio del duomo ricordò loro che erano passate già due ore, scesero svelte in cucina, dalle loro pagnottelle.

-Adesso bisogna spianarle ben bene con il mattarello. Ecco così, brava! Su una metà spalmiamo l’olio e sull’altra mettiamo tanta tuma, olive e alcuni filetti di acciuga.-

-Adesso la chiudo?-

-Sì. Con la forchetta fissa bene i bordi che bagnerai appena con un miscuglio di olio e acqua.-

La signora mise sul fuoco una padella con tanto olio che, dopo pochi minuti, cominciò a fare le prime bollicine, segno che era abbastanza caldo per poter cominciare a friggere le focacce. Una dopo l’altra le siciliane assunsero il loro colore dorato e in tutta la casa si diffuse un odore buono, conviviale, allegro, avvolgente come un abbraccio. Ne assaggiarono subito una: era buonissima!

-Ecco, guarda, queste le porti a casa.-

-Grazie, ma non doveva!-

Cettina non aveva detto alla sua nuova amica di aspettare un bambino, ma la signora la guardava come se sapesse, perché le donne sanno come si cambia, quale luce si accende negli occhi di colei che genera una nuova vita  e sviluppa il calore di un amore nuovo. Una donna lo sa.

-Ti raccomando, stai serena. Pensa a cose buone, affidati a ricordi belli e fatti sconvolgere dalla bellezza che trovi anche nelle piccole cose. La vita ti sorriderà sempre.-

Sorriso dopo sorriso, si salutarono con il cuore pieno di gratitudine.

Fammi strada-Due mari diversi (13)

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“Come fa l’onda là sovra Cariddi,/che si frange con quella in cui s’intoppa,/così convien che qui la gente riddi.” Dante Alighieri, LA DIVINA COMMEDIA-INFERNO, Canto VII, vv. 22-24

DUE MARI DIVERSI

-Scansati! Qua lavo io!-

Dal lavatoio arrivavano le voci concitate delle donne. Era arrivata Carmela a Cuzzulara, la prima donna del lavatoio: lei gestiva il lavoro delle lavandaie, decideva orari e giorni, stabiliva turni e si ergeva a giudice nelle contese su chi doveva lavare prima o sui posti da occupare. Tante erano le donne che arrivavano a piazza Bonadies con cesti carichi di panni: a Catania era risaputo che le acque del  fiume Longàne, che scorrevano all’interno del lavatoio di Cibali, avevano un potere pulente superiore a qualsiasi altro tipo di acqua. Lei, Carmela a Cuzzulara, lavandaia esperta, era una che contava e il suo soprannome indicava il fatto che fosse sposata con un cuzzularo. Nel quartiere avere un soprannome era normale e con quello si veniva immediatamente riconosciuti. Un notaio, nato, cresciuto e operante nel quartiere, usava redigere i rogiti inserendo anche gli epiteti dei firmatari dell’atto notarile.

Il marito di Carmela faceva u’ cuzzularu. Molti uomini a Catania sbarcavano il lunario raccogliendo le cozzole, le telline, molluschi bivalve di forma triangolare che popolavano numerose la Plaja, il litorale ai piedi dell’Etna, vivendo immerse nella sabbia. I cuzzulari partivano la mattina presto, alle prime luci dell’alba, per la raccolta dei molluschi che avrebbero venduto in bancarelle di fortuna nelle piazze, al mercato della Pescheria o alla Fera o Luni, il mercato di piazza Carlo Alberto. Il marito della Cuzzulara, u Cuzzularu, era un uomo mite e silenzioso, esile e delicato, con lo sguardo pieno di mare e di sole, sazio di quella bellezza che al mattino gustava affondando mani e piedi nella sabbia dorata ai piedi della Muntagna.

Com’era u mari oggi?-

-Bello!-

Il suo temperamento mite gli permetteva di stare accanto alla sua donna vulcanica, esplosiva e pronta a organizzare tutto, a decidere su tutto, a parlare e anche a sparlare di tutto. Quella donna era la sua roccia, era l’unica di cui si fidava ciecamente perché, lui lo sapeva, a Cuzzulara lo amava profondamente e aveva tanto fuoco in corpo da scaldare entrambi per tutta la vita.

-Buongiorno Rizzu! C’è confusione al lavatoio.-

-Buongiorno.-

 Filippo u rizzu, rispose appena, per educazione. Non gli piaceva quell’uomo arrogante e quindi, continuò il suo lavoro senza alzare lo sguardo dalla catena di una bicicletta che aveva perso un paio di perni.

-Oggi è proprio una bella giornata.-

-Vero.-

-Avete tanto da fare, vedo.-

-Sì, devo riparare tante biciclette e devo fare presto.-

-Buon lavoro, allora. Vi saluto.-

-Aspettate. Volevo sapere come sta Mimmo. Dov’è? Che fa?-

-Quel delinquente di mio figlio?-

Filippo avrebbe voluto gridargli il suo disappunto, ma si limitò a fare un cenno con la testa.

-Lavora su un peschereccio. Ora è a Milazzo. Si deve rinforzare le ossa, ava travagghiari.-

Il peschereccio su cui era imbarcato Mimmo era partito molto presto da Santa Maria La Scala. Il mare era calmo e continuò a farsi attraversare dall’ imbarcazione che di prora scatenava una schiuma bianca e un tripudio di gocce allegre, saltellanti in una sorta di giostra itinerante. L’alba era quasi giunta quando la barca era prossima allo stretto di Messina. La luna era alta, luminosa nel cielo e Tirreno da una parte dello Stretto e lo Ionio dall’altra avevano armato i loro soldati. Prima uno e poi l’altro avrebbero invaso i fondali, ora dell’uno, ora dell’altro mare e nello scontro avevano creato vortici di acqua salmastra e turbinii di onde che obbedivano alla grande madre, la Luna. Ora appariva rotonda, bella, alta nel cielo e i due mari si preparavano all’ invasione; ora appariva nascosta, mostrando un quarto del suo chiarore e Tirreno e Ionio si limitavano a brevi incursioni, ognuno nei fondali dell’altro. E quando era l’ora di stanca, le acque si riposavano, trovavano assetto, placavano l’ira di Scilla e Cariddi. Riprendevano presto le grandi manovre di invasione delle invincibili armate, mentre le barche attraversavano lente quei mari guerrieri.

Si distinguevano all’orizzonte, stretto tra Capo Peloro e Punta Pezzo, i colori decisi del nuovo giorno in arrivo: rosso, rosa, arancio, blu, grigio, mentre dietro le rocce calabresi arrivava il bagliore luminoso del sole. Mimmo guardava estasiato quell’imbuto di mare e pensò che era proprio un ragazzo fortunato: stava vivendo la sua vita con quella libertà che mai avrebbe immaginato e se ne nutrì ascoltando il suono del mare, il silenzio dei colori dell’alba e l’ energia delle voci di pescatori impegnati nell’avvistamento di un grosso pesce.

-Va’ cchiù susu!! Tuttu rittu, comu ora!! Acchiappalu! Acchiappalu!-

Il ragazzo si mostrò divertito da quelle voci che si sovrapponevano, si rincorrevano allo stesso modo con cui seguivano lo spostamento di quel pesce sulla superficie del mare.

-Don Vicè, ma che fa quello là sopra?-

A Don Vicè quel ragazzo piaceva, gli piaceva il suo coraggio, l’inconsapevole tenacia con cui seguiva il suo destino.

-Quella barca si chiama luntro e i pescatori la usano per pescare il pescespada. Sai perché si chiama così questo pesce?-

-Perché ha una spada sopra il muso.-

-Sì, e gli serve per tagliare le correnti che qui sono forti. Vedi, proprio al centro del luntro, c’è un albero che si chiama farere. In cima al farere sale l’avvistatore che appena il pescespada viene segnalato, a gran voce ne indica il percorso a pelo d’acqua e la barca si muove al suo inseguimento. I rematori remano più forte, incitandosi a vicenda e il fiocinatore, ritto a poppa, aguzza la vista e con mira spesso infallibile, infilza il pesce. Sai che quando  si avvista una coppia di pescespada si infilza prima la femmina? Il maschio non la lascia, le sta sempre vicino e così è più  facile infilzare pure lui.-

-Mamma mia! E’ brutto così!-

-Eh sì, ma queste sono le leggi della pesca.-

Don Vicè strizzò l’occhio al suo giovane amico e si lasciò dietro le voci dei pescatori dello Stretto. Il sole segnava già una lunga scia luminosa sul mare Ionio e Marunnuzza navigava vicina al mar Tirreno, alla volta del porto di Milazzo.

Fammi strada-Una piccola goccia (12)

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“Producendo innanzitutto le erbe di ogni genere, e la verzura splendente, la terra ne ricoprì dovunque le colline e le pianure; i prati fioriti brillarono d’un colore verdeggiante; poi i diversi tipi di alberi poterono slanciarsi a piacimento nell’aria, senza né freno né redini per imbrigliarne la crescita.” Lucrezio, DE RERUM NATURA, Garzanti editore, 1975, libro V, vv. 783-787

UNA PICCOLA GOCCIA

-Sono stato a Catania. Sono passato da Cibali, ho rivisto mio padre. E’ sempre lì ad aggiustare biciclette.-

-Sei passato da Ognina? Hai visto mia madre? Hai incontrato mio padre? Hai parlato con Rosetta?-

-Siediti. Sono passato da casa tua. Le porte, le finestre erano tutte chiuse. Ho chiesto ai vicini e mi hanno detto che i tuoi genitori non ci sono più.-

-Non ci sono più? E dove sono andati?-

-Sono morti, Giovanni.-

-Ma che dici?-

-Rosetta, una mattina, all’alba, ha preso un gozzo ed è andata via. Nessuno l’ha più rivista al porticciolo.-

Giuseppe non aveva mai amato la pesca e non aveva mai voluto imparare a nuotare. Quella che si faceva strada nella sua mente era l’idea di tornare ai campi, gli stessi che il padre aveva lasciato quando, prima della guerra, era arrivato a Catania per portare un carico di mannite ad un farmacista.

-Cos’è la mannite, papà?-

– E’ il risultato dell’amore per la propria terra.-

-In che senso?-

-Attorno al mio paese si distendono vallate dove crescono alberi di frassino. Hanno un tronco sottile e rami che danzano al primo soffio di vento. Dai tronchi sgorga la manna. Ti racconto come si fa.-

Giusepe, allora, si sedeva vicino vicino, quasi abbracciato al padre e ascoltava quell’uomo che negli occhi aveva dipinte le montagne delle Madonie, le verdi vallate e le antiche strade attraversate dall’odore del pane fatto in casa.

-Gli attrezzi principali sono il mannaruolu, una sorta di coltello a forma di falce; la rasula, dalla forma di una fionda di legno alla cui estremità è teso un filo metallico; una grande foglia di ficodindia.-

-Una foglia di ficodindia?-

Incredulo il bambino guardava il padre che rise e continuò a raccontare.

-Allora, andiamo per ordine. Con il mannaruolu il contadino incide il tronco, gli fa una ‘nzinga. Questa parola dalle nostre parti indica l’anello di fidanzamento, quindi il contadino si fa zitu ca pianta, si fidanza con la pianta. Si innamorano. Da quell’incisione sgorgano cannoli di manna, una linfa bianca come la cera e dolce più dello zucchero. Secondo un’ antica leggenda contadina, le piante del frassino amano la musica e per questo producono solo quando cantano le cicale. Un fidanzato innamorato è attento alle esigenze del cuore della sua amata e il contadino, per raschiare la manna dal fusto, usa una rasula dove il filo metallico è una corda di chitarra.-

-E la foglia di ficodindia?-

-Quella si mette ai piedi del fusto, proprio sotto la ‘nzinga, per raccogliere la parte di manna che cade durante la colatura. Quando la linfa comincia a sgorgare dalla pianta, scende lungo il fusto e man mano si solidifica. Se il fusto è storto, si formano dei cornetti, come delle stalattiti di ghiaccio, sai come quelli che abbiamo visto una volta sull’Etna. Sono i cannoli di manna. Nel mio paese, a Castelbuono, la mia vecchia Ypsigro, esiste una fabbrica dove lavorano la manna. Io lavoravo lì prima della guerra. Poi ho conosciuto una bella catanese e sono rimasto qui.-

I racconti di suo padre si intrecciavano con i pensieri di un ragazzino che immaginava estesi campi, aria fresca, e verdi vallate come l’unico luogo dove avrebbe voluto vivere.

Era andato via dalla casa dei suoi genitori senza dire nulla, certo di tornare quando avrebbe potuto raccontare loro della sua gioia di essere riuscito a lavorare in quei campi dove gli alberi amano la musica. Avrebbe portato loro cubetti di mannite, per curare i loro disturbi di stomaco o per fare un ottimo sciroppo per la tosse.

-E’ andata così, Giuseppe. Nessuno ha colpa. Tu hai seguito la tua strada che poi era quella segnata dall’amore per i tuoi genitori. Continua, lotta. Lottiamo insieme.-

Aveva raccontato a suo padre della sua ambizione, di quell’idea che si faceva sempre più insistente di lavorare per dare ragione della bellezza della sua terra.

-Sei una piccola goccia in mezzo a un mare in tempesta. Ti costringeranno ad abbandonare il tuo sogno e affogherai nella tua delusione.-

– Papà, ricordi quando mi raccontavi la favola del colibrì? Chi te lo fa fare, gli chiedevano gli animali più grossi di lui che scappavano davanti al fuoco che stava distruggendo la foresta. Lui, piccolino, continuò a trasportare gocce d’acqua per spegnere il fuoco. Fece la sua parte, non si arrese e altri piccoli animali lo seguirono, non scapparono e la foresta si salvò. Io voglio fare la mia parte, papà.-

Erano gli anni in cui si formavano sindacati, come l’Alleanza dei coltivatori e l’Unione siciliana delle cooperative agricole, attenti alle esigenze delle organizzazioni di massa del movimento dei contadini. Forte dell’adesione ai sindacati, Giuseppe, insieme ad altri giovani decisi ad essere piccole gocce capaci di migliorare le sorti della Sicilia, incontrò agricoltori, sindacalisti e viaggiò per tenere alto l’interesse su una terra martoriata, non solo dalla recente guerra, ma anche e soprattutto dai soprusi mafiosi radicati e alimentati da chi di quella terra ne voleva fare una schiava.

-Ho parlato oggi con il dottore Ovazza.-

-Chi è? Non lo conosco.-

-Dai, il comunista ebreo innamorato della nostra isola.-

Il comunista ebreo innamorato della Sicilia era Mario Ovazza che nel 1938 era stato cancellato dall’albo professionale degli ingegneri perché ebreo.

– Mio padre conobbe un matematico all’Università di Catania che poi, come astronomo, divenne direttore dell’Osservatorio che c’era all’interno del Monastero dei Benedettini e aveva iniziato la compilazione di un’ imponente Catalogo Astrografico. Anche lui, come era previsto dalle leggi razziali, venne esonerato perché ebreo e la sua vita, la sua carriera furono completamente distrutte.-

Giuseppe aveva lasciato la sua casa convinto di essere una goccia capace di poter fare qualcosa, convinto che la storia poteva essere l ‘amica migliore per imparare a essere liberi di costruire, difendere, tutelare ciò che ci appartiene ed esserne orgogliosi. Aveva seguito dei giovani studenti, si era iscritto all’università di agraria a Palermo e presto lavorò come pubblicista per il giornale L’ ORA.

-Forse siamo solo dei giovani visionari. Ma ci dobbiamo provare.-

Azeglio Bemporad, Direttore del Regio Osservatorio di Catania già prima della Seconda Guerra Mondiale, autore della compilazione di un importante Catalogo Astrografico. (Officine Culturali, Catania)

Fammi strada-Cocò (11)

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Palermo anni ’50

“Il comportamento di tutti i simboli è strettamente determinato dallo stato dell’intero sistema nel quale risiedono.” Douglas R. Hofstadter, GӦDEL, ESCHER, BACH: un’Eterna Ghirlanda Brillante, Adelphi Edizioni, Milano, 2011, pag. 355

COCO’

-Cara Cettina, cara sorellina mia,

quanto mi manchi! Sono qui, a Palermo, tra gli odori e il chiacchierio della gente che a noi sono sempre piaciuti tanto. Sono qui. Finalmente, mi viene da pensare. E’ la serenità che ci mancava, la spensieratezza, la possibilità di essere noi stessi. Il viaggio in treno con la zia non è stato interrotto da nessuna mucca dondolosa. Ricordi? Il nostro ultimo viaggio insieme per Palermo è stato lungo ma divertente. La zia non ha detto una parola per tutto il tragitto. Ascoltavo in silenzio il rumore del treno che come un basso continuo faceva da sottofondo alle voci di altri passeggeri, al pianto di qualche bambino, ai colpi di tosse di un vecchio, ai discorsi spavaldi di un gruppo di giovani. Arrivate a Palermo mi attendeva l’immancabile arancina e la nonna mi ha abbracciata forte e, io lo so, in quell’abbraccio c’ eri anche tu.-

Nunzia era arrivata a Palermo con il sangue che le ribolliva di emozione. Era nella città della zia, della nonna e che un tempo era stata la città di sua madre. Nunzia amava Palermo e sapeva che anche Cettina ne era innamorata. Era la città dell’affetto, dei profumi dell’accoglienza dove ogni cosa richiamava alla storia di una terra che raccontava di fenici, arabi e normanni. Pensò che anche l’arancina, come diceva la nonna, aveva il compito di riportare alla mente la storia: tonda e rossa come le cupole di alcune chiese che all’interno custodivano ricchi mosaici, dorati come lo zafferano che avvolgeva i ricchi sapori della mitica arancina.

Avrebbe frequentato la scuola del Protonotaro. La zia l’aveva accompagnata il primo giorno per indicarle la strada che avrebbe dovuto percorrere per raggiungerla. Partirono a piedi da corso Tukory, lasciandosi alle spalle l’antico e pesante portone che  racchiudeva un’ imponente scala in marmo, con passamano in ferro battuto e che avvolgeva gli appartamenti del palazzo che si alternavano ora a destra, ora a sinistra a seconda del giro che facevano gli enormi gradoni. Arrivarono a Porta Sant’ Agata, un’antica Porta, dove si pensava fosse passata Sant’ Agata per andare a Catania e subire il martirio.

-Noi oggi passiamo da qua, ricordiamo Catania e la sua Santuzza e andiamo verso il tuo futuro.-

La zia le strizzò l’occhio e proseguirono attraversando il quartiere dell’Albergheria, le cui strade strette come vicoli e lastricate in pietra, accoglievano le voci degli abbanniatori del vicino mercato di Ballarò. 

Arrivarono quindi nell’antica via del Protonotaro che collegava una piazza, piazza dell’Origlione, con via Vittorio Emanuele. Una strada stretta, un cordone di congiunzione tra la Palermo da sempre popolata da mercanti, maghi, donne vocianti per le strade, e il Cassaro, elegante e signorile, ricco di palazzi, chiese e monasteri.

-Perché Protonotaro? Perché questo nome?-

-Il Protonotaro era un personaggio potentissimo in epoca normanna e sveva, con incarichi importanti. Era un consulente del re. In particolare, il nome di questa via ricorda don Ignazio Papè, Protonotaro del Regno delle due Sicilie, che proprio qui fece costruire la sua sontuosa residenza. Distrutta dalle bombe durante la guerra.-

La voce della zia si fece triste, arrabbiata. La guerra aveva fatto solo cose terribili.

-Dante, nella Divina Commedia ne ricorda uno molto importante: Pier della Vigna. Avrai modo a scuola di leggerne e studiarne i versi.-

Arrivarono quindi davanti l’ingresso della Scuola Media del Protonotaro, si salutarono e Nunzia si mischiò agli altri studenti dell’istituto.

-Cara Cettina, sono così contenta!

I miei compagni di classe sono simpatici e anche bravi. A parte qualcuno, ovviamente! I professori sono molto rigorosi e attenti. Pretendono disciplina e curano molto la preparazione di noi studenti. Io cerco di fare del mio meglio, me lo impongo ogni giorno, anche se l’altro ieri sono stata rimproverata dalla professoressa di religione. Indossiamo tutti un grembiule nero in classe, il mio è abbottonato dietro. L’ora di religione è pesante, non fosse altro perché copre l’ultima ora di una giornata in cui si è stati impegnati in latino, matematica, italiano. E’, quella, un’ora in cui si freme per uscire e tornarsene a casa. Ho pensato di eludere l’attenzione dell’insegnante cominciando, piano piano e con lo sguardo da interessata alla lezione, a sbottonare il mio grembiule: la professoressa non si sarebbe accorta che una delle mie mani trafficava alle mie spalle. E invece no! Se n’è accorta, mi ha rimproverata e, per punizione, sono uscita per ultima dalla classe. Bisogna essere troppo bravi per fare i furbi e io, proprio in materia di furbizia, avrò sempre un voto bassissimo.-

A volte la nonna le chiedeva di andare a comprare le uova dal lattaio. La famiglia del lattaio viveva in una di quelle case a piano terra con una porta d’ingresso che poteva fungere anche da finestra. Chiusa la parte inferiore, dalla parte superiore della porta si sporgeva il mezzo busto di una signora con uno sciallino di lana, lavorato all’uncinetto che le copriva le spalle per buona parte dell’anno. Affacciata all’apertura della sua casa, la donna svogliatamente seguiva il passaggio della gente, aspettando che succedesse qualcosa che la scuotesse dalla monotonia della sua giornata.

-Buongiorno! Mi da’ dieci uova?-

La moglie del lattaio apriva anche la parte inferiore della porta e la faceva entrare. Le uova si trovavano dentro una credenza che ingombrava una stanza piena di cose. Su un divano stava seduto un ragazzo altissimo e magrissimo: lo chiamavano  Cocò, forse per ricordare le galline o forse per trovare un appellativo veloce che raggiungesse presto la sua attenzione. Fatto sta che Cocò si allungava, la sua figura si assottigliava, spalmandosi lungo i suoi muscoli e le sue ossa, arrivando a superare i due metri. In quella stanza c’era un’atmosfera di indifferente confusione, ognuno faceva le sue cose, scansandosi a vicenda: la donna cercava una bustina dove mettere le uova, Cocò non proferiva parola e il lattaio trafficava tra i suoi bidoni d’alluminio, sparsi per la stanza.

-Vuoi pure il latte?-

-No, no. Grazie!-

Nunzia guardava Cocò, ma Cocò non guardava nessuno. Il viso scarno, gli occhi affossati e un grosso naso aquilino erano incorniciati da una liscia capigliatura.

–Pari na canna pi stenniri!- pensò la ragazza associando quel corpo lungo e scarno, alle canne che le donne usavano per stendere i panni. Ne aveva viste tante di quelle canne lungo i marciapiedi. Le donne che si affacciavano a mezzo busto, stendevano i panni su una corda legata a due chiodi piantati sulla facciata della casa a piano terra. La canna, che inforcava la corda nel suo punto di mezzo, veniva posizionata sul muro per tenere in alto i panni. Più era lunga la canna, più lenta doveva essere la corda e più panni si potevano stendere.

-Quant’ è?-

-Dammi 100 lire.-

Nunzia pagò e salutò. Salutò anche Cocò che rimase fermo e rigido nella sua lunghezza, come ‘na canna pi stenniri secca e tesa, aggrappata al suo muro di esistenza.

Fammi strada-La poesia del mare (10)

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“Ma quando il largo già tenean le navi,/e già non appariva terra alcuna/ma solo il cielo ovunque e ovunque mare,/torbido sopra il capo un nembo venne/di tenebre foriero e di tempesta,/e l’onda s’incupì d’alta minaccia.” Virgilio, ENEIDE ,Paravia, Torino, 1963, Libro terzo-vv. 285-290

LA POESIA DEL MARE

-Ascolta, ascolta la musica del mare. Onda dopo onda, nota dopo nota.

Senti le pulsazioni delle emozioni. Onda dopo onda, nota dopo nota.

Un adagio e poi, con impeto, esplode la passione. Onda dopo onda, nota dopo nota.

Hai presente Rosetta, hai presente il mare quando diventa di un blu intenso e i gabbiani galleggiano in superficie e i pesci piccoli guizzano allegri? Hai presente i raggi del sole che penetrano nei fondali formando un cono di luce il cui vertice poggia sull’ultimo strato di acqua dove è possibile arrivare, dove è possibile che la luce arrivi? Hai presente, Rosetta, la nostra vita?-

Si erano spente le voci della gente, gli schiamazzi dei bambini e ormai la luna aveva preso possesso del cielo e si specchiava bellissima sul mare. Rosetta e Luigi si attardavano su uno scoglio accarezzato dalle onde.

-C’è nel mare una poesia che raccoglie tutte le emozioni del mondo e anche di più. Sai Rosetta, io penso che ci sono cose che non potremo mai provare, che il mare tiene nascoste e noi possiamo solo immaginare, possiamo solo desiderare, anche se a volte non sappiamo di cosa sentiamo desiderio.  E’ qui, in mezzo al petto la consapevolezza di questo desiderio di cui non conosciamo la natura. E’ questo vuoto che non riusciamo mai a colmare.-

Lui parlava e la ragazza lo ascoltava come se quella voce arrivasse proprio dalla profondità del mare.

-Carusi, iti a dommiri, ca dumani si parti prestu!-

Il padre di Luigi li distolse da quel momento di pura poesia. Luigi si alzò e porse la sua mano a Rosetta. Si trovarono vicini, si guardarono sentendo il vuoto in mezzo al petto farsi sempre più profondo. Tenendosi per mano, raggiunsero le case.

Rosetta e Mimmo furono ospiti della signora Carmela, la nonna di Santo, un ragazzino che aveva perso i genitori inghiottiti dal mare, lì dove mostri marini attendono minacciosi le barche dei pescatori. Quella mattina erano partiti presto con la loro barca. Pensavano di fare in tempo a tornare, prima che il vento di maestrale soffiasse dallo stretto e desse forza alle correnti; prima che dalla profondità del mare si aprisse un vortice che, come un’enorme bocca, li divorasse. Ma la pesca era buona, le reti pesanti si avvolgevano lente e i mostri del mare dello Stretto si svegliarono troppo presto.

-Tira!! Sbrighiamoci!-

Le reti erano piene di pesci. Il mare generoso, la concitazione, la fretta e poi il vento, le onde. Alzarono all’improvviso lo sguardo, mollarono le reti e si videro avvolti da un enorme onda.   

Non tornarono più al borgo. Qualcuno raccontava che la notte si udivano le voci di due pescatori, un uomo e una donna, che chiedevano aiuto e poi si vedevano camminare piano verso il mare e leggeri si dissolvevano come due nuvole sfaldate dal vento. Santo era cresciuto con i nonni anziani, distrutti dal dolore. La sera, dopo aver cenato con loro, andava a sedersi su uno scoglio cercando i volti dei suoi genitori. Lui sapeva che erano lì, tra quelle onde, tra quel respiro eterno che lo avvolgeva. Vedeva sua madre e immaginava di accarezzarne il viso dai tratti bellissimi e una pelle liscia e profumata come sapone che sa di pulito. Nessuna ruga aveva mai segnato quel volto, e la voglia di vivere era scritta con lettere chiare in ogni angolo del suo sorriso. Era liscio e splendente quel viso, come lama di spada che sfida ogni male. La vedeva accanto al suo uomo, forte come una roccia, fiero come un guerriero. Il suo viso, il suo corpo parlavano di orgoglio, di determinazione e amore per la vita, per il suo lavoro, per la sua donna, per suo figlio che adesso raccoglieva il ricordo di tanta determinazione, di tanto amore per crescere e consegnare, ogni sera, davanti a quel mare, il dolore e la solitudine dei giorni trascorsi senza di loro.

Santo e Mimmo avevano la stessa età, entrambi soffrivano di una mancanza, di un vuoto, di una consapevolezza che la vita aveva consegnato loro un passato triste, un presente faticoso e  un futuro difficile da immaginare.

-Dove sono i tuoi genitori?-

-Io sono scappato di casa.-

Lo guardò, segnando un confine difficile da attraversare.

-E’ strana la vita. Tu fuggi e io aspetto inutilmente che qualcuno ritorni. Lì c’è il tuo letto. Per questa notte.-

Si addormentarono. Entrambi con il mare in tempesta nel cuore.