La festa dei morti

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Talè chi mi misinu i morti

u pupu cu l’anchi torti

u succi c’abballava

a iatta ca sunava.

Guarda cosa mi hanno messo i morti/ una bambola con le gambe storte/un topo che ballava /un gatto che suonava.

-Guarda cosa mi hanno “messo” i morti-, perché i morti vivono di una vita fatta di gesti, frasi, situazioni, luoghi, che fanno da sottofondo alle vite a cui, secondo una tradizione siciliana, “mettono” qualcosa il 2 novembre, giorno della loro commemorazione. Ma cosa “mettono”? Innanzitutto pupi cu l’anchi torti” che letteralmente sarebbe pupazzi con le gambe storte, quindi vecchi, o meglio, antichi. Poi “mettono” un topo che ballava ( l’ imperfetto dà il senso del cuntu siciliano) e un gatto che suonava. Ricordo che la mattina del 2 novembre ci svegliavamo frementi di gioia: uno dei divani della nostra casa era pieno di giocattoli quasi dimenticati, tirati a lucido e “messi” lì dai nostri morticeddi, così ci dicevano i nostri genitori che con un termine vezzeggiativo ce li facevano sentire ancora più vicini, come se i nostri cari fossero tornati bambini. Certo, il fatto che “mettevano” e non si vedevamo, faceva un poco di tristezza.

Tra le cose che i morti “mettevano”, nell’ immaginario del cuntu, c’ erano un topo e un gatto che per l’ occasione smettevano di essere nemici e si accompagnavano in un concerto festoso, suonando e cantando. C’ è una grande verità in questa semplice filastrocca: il rispetto e la cura per ciò che ci appartiene ci rende gioiosi e costruttivi, la memoria ci indirizza verso quei canali del saper vivere, valorizzando ogni piccolo particolare, rinnovando il valore per la riconoscenza per coloro che hanno e continuano ad arricchire la nostra vita.

La fata e le stelle

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-Dà, dà ama a vardari!- (Là, là dobbiamo guardare)

I pescatori sapevano che nello spazio di mare che guardava in direzione del grande arco di una casa che profumava di mosto, era possibile pescare calamari di giorno e totani la notte. Con la luna calante.

C’erano sere e c’erano notti che nessuno andava in quel tratto di mare.

C’erano sere e c’erano notti che al grande arco guardava una fata, amica della luna che illuminava il mare quando sorgeva rossa del fuoco del sole, appena scomparso all’orizzonte.

C’erano sere e c’erano notti che dal grande arco si librava una scia di stelle che avvolgeva la fata, le illuminava i capelli e la sollevava leggera nel cielo.

-Vai!- le diceva la luna.

C’era un sogno da salvare, rimasto incastrato tra le pieghe oscure di una costellazione lontana. A bordo della scia di stelle, la fata attraversò il cielo. Salutò i falchetti che durante il giorno avevano giocato con le onde del mare; sorrise alle caprette bianche come nuvole di primavera che vivevano su una roccia inaccessibile agli uomini, lì dove arbusti verdi e grotte sicure garantivano loro una vita tranquilla scandita dal rumore del mare che lassù arrivava come un monito divino, dal susseguirsi delle piogge e delle stagioni, dall’amore della loro madre, la luna.

La fata raggiunse il sogno che era volato troppo lontano, nella Costellazione del Cigno, attirato dalla bellezza che evocava quel nome. C’era lì un grosso buco nero che lo attirava con messaggi incantatori e il sogno cominciò a girare intorno all’orizzonte di quella massa enorme che voleva inghiottirlo. La fata ordinò alle stelle che l’avevano portata nello spazio, di formare una lunga catena di luce più forte dell’energia della massa oscura, intimando loro di non avvicinarsi troppo all’orizzonte degli eventi ma di prendere il sogno e strapparlo al vortice malefico. Il Cigno osservava e mandò delle stelle-soldato a rinforzare la scia di luce. Il sogno passò una volta e poi ancora una seconda volta, girando vorticosamente intorno a quel buco. Ma poi capì in quale momento doveva lanciarsi più forte per uscire dal cerchio e agganciarsi alle stelle.

Partirono quindi alla volta del mondo. Salutarono il Cigno e attraversarono leggeri la volta celeste. La fata ed il sogno tornarono al grande arco della casa che profuma di mosto dove gli uomini hanno bisogno dei sogni e di fate per guardare e viaggiare lontano e poi sempre tornare.

-Dà, dà ama a vardari!-

Accattatevi il sale

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palermo

«Quando mi cercate non mi trovate. Accattatevi il sale e conservatelo. Quattro pacchi mille lire», pagina 168, Gaetano Savatteri, Non c’è più la Sicilia di una volta, edito da Laterza.

Un ricordo, quello di Savatteri, scritto anche nelle pagine della mia vita di giovane siciliana. Abitavo a Palermo, in una casa al primo piano di un antico edificio. Trascorrevo tanto tempo nella mia cameretta. Studiavo, sognavo (specialità che mi sono sempre trovata cucita addosso), restavo sdraiata a letto a fissare le immagini colorate che, in estate,  la luce del sole proiettava sul tetto attraverso le persiane. Mi lanciavo quindi in una sorta di quiz solitario: auto piccola rossa, furgoncino bianco, auto di media cilindrata verde. Trascorso il mio momento privato, stavo al telefono? No, quello no: non esistevano ancora i cellulari. Se volevo compagnia ero “costretta” a uscire per andare a trovare un’amica e magari fare una passeggiata con una cugina o una zia; oppure seguire mia madre al balcone di fronte al quale si apriva una platea di comunicatori che lanciavano discorsi da una ringhiera a un’altra, mentre fili di amicizia si intrecciavano tra risate, considerazioni, informazioni e consigli fluttuando sul traffico stradale di auto, ambulanze, bus e “abbanniatori”. Erano, quest’ultimi, venditori ambulanti la cui voce oltrepassava l’intreccio delle voci delle donne al balcone attirandone l’attenzione più di una sirena di un’ambulanza in codice rosso.

-Bih! C’è chiddu du sali!- e, in automatico, calavano dai balconi dei panieri, con una corda lunga quanti erano i piani che le mille lire dovevano percorrere per essere sostituiti dai quattro pacchi di sale: non sia mai che si cercava quello del sale e non si trovava!

-Ascaretti!!- Secco, preciso. Era estate e con 50 lire nel paniere si poteva avere un ascaretto, uno stecco gelato, un semplice cremino. E poi pullanchielli belli (pannocchie belle), sficione cavuru-cavuru ( pizza alta, soffice e profumata calda-calda), panelle e crocchè (frittelle di farina di ceci e polpettine di patate) a testimoniare una Palermo quotidiana fatta e scritta dalla gente di ogni giorno. Voci che custodivano gelosamente una sicilianità che si raccontava attraverso l’amore e l’attaccamento alle tradizioni che per le strade rivendicano il diritto a continuare a vivere. “Non esiste più la Sicilia di una volta”, scrive Savatteri: non serve dormire sugli allori. La Sicilia ha avuto una grande storia, grandi letterati e poeti. Ha avuto. Adesso bisogna continuare a costruire, a scrivere altra storia che non sia scritta da chi non ha occhi per valorizzare quello che c’è. C’è il sole, il mare, l’abbraccio di voci che per le strade desiderano ancora qualcuno che li ascolti e abbassi un paniere ricco di speranza.

Emergenza bellezza

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Quella mattina ero partita presto. Le strade ancora illuminate dai lampioni erano attraversate da auto sonnacchiose. La circonvallazione, la tangenziale, il casello e poi l’ autostrada. Un poco sonnacchiosa lo ero anch’ io: guidavo piano, evitando sorpassi, anche quelli che ti senti autorizzata a fare quando ti precede un camion il cui carico pretende tanta moderazione alla guida. Dall’ autostrada il mare si vedeva a una discreta distanza. A un certo punto i miei occhi cominciarono a essere inquieti. Quel mare laggiù era un incanto: luci, colori, qualche barchetta qua e là. E il sole che iniziava a dipingere i contorni di un mondo al risveglio. I miei occhi sempre più inquieti mi costrinsero a fermarmi in una piazzola d’ emergenza. Dovevo fermarmi. Da un angolo della piazzola, il sole sorgeva e dispiegava nel cielo un ventaglio di fine merletto di antica fattura, candido come cotone pregiato appena lavorato da mani esperte, catenelle di nuvole che si susseguivano a coprire l’ afa del giorno che stava arrivando.

Vigna e Opi

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Come fu e come non fu, comare Angela fu presa dalla morte che, proprio quel giorno, le venne il ghiribizzo di trasformarsi in un rigoglioso ciuffo di erba selvatica e in uno scoglio accarezzato appena dalle onde del mare.

Era un giorno di primavera e la Vigna e Opi si pavoneggiava al sole delicato di quella stagione che regalava gemme e verdure profumate. La Vigna e Opi si stendeva su quel fianco della montagna che scendeva a strapiombo sul mare, lì dove gli uomini lavavano le botti e le donne andavano a patelle  e ufali, molluschi che, attrezzati di conchiglia a punta, uscivano numerosi dalle loro tane sott’acqua, all’alba o al tramonto, per fare una passeggiata sopra gli scogli freschi e profumati di salsedine. Era un luogo noto agli abitanti di Malfa, piccolo comune incastonato tra le due montagne dell’isola di Salina. Era un bel pezzo di terra vulcanica, dove cresceva rigogliosa una vigna che si affacciava a un tratto di mare popolato, nei mesi  tra gennaio e febbraio, da migliaia di ope (boghe) felicità dei pescatori che in quei mesi riempivano le barche di quei pesci che deliziavano le loro tavole: che buone cucinate a gnotta! Si prendeva una cipolla, si tagliava a fette e si faceva appassire con un filo d’acqua, mentre il fuoco di una cucina a legna diventava sempre più vivace. Quando l’acqua si asciugava e la cipolla s’era ammorbidita, si aggiungeva l’olio e la si lasciava insaporire; poi giù pomodorini della pennula appesa sotto il pergolato, capperi, prezzemolo o basilico, sale e una spruzzata di vino bianco. Si aggiungevano i pesci, si lasciavano insaporire e si versava dell’acqua perché si cuocessero in un buon brodetto. Comare Angela era bravissima a cucinare la gnotta.

-Andiamo a patelle?-

Quel giorno comare Angela si voleva svagare, voleva fare una passeggiata con la figlia fino al mare. Partirono quindi dalla loro casa e scesero giù fino a Vigna e Opi, dove si allungava ripida una scala scolpita nella roccia. Un pettegolezzo, una risata, un saluto a un paesano, fino alla scala che guardava il porto. Avevano percorso gran parte dei cento e più gradini, erano quasi arrivate.  Ad un tratto la donna fu attratta da un folto ciuffo di lazzini, verdura selvatica simile alla rucola, dalle foglie strette e dentate ma dolce e delicata che cresceva negli anfratti delle pietre frequentate da lucertole e lumache. Si sporse Angela verso quel ciuffo traditore, inciampò, scivolò giù dalla scarpata che scendeva dritta al mare. Uno scoglio la prese e la portò via per sempre.

Come il sole al tramonto

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Cosa c’è in un tramonto

di così affascinante

che incute rispetto, che invoca il silenzio,

che attraversa lo sguardo?

C’è l’esperienza del morire e del rifiore ogni giorno.

Tra gioie e dolori, tra vittorie e sconfitte

tra amori perduti e poi ritrovati.

C’è l’esperienza del morire e del rifiorire ogni giorno.

Attraverso i ricordi di chi resta lì

a guardare un sole, una vita

che si avvia verso l’ultima meta,

verso quell’orizzonte,

ormai non tanto lontano.

Cosa vedono gli occhi di chi sta per morire?

Sono certa: vede splendere la ragione

perché è lì, in quell’estremo momento.

Vede la vita riavvolgersi tutta

in un susseguirsi di immagini e storie

e volti e voci e paesaggi

e, come il sole al tramonto,

splende, e poi si ritira.

Buon ferragosto

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Auguro un buon ferragosto a chi voglio bene, a chi ho voluto bene ed è rimasto nel mio cuore e a chi è scivolato via da questo mio cuore. A chi sa starmi vicino e a chi non c’ è più e ne sento sempre la voce. Auguro un buon ferragosto al sole, alla luna, alle stelle e al mare, al vento caldo e all’ aria che ancora respiro.

Cono di luce

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Hai presente il mare,

quando diventa di un blu intenso

e i gabbiani galleggiano in superficie

e i piccoli pesci guizzano allegri?

Hai presente i raggi del sole,

che penetrano nei fondali

formando un cono di luce

il cui vertice poggia

sull’ultimo strato di acqua

dove è possibile arrivare?

Hai presente la nostra vita?

Quasi desiderare

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Non amo gli specchi. Non li ho mai amati.

Adesso, che perdo pezzi della mia storia,

che quasi ho smesso di desiderare,

mi fanno anche paura.

Ho paura di vedere riflesso nello specchio

tutto ciò che ho inseguito

e non ho raggiunto;

i sogni per i quali ho lavorato

che si sono frantumati in piccoli pezzi.

Ho paura di farmi raccontare da quell’immagine,

che non voglio essere io,

la felicità di un obiettivo raggiunto

e poi calpestato.

Guarderò distrattamente uno specchio,

per mettere ordine ai miei capelli scompigliati.

Ho quasi smesso di desiderare

e uno specchio non può distruggere

quella piccola goccia, quel quasi,

che, di tanto in tanto, illumina

una mia piccola speranza.