Filastrocche per tutti i gusti

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A ruota libera

Una cosa non mi va neanche un po’:

i discorsi possono andare

a ruota libera,

ma le auto a parola libera no!

Se potessero, il mondo sarebbe

meno brutto:

meno inquinamento, meno benzina

e soprattutto

tante  parole libere in giro ogni mattina.

Vito Consoli. Prima di tutto un amico: dei bambini, degli animali, delle piante, dei pesci che popolano il mare. Un amico mio, di mio marito e delle mie figlie.

Sotto a chi tocca

Sapete come si scrive una filastrocca?

Innanzitutto serve qualcosa da dire;

con la penna, però, non con la bocca.

Ma non basta; serve ritmo nel discorso:

una filastrocca va giù tutta in un sorso.

Può starci bene pure qualche rima.

Magari di un rigo con quello di prima.

Ecco, come si scrive una filastrocca.

Questa è la mia; ora sotto a chi tocca!

E siccome son curiosa,

colgo al volo l’occasione.

Vito…

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Tempesta

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Le nuvole toccarono le onde e le onde si aggrapparono alle nuvole. Il vento legò insieme onde e nuvole in un vortice bianco che sapeva di mare. Lei, seduta a poppa del suo gozzo, seguiva fiera le impennate della barca. I suoi capelli seguivano il vortice e lei assorbiva il turbinio di quella tempesta e ne diventava elemento. Ammaliata dalla musica del mare, osservava le onde che duettavano con il vento. Era bella, lo era da sempre.

Catania

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5 febbraio. Giro interno del fercolo di Sant’Agata.

Di una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda

Italo Calvino, Le città invisibili, OSCARMONDADORI, Milano, 2014, pag. 42

Sono appena trascorsi i festeggiamenti agatini. La città spegne i riflettori su candelore, devoti vestiti di bianco, fiumi di gente inneggianti la Santuzza, fuochi d’artificio sempre più innovativi e costosi, e migliaia di palloncini colorati che hanno mandato in visibilio i bambini. Adesso è tempo di ripulire le strade dalla cera che ha acceso l’entusiasmo di quei giorni di festa, quando tutto si è fermato e la città è stata consegnata ai cittadini.

Cittadini! Siti tutti devoti tutti?

Si! Si! Si!

Mattina del quattro febbraio: la processione percorre il giro esterno della città. La giornata è cominciata molto presto, con la messa dell’aurora in cattedrale. A metà mattinata la Vara, addobbata con garofani rosa per ricordare il martirio di Agata, si trova in Piazza Dei Martiri, lì dove il Passiatore confina con la linea ferroviaria che si affaccia al porto di Levante. Una giornata fantastica, dal tepore primaverile. I treni che passano salutano la Santa con ripetuti fischi e uno dei macchinisti non resiste alla tentazione di immortalare il suo passaggio con una foto alla piazza in festa. Iniziano i botti che disegnano nel cielo azzurro di febbraio nuvole dorate e frange colorate. La Vara si muove e continua il suo percorso verso la stazione. C’è chi torna verso il Duomo, attraversando via Vittorio Emanuele chiusa al traffico per l’occasione. Non ci sono auto ma persone che godono di quella giornata e si riappropriano dei propri spazi.  E’tutto un susseguirsi di palazzi storici, molti dei quali ricordano l’opera del grande architetto Giovanni Battista Vaccarini(1702-1768).

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(Archivio di Stato di Catania) Gallery

Un grande portone si apre a imbuto lì dove ha sede l’archivio di Stato. Sono curiosa, entro. Mi vengono incontro due occhi raggianti di una signora che accarezzava una foglia e ne odorava il profumo.

-E’ una foglia di bergamotto, sa? Ha un profumo gradevolissimo! Non è quello di un’arancia e neanche di un limone. Si avvicina a quelle fraganze  ma se ne differenzia. E’ una magia.-

La signora sembrava volere giustificare la sua gioia. Si è così abituati a essere tristi.

-Quando ero bambina andavo a scuola qui vicino e la mattina entravo in questo androne per venire a trovare quest’albero che mi piaceva tantissimo. Sono passati sessant’anni, sa? E’quello guardi, il secondo a destra. E’ un poco malato, ha bisogno di cure. Prenda una foglia, odori: sa di buono, di nostro.-

Mi feci contagiare da quell’entusiasmo. Presi anch’io una foglia e la misi in tasca. La signora si dileguò come una nuvola mossa dal vento, come quei giorni di festa durante i quali la città aveva risposto alla gente venuta anche da lontano. E poi via. Passati quei giorni la città torna a non dare risposte. I grandi portoni si chiudono e il bergamotto attenderà ancora qualcuno che si ricordi di lui.

Io e Cartesio

Uno dei primi articoli, che a me sembra molto carino, forse perché descrivo il mio stato di casalinga confusa e un po’ con la testa per aria.

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moloMi alzo al mattino…, anzi no! Mi corico la sera programmando quello che ho da fare il mattino seguente: prendere la compressa, guardare oltre i vetri delle finestre l’Etna da una parte e il mare dalla parte opposta e, senza farmi troppo attraversare dai colori che il sole diffonde da est a ovest, prendere il caffè, mettere in moto la lavatrice, uscire per la spesa, andare alla posta e poi dal dentista, tornare a casa, cucinare. Arriva quindi il mattino, bisogna cominciare: mentre la lavatrice lava, riordino la camera da letto dopo avere provveduto a mettere gli auricolari per ascoltare la lettura dei giornali alla radio. Non posso fermarmi. Le mie mani hanno tanto da fare, le mie gambe mi portano in giro per la casa. Seguo in sequenza tutte le azioni che ho programmato la sera prima in una sorta di scaletta per cui ad ogni azione ne segue…

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Festeggiamenti agatini

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Colori, suoni, allegria, musica, folklore e i festeggiamenti per la Santuzza corrono per tutta la città di Catania. Quando mi trasferii nel capoluogo etneo, fui molto colpita dallo slancio emotivo e dalla partecipazione dei catanesi alla festa in onore di Sant’Agata. Al grido: “Cittadini! Siti devoti tutti?” i fedeli rispondono con un caloroso, profondo e potente “Sì” che risuona per le vie della città, scena teatrale dove danzano e corrono le Candelore da metà gennaio fino al sei febbraio.

Decorate con fiori, lampade e immagini che ricordano la vita della Santa, le candelore, alti cerei votivi (alcune raggiungono anche sei metri di altezza), sono in tutto dodici: di queste, dieci rappresentano  arti e mestieri della città; una, “la piccola”, è la candelora di Monsignor Ventimiglia, il vescovo che la fece costruire dopo l’eruzione del 1766; un’altra rappresenta il Circolo Cittadino di Sant’Agata. Trasportate per le strade della città da uomini vigorosi, le candelore hanno spesso al seguito una banda che suona musiche vivaci e allegre a cui segue una sorta di balletto della candelora, l’annacata che impegna notevolmente i devoti impegnati nel trasporto dei cerei.

Ricordo che la prima volta che vidi una candelora rimasi basita perché, per come me le ero immaginate, esse dovevano esprimere un significato esclusivamente religioso.

Era gennaio, faceva freddo ma non pioveva. La piazza della chiesa del quartiere dove vivevo si animò di suoni e di allegria. Vestii le mie bambine, indossammo cappotti e sciarpe e ci unimmo alla folla eccitata e grata. Era arrivata una candelora e, fedele alle mie convinzioni religiose, feci il segno della croce e invitai anche le mie figlie a recitare una preghierina. Ma ecco che degli uomini muscolosi cominciarono a far dondolare la candelora a ritmo di trombe e tamburi e riconobbi tra quelle note una canzone che non era proprio una melodia religiosa: U surdatu ‘nnammuratu. Cercai di darmi un contegno e pensai che non dovevo essere troppo esigente e critica. Dovevo capire cosa stava succedendo. Ma più mi sforzavo di fare spazio alle mie convinzioni, più mi perdevo. Che c’entrava quella canzone con Sant’Agata?! Non capivo più nulla e cominciai a ridere fino alle lacrime. -Va bene- mi dissi- non si prega più! Abbandoniamo l’aria dimessa! Ora ci divertiamo!- Man mano mi lasciavo coinvolgere da quella simpatia gioiosa mentre osservavo le mie figlie che battevano il tempo con le mani. Era come se da quella annacata e da quella musica “strana” fosse scaturita una magia: la gente accorreva numerosa attorno alla torre variopinta e riccamente adornata e la musica sortiva da richiamo per i cittadini. Le note li allontanavano dai loro affari, dalle loro controversie e li tuffava in una dimensione dove la gioia, seppur scaturita dal ricordo di un sacrificio, diventava manifestazione di gratitudine infinita.

Imparai ad apprezzare la festa e l’amore che i catanesi nutrono anche per la Montagna che osserva, racconta e invita anche le nuvole a danzare e aggiunsi ancora un altro tassello al puzzle della mia vita.

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Amore

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L’Amore irride solo colui che non fu mai ferito da’ i suoi dardi. Che veggo? Qual luce scende da quel verone? Ah! l’Oriente è quello, e Giulietta  n’è il Sole! Sorgi, bel Sole, sorgi ed eclissa quest’invida Luna, che mal patisce che tu, vergine del suo culto, splenda più chiara di lei…..I due astri più belli del firmamento, chiamati ad illuminare altri mondi, pregarono gli occhi di lei ad assumere il posto loro. Ma se anche quegli occhi brillassero nell’etere celeste, lo splendore delle sue guance oscurerebbe tutte le altre stelle, come il raggio del sole rende pallidi i lumi del nostro emisfero. Oh! sì, se quelle luci fossero nel cielo, gli uccelli, ingannati dal chiarore che se ne diparte, canterebbero per tutta la notte, credendo salutare l’Aurora.

William Shakespeare, Romeo e Giulietta, ATTO II, SCENA II