Lettera al cuore mio

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Caro cuore mio,

come stai? Ti scrivo questa lettera….anzi con la presente… cosi si usava una volta: con la “presente”… perche’ una lettera trasformava tutto in presente, anche se “la presente” arrivava dopo un mese. Caro cuore mio, con la presente vorrei informarti che qui…. che qui… Qui dove?

Una volta, cuore mio, si scrivevano le lettere perche’ i cuori si incontrassero, perche’ le parole diventassero battelli dei sentimenti che mai dovevano essere dimenticati. Per questo ti scrivo questa lettera, perche’ ancora, cuore mio, desidero ascoltarti e non perdere il contatto con l’ amico mio pi`u caro. Ho saputo che ogni tanto sussulti, che ogni tanto ti perdi e ti senti confuso. Tranquillo, cuore mio, presto tornero’ e insieme salveremo il mondo, almeno quello in cui io e te abbiamo sempre voluto credere. No, non parlo dei buoni rapporti. Che illusione i buoni rapporti! Sono quelli che spengono la luce degli occhi per godere dei colori del mondo. Sai, qualcuno mi ha detto che sei diventato pi`u piccolo, pi`u cupo, pi`u triste. Ma come? E gli odori di un tempo passato che sentivamo arrivare come presagio di giornate piene di sole? E il rumore del vento e lo scroscio del mare? L’ odore della terra bagnata da una pioggia trasportata da nuvole grigie? E lo sciogliersi del sole al tramonto che racconta di come tutto poi torna, anche se avvolto dalla malinconia del ricordo?

Caro cuore mio, spero che la presente ti trovi bene, ti trovi a battere pi`u forte e gioioso di prima.

Ciao, cuore mio!

Tuo, Qualcuno

Fa caldo!

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Sole cocente, afa, umidità. Caldo. Devo uscire, bisogna sbrigare delle cose anche quando la pelle brucia e il sudore ti gonfia i piedi e te li macera di bolle. Un’ amica mi da’ un passaggio fino in paese, così  evito di aspettare la navetta che si porta appresso  l’ aria stanca e annoiata dei conducenti.

Prima tappa: ufficio postale. C’ è  un po’ di gente, non troppa. Ci sono delle persone anziane e una giovane signora che sembra un pistolero in tenuta estiva. Sa il fatto suo. Parla con voce sostenuta con la vecchietta seduta vicino a lei e con lo stesso vocione richiama i suoi due bambini, piccoli, uno legato ancora al passeggino. Era stata in Germania a lavorare ma poi era tornata in paese per seguire il suo uomo. Mi accorgo che la signora con atteggiamenti da Far West, tiene d’ occhio un anziano, anche lui sembra molto risoluto. Con una sigaretta spenta tra le labbra, rimane fermo allo sportello, mentre la cassiera faticosamente cerca di fare il suo lavoro, sopportando quella presenza incalzante.

– Avanti il prossimo!-

La giovane signora avanza: gambe larghe, una mano su un fianco, sguardo alto di sfida, bocca arricciata di lato pronta all’attacco.

-Si sposti! Vada via da qui! Mi da’ fastidio!-

-Io resto qui quanto mi pare!-

-Lei è  un maleducato! Vicino a me non la voglio mentre faccio le mie cose allo sportello!-

La pistolera aveva ragione ma con il vecchio non la spunta. La giovane donna completa la sua operazione, prende i suoi bambini e va via. Il vecchio prende posizione, inforca la sigaretta spenta tra le dita e inveisce contro la cassiera. Vuole prelevare 2500 euro dal suo conto. L’ impiegata gli spiega, inutilmente, che non può  perché deve mostrare la sua carta postale, lui ha solo un documento di riconoscimento. I toni si alzano, lui impreca contro tutti e chiama al telefono la guardia di finanza. Intanto la cassiera esce per strada e chiama i carabinieri che arrivano e riescono a farlo allontanare dallo sportello.  Uno di loro chiede di parlare con la direttrice mentre l’ altro, più  giovane, resta col vecchio che gli molla documento e carte varie per uscire a fumare la sua sigaretta. Fa caldo, molto caldo.

Finita l’avventura alla posta mi avviò verso la seconda tappa della mia passeggiata: farmacia. Noto che c’è una freccia all’entrata che indica ai clienti di fare la fila a sinistra rispetto all’ ingresso per dare la possibilità,  a chi ha finito, di uscire a destra. Tutti facevano la fila a destra.

-A sinistra! Dovete fare la fila a sinistra! C’è  una grossa freccia che ve lo indica!-

Sì,  però, entrando il bancone è  proprio di fronte e fa così  caldo per fare la fila a sinistra!

Esco da quest’ altro caos. Attraverso la piazza e mi dirigo verso il panificio dove fanno un pane molto buono, cotto in un bel forno a legna, come una volta. Peccato che ogni tanto la signora diventa nervosa per qualcosa (oggi poi fa così  caldo!) e scioglie, come cani con la bava alla bocca, parole e metafore di un vocabolario che tiene aggomitolato sullo stomaco, pronto all’uso nei momenti di emergenza. La signora ha i capelli neri corvini e stepposi, labbra piccole e strette nella morsa della sua rabbia incombente. Porta dei jeans alla moda, strappati lungo tutta la coscia e stretti alla caviglia. Sventola un ventaglio e lancia improperi contro il marito, incurante della gente che non sa i fatti suoi e quindi guai a chi pensa di giudicare.

Pago il mio filone profumato e croccante e scappo via. 

Fa caldo, sì, fa tanto caldo!

Space Oddity-Stranezza spaziale

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When David Bowie wrote and recorded Space Oddity in 1969, I wonder if he ever imagined it being played in orbit?

http://www.chrishadfield.ca/space-oddity

Nel 1968 Stanley Kubrick (1928-1999) consegna alle sale cinematografiche un grande film di fantascienza: 2001: Odissea nello spazio, un’intensa riflessione sulla natura umana, sulla sua evoluzione, la sua intelligenza messa a confronto con l’intelligenza artificiale, con il progresso.

L’anno dopo, a una settimana dalla missione spaziale  Apollo 11 che porta per la prima volta l’uomo sulla Luna, David Bowie effettua anche lui un lancio, discografico, con Space Oddity, “Stranezza Spaziale” e il maggiore Tom, che Bowie immagina fluttuante e perso nello spazio,

…catturo’ lo spirito del tempo dei voli spaziali…

Piergiorgio Odifreddi, IL SENSO DI DAVID BOWIE PER LA SCIENZA DELLE STELLE, su La Repubblica sabato 9 luglio 2016

Nel 2013, Chris Hadfield, astronauta canadese, imbraccia  la sua chitarra e realizza un video superbo dalla Stazione Spaziale Internazionale, laboratorio scientifico in orbita attorno alla Terra di cui è  comandante fino a quello stesso anno, sulle note di Space  Oddity.

Un brano semplice eppure così evocativo. Sembra che la mente voli su quei quarantatre tramonti che il piccolo principe di De Saint-Exupéry riusciva ad ammirare in un giorno spostando di un pochino la sua sedia e, investito da così tanta bellezza, sentire una profonda tristezza. Strano. Sembra di poter navigare in un involucro trasparente oltre quella siepe che

…da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Giacomo Leopardi, L’INFINITO.

e immaginare di andare sempre oltre, sempre più lontano fino a sentire di potere annegare in un infinito difficile da abbracciare eppure così vicino dato che dobbiamo solo immaginarlo. Strano.

Chissà se David Bowie quando scriveva Space Oddity poteva immaginare che il suo pezzo un giorno poteva essere cantato e suonato in orbita?

Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto cambia…

Antoine De Saint-Exupéry, IL PICCOLO PRINCIPE, Tascabili Bompiani, Milano, 2003, pag. 120

 


Cettina

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vucciria

Renato Guttuso, LA VUCCIRIA, 1974

-Buongiorno! Ecco le arancine calde calde! Dai mangiate!-

La nonna era scesa presto e da buona palermitana era andata a comprare le arancine per fare colazione.

-Nonna, noi prendiamo il latte la mattina-

-Mangia questa delizia del palato che ti viene il sorriso solo solo-

E sì, i palermitani, o almeno sua nonna e sua zia, erano così: festaioli a cominciare da cosa si mangiava al mattino.

 -Arancina, nonna? Hai sbagliato, si chiama arancino.-

-Senti, non mi fare arrabbiare cu sti parrati catanisi. Arancina si chiama perché è tonda e arancione come l’arancia. A Catania non le sanno fare- sentenziò la donna.

Arrivate a Palermo, Cettina e sua sorella furono travolte dall’affetto della nonna e della zia.

-Oggi si va a Mondello! Ma prima facciamo un giro in carrozza!-

Attraversarono via Roma sprizzando felicità da tutti i pori mentre il vento scompigliava i capelli e portava via ogni pensiero triste che si affacciava alla mente. Il cavallo sembrava un po’ anziano o forse era il caldo che lo faceva galoppare con fatica. Giunte nei pressi di piazza San Domenico, da dove arrivavano le voci del mercato della Vucciria, scesero dalla carrozza. Salutarono lo gnuri, il cocchiere, e a piedi proseguirono per via Bandiera e la percorsero tutta con il naso all’ in su, stupite dalla magnificenza di antichi palazzi nobiliari. Attraversarono via Maqueda e finalmente si trovarono immerse all’interno del mercato di Sant’Agostino, un tripudio di scarpe, calzini, abiti, stoffe dove entrava e usciva, come un venticello allegro, un forte e invitante odore di sfincione.

-Cavuru cavuru è!!!- gridava il venditore dal carretto trainato da un somarello stordito dalle grida del padrone e dall’odore.

-Sficione?! Ma è una pizza che odora di cipolla e formaggio! A Catania lo sfincione è fatto con il riso ed è fritto. E poi ha la forma di un bastoncino.-

-Ed è dolce, con lo zucchero spruzzato sopra!-

Le due sorelline erano curiose e divertite: una stessa parola indicava cose diverse se ci si spostava di qualche centinaio di chilometri in quella Sicilia bedda, come diceva la nonna.

-Arancino, arancina; sfincione. E’ storia, è tradizione. Le parole sono un poco come la porta della storia, delle tradizioni, del modo di fare della gente che nei secoli si è incontrata e ha imparato a vivere insieme. Apri una parola e ci trovi i greci, i normanni, gli arabi e prima ancora i siculi e i sicani. Vi racconto una cosa divertente: una volta è stato ospite da noi un ragazzo del messinese, un ragazzo semplice, figlio di contadini della provincia di Messina. Guardando una foto che si trovava su un mobile, ci chiese: -murù?- Noi, a Palermo, alla parola “murù” ne facciamo corrispondere tre: “me lo dai”. Quindi in uno slancio di cortesia lo invitammo a prendere quella foto, sembrava ci tenesse tanto! Continuammo in questo sforzo interpretativo fino a quando lui con un gesto della mano non ci fece capire che voleva sapere se la persona nella foto fosse morta! No! Incredibile! Tre parole per dire la stessa cosa! A distanza di qualche centinaio di chilometri! A Palermo diciamo “muriu”, per indicare qualcuno che è morto. A Catania, “mossi”, non è vero? Murù, muriu, mossi, cioè “è morto”-

Risero di cuore. Quella zia riusciva a farle divertire anche con cose che potevano sembrare noiose.

-Ora comunque prendiamo un bel pezzo di sfincione e ce lo portiamo per uno spuntino al mare.- disse la zia, ormai immersa nell’idea di realizzare una giornata fantastica.

E fantastico lo era stato davvero quel giorno: il mare, il sole, una passeggiata a Villa Favorita, la Palazzina cinese, il museo Pitrè e Palermo in tutto il suo splendore.

Quel giorno era trascorso come il soffio di vento di quella stagione che le aveva portate lì i primi giorni di luglio. Con la zia avevano visitato altri posti: erano andate a giocare al Foro Italico e una volta, c’era anche la nonna, erano andate a messa in cattedrale: bella, bellissima! Erano arrivate a piedi, attraversando via Maqueda fino al Cassaro, ai quattro canti, incrocio tra via Maqueda e via Vittorio Emanuele, U Cassaru, appunto. Il Duomo a Catania era immerso nella vita cittadina, la gente viveva quella grande struttura come una realtà giornaliera: il Duomo, l’Etna, l’elefantino di pietra lavica con l’obelisco, la pescheria, la fontana dell’Amenano. Tutto viveva ogni giorno insieme ai catanesi. La Cattedrale di Palermo sembrava vivere una vita a parte: sontuosamente ricca, antica e lontana nel tempo, sembrava di avvertire ancora l’odore e il fruscio di vestiti di dame e regine, le onorificenze di vescovi e re: faceva quasi soggezione. Finita la messa, avevano continuato la loro passeggiata attraverso il mercato del Papireto e poi su per piazza Indipendenza dove presero una carrozza per tornare a casa.

Il tempo della vacanza palermitana trascorreva veloce, allegro anche se a giorni gioiosi si alternavano notti insonni. Era proprio la notte che i fantasmi nascosti durante il giorno nella mente e nel cuore, legati dal desiderio di cacciarli per sempre e trovargli un posto, magari all’inferno, si liberavano dalle catene della gioia. Nella cameretta buia dove Cettina e sua sorella Rosetta dormivano insieme alla zia, si muovevano figure, sfrecciavano tormenti. Una notte sentì gridare sua sorella nel sonno. La zia la svegliò e la rassicurò. Il giorno dopo chiese alle nipoti della mamma, di papà e del fratello e, senza umiliarle con sentenze tristi e irritanti come il sale su una ferita, disse loro che tornate a casa dovevano impegnarsi a studiare. Presto avrebbe parlato con la loro mamma per farle rimanere per sempre  a Palermo. Lei si sarebbe presa cura di loro e così avrebbero potuto continuare gli studi con più serenità. Prese in disparte Cettina e le confidò di avere ricevuto una lettera da sua madre. Non le dava nessuna notizia di Mimmuzzo, il fratello di Cettina. Tra quelle righe dove le parole sembravano navigare impetuose, c’era qualcosa che riguardava proprio lei, Cettina, la sua vita, il suo ritorno a Catania.

-Vi raccomando, non lasciatevi trasportare dalla follia di vostro padre. Continuate ad andare a scuola e insistete sul vostro diritto di guardare al futuro con fiducia.-

Con queste parole le riaccompagnò alla stazione. La vacanza era finita. Salirono sul treno con le raccomandazioni della zia che pesavano come una promessa già non mantenuta. Un grido del capostazione e tutto si dileguò tra le colline dorate e arse dal sole di fine agosto.

 

 

Qualcosa di straordinario

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C’ e` che nella vita ti aspetti sempre che succeda qualcosa di straordinario. Allora costruisci pensieri positivi su un sorriso, una chiacchierata che hai desiderato da tempo. Aspetti un abbraccio o un segnale di affetto sincero. Ed ecco che sei fuori, non capisci niente, ti trovi spiazzato e travolto da giri di parole che pensi non erano poi cosi necessari se l’ affetto che provi e’ lo stesso che vorresti trovare nelle persone che hanno avuto un posto particolare nel tuo cuore. E cosi collezioni delusioni e tristezza e stai una vita ad aspettare che succeda qualcosa, qualcosa di straordinario. Che non arrivera’ mai.