Meraviglia

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Tutti gli uomini per natura tendono al sapere. Segno ne è l’amore per le sensazioni: infatti, essi amano le sensazioni per se stesse, anche indipendente dalla loro utilità, e, più di tutte amano la sensazione della vista. In effetti, non solo ai fini dell’azione, ma anche senza avere alcuna intenzione di agire, noi preferiamo il vedere, in certo senso, a tutte le altre sensazioni. E il motivo sta nel fatto che la vista ci fa conoscere più di tutte le altre sensazioni e ci rende manifeste numerose differenze fra le cose.

…………….

Che, poi, essa (la sapienza) non tenda a realizzare qualcosa, risulta chiaramente anche dalle affermazioni di coloro che per primi hanno coltivato filosofia. Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori; per esempio riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’ intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia.

Aristotele, LA METAFISICA, Capitolo Primo

E il mio Natale in blu è stato un’esplosione di meraviglia.

Aiu vistu lu munnu vutatu

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Potenza della lingua, potenza tutta siciliana, di fuoco, di rabbia ma anche di riconciliazione. Un video intenso.

Tu ca talii a mia

pensa a taliari a tia

lassami campari

nuddru mi po’ giudicari.

Tu ca talii a mia

pensa a taliari a tia,

lassami campari

chista è sulu na canzuni.

Calatili tutti li occhi

si vi truvati davanti li specchi

ca tuttu chiddu ca non si pò ammucciari

agghiorna comu la luci do suli.

Tira la petra cu è senza piccatu

‘un c’è cunnanna, ‘un c’è cunnannatu.

Aiu vistu lu munnu vutatu,

la pecura zoppa c’assicuta u lupu.

 

Tu che guardi me

pensa a guardare te,

lasciami vivere

nessuno mi può giudicare.

Tu che guardi me

pensa a guardare te,

lasciami vivere

questa è solo una canzone.

Abbassate tutti gli occhi

se vi trovate davanti agli specchi

che tutto quello che non si può nascondere

sorge come la luce del sole.

Tiri la pietra chi è senza peccato

non c’è condanna, non c’è condannato.

Ho visto il mondo al contrario,

la pecora zoppa che insegue il lupo.

 

‘Nto scurari

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‘Nto scurari, all’imbrunire.

‘Nto, nel dialetto siciliano, traduce la preposizione articolata nel: ‘nto puzzu-nel pozzo; ‘nto lettu-nel letto, indicando qualcosa che è dentro qualcos’altro. Quando ‘nto precede un verbo, assume il significato di mentre, avverbio temporale, per esprimere una proposizione temporale che, in dialetto, si presenta nella sua forma implicita: ‘nto lavari-mentre lavo, ‘nto cantari-mentre canto. ‘Nto scurari-mentre sta per arrivare la sera, all’imbrunire, quando il sole è già sceso dietro l’orizzonte, le nuvole si fanno belle per accogliere la luna, e l’animo, come una casetta dagli occhi di cielo, si immerge ‘nto silenzio della sera e libera pensieri, sogni, ricordi fatti di parole, frasi, immagini. Ci si trova immersi in un momento della giornata, mentre questo momento avviene.

C’è davvero una casetta dagli occhi di cielo a Santa Marina, comune dell’isola di Salina, nell’arcipelago eoliano, poggiata su una roccia bagnata dal mare. Mille e più onde l’avranno raggiunta e chissà quante storie potrebbe narrare. La casetta ha una porticina azzurra e due piccole finestrelle come occhi di cielo che scrutano il mare. In quel piccolo cubo di pietra è possibile immaginare che vadano a incontrarsi, ‘nto scurari, le lettere dell’alfabeto che si scambiano i posti all’interno delle parole, per costruire racconti che navigano leggeri sulle onde e tra le nuvole. Fantasia e realtà si incontrano e partoriscono scene e spezzoni di vita. Un po’ come in una notte dove i sogni si susseguono tra la veglia e il sonno e sembrano spruzzi di immagini, soffi di pensieri tra i quali spesso non ci si raccapezza. Eppure, ogni scena è intrisa di vita vissuta in una danza ondeggiante di sentimenti e emozioni portati dal mare.

La foglia

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Chissà  cosa penserebbe, se potesse pensare, una foglia caduta dal ramo più  bello che credeva di avere abitato e cominciasse uno strano viaggio spinta dal vento, ormai padrone assoluto della sua vita. Era stata bella e, radiosa, aveva rivolto la sua parte migliore al sole per contribuire a rendere rigoglioso e verde il suo ramo. Ah Pangloss! Quante bugie, quante storie su un mondo migliore di tanti altri!

Chissà in quali mari della mente, se potesse avere una mente, lancerebbe i suoi pensieri pesanti come pietre attraverso le quali non soffia più un alito di vita, per poi rifugiarsi in un angolo dove il vento non può  spingerla oltre e trovasse il TEMPO lì  ad aspettarla per pensare.

(Ci vuole tempo per pensare, ci vuole concentrazione per essere felici.)

E insieme al TEMPO, dalla sua postazione di semplice osservatrice dei fatti del mondo, cominciasse a notare come il mondo sia talmente appesantito di grovigli di parole spogliate del loro vero significato, di situazioni che hanno perso il loro nesso logico, di occhi che dicono quello che non sentono. Natura non facit saltus, ma in quel guazzabuglio che sembra diventato il mondo, notasse come si  fosse riusciti a sottovalutare passaggi importanti: dopo il bocciolo c’è  il fiore e poi il frutto.

Eppure qualcuno, improvvisandosi grande innovatore, fa grandi salti, bruciando le impalcature su cui poggia  la vita, tutta la vita.

Ci sono stati tempi in cui l’ uomo onnipotente ha voluto distruggere libri, organizzato roghi, spento idee, per cancellare cio’ che avrebbe potuto essere un pericolo per il predominio di un’ idea pazza di supremazia, credendo di non avere bisogno di storia, nutrendosi del poco che aveva seminato.

Ecco, quella foglia secca insieme al suo compagno, il TEMPO , arrivano a una conclusione: il MONDO, stanco e avvilito, si è messo in aspettativa, come quel lavoratore che, per far fronte a una sopravvenuta malattia, a un certo punto si astiene dal lavoro, aspettando che la sua situazione migliori per potere ripartire, per potere essere di nuovo efficiente.

La FOGLIA, il TEMPO, il MONDO. Dalla loro postazione si improvvisano mendicanti. No, non più  di speranze, tanto care a coloro che si colorano il viso di buone intenzioni; non più  di monete che servono a poco a chi si è  vestito di scuro.

– Avete un pizzico di allegria da darmi? Sapete, per vivere, per essere ogni tanto felice.-

– Avete un abbraccio forte da regalarmi? Sapete, per colmare la solitudine di chi ancora vuole pensare.-

Drappeggi invisibili

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-Ehi, ci sei? Sei tornata?-

-Si, sono qui…non so per quanto tempo ancora…-

-Raccontaci ancora qualcosa.-

-La mia mente è stanca, è confusa. Tante cose vulissi cuntari, ma a nuddu vogghiu fari mali*.-

-Dai, comincia.-

-Comincio da qui, da questo corridoio che segna la mia vita ogni mattina: dal balcone che si affaccia a nord, al balcone che si affaccia a sud. No, non è lunghissimo questo passaggio che ogni mattina offre alle mie gambe stanche la meraviglia del bagliore del sole che sorge e dipinge di rosa e arancione il mare a sud e la Montagna a nord. Avanti e indietro, da nord a sud assorbendo i colori del mondo, nutrendomi dello stupore di quegli attimi di pura bellezza avvolti in un silenzio magico e rispettoso. Poi basta, poi comincia il rumore del giorno: i colori seducenti svaniscono e inizia la solitudine del cuore.

Quando ero bambina c’erano tante cose che stuzzicavano la mia meraviglia. Di queste, molte  rimanevano lì sempre pronte a sollecitare il mio desiderio di poesia, di magia, di cuore di un mondo incantatore: il mare, il vento, il vociare festoso di mercati affollati. C’erano però alcune “cose” più intime, più chiacchierine a cui era dato poco tempo per raccontarsi. Apparivano, o meglio, facevano capolino da un cassetto dal fondo profondo cento anni e cominciavano a svelare immagini, situazioni, parole, come a voler lasciare un lembo di fantasia, una traccia della loro esistenza per poi sparire nel fondo dei loro cento anni senza dire più nulla. Avrò visto due o tre volte uno strumento da ricamo che mia madre custodiva gelosamente avvolto in un lenzuolo di lino. Era un tombolo appartenuto a una zia della mamma, una zia monaca dal caratterino vivace. Mia madre era una che amava il cunto e il canto e sopra il cilindro del tombolo e attorno ai tanti fuselli ricamava la storia della zia, monaca non certo per devozione, e delle suore di clausura del convento di Santa Caterina. L’antico convento sorgeva nel cuore del centro storico di Palermo, lì dove mia madre cresceva tra giochi e storie antiche. Seguendo la trama del ricamo sul tombolo, intesseva la storia di monache operose, tra queste la zia, e delle quali non si sapeva nulla se non che usavano una sorta di ruota per comunicare con la vita fuori dal convento. Su quella ruota passavano ricami per le spose, dolci prelibati e anche orfanelli, bimbi avvolti in fasce di cui le monache si prendevano cura. La zia era tosta, una specie di monaca di Monza, ma aveva appreso l’arte del ricamo a tombolo in maniera esemplare come a volere descrivere la bellezza di un mondo che le esplodeva dentro. Finito il cunto, il tombolo veniva riavvolto nel lenzuolo di lino e riposto nel cassetto dal fondo di cento anni, lasciando un drappo sempre visibile a chi di quel tombolo ne aveva ascoltato la storia.

Quante cose custodisce una casa! Drappeggi invisibili, appesi alle porte del cuore.

Di tanto in tanto mio padre prendeva una specie di fagotto nascosto su un alto scaffale, e lo apriva. Era un rito che si ripeteva a scadenze indefinite e con un pathos che coinvolgeva tutti noi in attesa di farci stupire dal misterioso fagotto. Io ero la figlia maggiore. Questa cosa di essere la figlia maggiore è stata sempre una immane fatica. E’ stato come vivere due vite contemporaneamente: da una parte la bimba che cresceva e dall’altra la consigliera, la mediatrice, quella che riusciva a placare gli animi ogni qual volta scoppiava (nel vero senso della parola) una lite tra i miei genitori. Mia madre diceva spesso che non ero mai stata piccola perché il mio ruolo non me lo permetteva. Una volta dismesse le mie competenze pacificatrici, non ero più la “grande” ( cosa che pensavo mi desse qualche privilegio), dovevo stare attenta a non atteggiarmi a sapientona, pena l’isolamento, da cui neanche mia madre mi poteva salvare.

Ma torniamo al fagotto. Abracadabra…l’oro di famiglia. L’anello di fidanzamento di mamma, quello di papà, orologi, collane, collanine, anellini e poi…qualcosa uscita fuori da una storia antica di migrazione, amore, sofferenza, riscatto: un paio di occhiali da vista dalla montatura dorata, di metallo sottile, essenziale, con lenti rotonde di quelle che indossavano i maestri alteri di certi sceneggiati in bianco e nero. C’era anche una collana di pietre rosse, bigiotteria americana che raccontava di traversate sull’oceano, di una bimba cresciuta a New York e che, tornata al suo paese in Sicilia, si sposava, dava alla luce una nidiata di bambini e moriva qualche giorno prima di tornare in America. Io ero la grande e il mio nome fu il nome di quella nonna sfortunata, per segnare un ricordo, un dolore, una tenerezza negata. Abracadabra…il fagotto si richiudeva lasciandomi a vagare con la mente come una fata tra sogni belli e meno belli, per sempre, per ogni anno della mia vita.

 

PASSEGGERE. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatto io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

VENDITORE. Lo credo codesto.

PASSEGGERE. Nè anche voi tornereste indietro con questo fatto, non potendo in altro modo?

VENDITORE. Signor no davvero, non tornerei.

PASSEGGERE.Oh che vita vorreste voi dunque?

VENDITORE. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

PASSEGGERE. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

VENDITORE. Appunto.

Giacomo Leopardi, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere.

 

Buon anno a tutti, al sole che sorge al mattino senza far patti con il cielo, le nuvole e il vento, che incontra e basta e insieme a loro ci regala un giorno nuovo, e poi un altro, e poi un altro ancora.

∗Tante cose vorrei raccontare,ma a nessuno voglio fare male.

La grande biblioteca del mondo

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Ombre fluttuano tra mare e cielo e questo spaccato di mondo mi investe e mi porta lontano nel tempo.

” Se vedessimo davvero l’universo, forse lo capiremmo”¹.

Forse riusciremmo a leggere, uno alla volta, i volumi nascosti nella grande biblioteca del mondo. Nel labirinto infinito del sempre, del mai, di oggi, di ieri, potremmo sentire il desiderio più vero: riuscire a provare ad immergersi nei colori di un mare puntellato dagli ultimi raggi del sole, mentre il vento dipinge, sulla volta celeste, nuvole bianche, come anime belle che leggere attraversano la grande biblioteca del mondo, lasciando scivolare emozioni e sentimenti che trovano dimora su pagine aperte e fogli di cielo, dove c’è spazio per ogni pensiero.

” Se vedessimo davvero l’universo…”², non avremmo bisogno di stupide guerre, di silenzi rabbiosi, di chiudere il cuore alla bellezza di tanto colore. Forse potremmo riempire di cielo un cesto di canne intrecciate e portarlo con noi per leggere le parole stampate sulle nuvole bianche e, quando finito, lasciarle volare via perché ogni cosa deve avere il suo posto, la sua casa, il suo odore. Perché… ogni cosa deve aprirsi alla gioia di dire e di dare, così tutti possiamo ascoltare e vedere il grande concerto di un universo che suona. Se solo riuscissimo ad ascoltare.

¹Jorge Luis Borges, Il libro di sabbia
²Ibid

Al di là dei sogni

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Scena tratta dal film AL DI Là DEI SOGNI del 1998, interpretato da Robin Williams

Si viaggia in nave, in treno, in aereo. Si viaggia per lavoro, per piacere, per raggiungere luoghi della speranza. Ci sono poi viaggi immaginari dove ci si vorrebbe catapultare chiudendo semplicemente gli occhi e trovarsi su un atollo sperduto nell’oceano; o tra sequoie secolari accolti da gnomi festosi; oppure in città lontane dove, secondo antiche tradizioni, offrono, a viaggiatori sperduti, fantastici pranzi e antichi giacigli.   Ma quando il sonno diventa padrone del corpo che si abbandona alle lusinghe di Morfeo,  inizia uno dei viaggi più difficoltosi,  attraverso le immagini registrate dalla mente in tutti i giorni della vita, diventando, spesso, spettatori di sé stessi.

-Allora, vediamo…di quali colori ti sei macchiato? Ecco! Trovato! Stanotte sei verde e blu!-

-Sì. Vediamo anche quali parole hanno inciso nel tuo cuore le persone che hai incontrato nei giorni della tua vita-

-Ma guarda quanta gente! Quanti volti!-

Neuroni elettrizzati e frenetici cominciano a rovistare tra i lobi della mente e, raccogli qua e togli là, cominciano a costruire storie che corrono lungo pellicole più o meno brevi, più o meno rassicuranti. Immagini, suoni, volti, parole si susseguono, si incontrano e poi si sciolgono, si appiattiscono come onde sulla battigia. Al risveglio, sembra di essere su una spiaggia, da soli, a cercare di recuperare ciò che durante il sonno ci ha fatti spettatori di noi stessi, alle prese con situazioni irreali o verosimili.

Poi ci sono i viaggi più tristi, quelli della nostalgia, degli abbracci perduti, dei sorrisi che hanno colorato la vita di gioia. Ci si imbarca sulla nave della memoria e si attraversano le nuvole del ricordo, in silenzio, per andare oltre i sogni, per superare l’immaginazione e sentire attraverso l’aria che si respira un mondo che esiste ancora, scolpito nel cuore.