‘Nto scurari

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‘Nto scurari, all’imbrunire.

‘Nto, nel dialetto siciliano, traduce la preposizione articolata nel: ‘nto puzzu-nel pozzo; ‘nto lettu-nel letto, indicando qualcosa che è dentro qualcos’altro. Quando ‘nto precede un verbo, assume il significato di mentre, avverbio temporale, per esprimere una proposizione temporale che, in dialetto, si presenta nella sua forma implicita: ‘nto lavari-mentre lavo, ‘nto cantari-mentre canto. ‘Nto scurari-mentre sta per arrivare la sera, all’imbrunire, quando il sole è già sceso dietro l’orizzonte, le nuvole si fanno belle per accogliere la luna, e l’animo, come una casetta dagli occhi di cielo, si immerge ‘nto silenzio della sera e libera pensieri, sogni, ricordi fatti di parole, frasi, immagini. Ci si trova immersi in un momento della giornata, mentre questo momento avviene.

C’è davvero una casetta dagli occhi di cielo a Santa Marina, comune dell’isola di Salina, nell’arcipelago eoliano, poggiata su una roccia bagnata dal mare. Mille e più onde l’avranno raggiunta e chissà quante storie potrebbe narrare. La casetta ha una porticina azzurra e due piccole finestrelle come occhi di cielo che scrutano il mare. In quel piccolo cubo di pietra è possibile immaginare che vadano a incontrarsi, ‘nto scurari, le lettere dell’alfabeto che si scambiano i posti all’interno delle parole, per costruire racconti che navigano leggeri sulle onde e tra le nuvole. Fantasia e realtà si incontrano e partoriscono scene e spezzoni di vita. Un po’ come in una notte dove i sogni si susseguono tra la veglia e il sonno e sembrano spruzzi di immagini, soffi di pensieri tra i quali spesso non ci si raccapezza. Eppure, ogni scena è intrisa di vita vissuta in una danza ondeggiante di sentimenti e emozioni portati dal mare.

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Arrivava la sera, leggera, silenziosa, magica, accompagnata da un soffio di vento. Tutto si era compiuto: le voci, i colori, i suoni, i racconti della gente, la luce, le ombre. Un’altra pagina della storia dell’ isola era stata scritta. Era tempo di voltare pagina e dare spazio a nuove parole, a nuova meraviglia. -Dove correte?- chiedeva la sera a dodici letterine che svolazzavano veloci sulla battigia. -Avete paura? Di cosa? Del mare?- -Il mare siamo noi…siamo noi…- e intanto il vento accompagnava la leggerezza di quel volo simile a quello dei petali di un bouganville che maestoso ornava case bianche e luminosi terrazzi. La voce incalzava, voleva sapere. -Dove andate? Che gioco è il vostro? -Ci aspetta…Ci aspetta la casa dagli occhi di cielo!- Quando arrivava la sera, la casa accoglieva le dodici lettere e le combinava in varia maniera perché formassero parole che descrivessero la vita, la gioia, il dolore. Così cominciava. MARE – MITO- MORTE- MARE ENTRARE – ETERE – ERRATO DENARO – DARE – DIRE – DOTE IDEA – ITER – IRA TERRA – TRADIRE -TEMERE- TENERO ERA – ERMETE REMO – RAMO – RETE …… Continuava fino ad ottenere dodici gruppi di parole. Dodici, come le fatiche di Ercole, i mesi dell’anno, gli apostoli e le dodici porte della Gerusalemme Celeste. Un’ onda sceglieva per lei una di quelle parole che per tutta la notte danzava e cantava e, infine, raccontava. MORTE: l’ ho vista arrivare e riempire un sacco di petali spenti. Lo consegnò alla Memoria e iniziò a disegnare una curva di arrivo. E poi si portò via il sospiro. E ogni parola aveva il suo tempo narrante, per tutta la notte. Arrivava poi l’alba: il vento fermava il suo soffio, stupito da tanta bellezza e la casa dagli occhi di cielo apriva la porta, consegnava le lettere al mare e attendeva di nuovo la sera.

La foglia

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Chissà  cosa penserebbe, se potesse pensare, una foglia caduta dal ramo più  bello che credeva di avere abitato e cominciasse uno strano viaggio spinta dal vento, ormai padrone assoluto della sua vita. Era stata bella e, radiosa, aveva rivolto la sua parte migliore al sole per contribuire a rendere rigoglioso e verde il suo ramo. Ah Pangloss! Quante bugie, quante storie su un mondo migliore di tanti altri!

Chissà in quali mari della mente, se potesse avere una mente, lancerebbe i suoi pensieri pesanti come pietre attraverso le quali non soffia più un alito di vita, per poi rifugiarsi in un angolo dove il vento non può  spingerla oltre e trovasse il TEMPO lì  ad aspettarla per pensare.

(Ci vuole tempo per pensare, ci vuole concentrazione per essere felici.)

E insieme al TEMPO, dalla sua postazione di semplice osservatrice dei fatti del mondo, cominciasse a notare come il mondo sia talmente appesantito di grovigli di parole spogliate del loro vero significato, di situazioni che hanno perso il loro nesso logico, di occhi che dicono quello che non sentono. Natura non facit saltus, ma in quel guazzabuglio che sembra diventato il mondo, notasse come si  fosse riusciti a sottovalutare passaggi importanti: dopo il bocciolo c’è  il fiore e poi il frutto.

Eppure qualcuno, improvvisandosi grande innovatore, fa grandi salti, bruciando le impalcature su cui poggia  la vita, tutta la vita.

Ci sono stati tempi in cui l’ uomo onnipotente ha voluto distruggere libri, organizzato roghi, spento idee, per cancellare cio’ che avrebbe potuto essere un pericolo per il predominio di un’ idea pazza di supremazia, credendo di non avere bisogno di storia, nutrendosi del poco che aveva seminato.

Ecco, quella foglia secca insieme al suo compagno, il TEMPO , arrivano a una conclusione: il MONDO, stanco e avvilito, si è messo in aspettativa, come quel lavoratore che, per far fronte a una sopravvenuta malattia, a un certo punto si astiene dal lavoro, aspettando che la sua situazione migliori per potere ripartire, per potere essere di nuovo efficiente.

La FOGLIA, il TEMPO, il MONDO. Dalla loro postazione si improvvisano mendicanti. No, non più  di speranze, tanto care a coloro che si colorano il viso di buone intenzioni; non più  di monete che servono a poco a chi si è  vestito di scuro.

– Avete un pizzico di allegria da darmi? Sapete, per vivere, per essere ogni tanto felice.-

– Avete un abbraccio forte da regalarmi? Sapete, per colmare la solitudine di chi ancora vuole pensare.-

La grande biblioteca del mondo

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Ombre fluttuano tra mare e cielo e questo spaccato di mondo mi investe e mi porta lontano nel tempo.

” Se vedessimo davvero l’universo, forse lo capiremmo”¹.

Forse riusciremmo a leggere, uno alla volta, i volumi nascosti nella grande biblioteca del mondo. Nel labirinto infinito del sempre, del mai, di oggi, di ieri, potremmo sentire il desiderio più vero: riuscire a provare ad immergersi nei colori di un mare puntellato dagli ultimi raggi del sole, mentre il vento dipinge, sulla volta celeste, nuvole bianche, come anime belle che leggere attraversano la grande biblioteca del mondo, lasciando scivolare emozioni e sentimenti che trovano dimora su pagine aperte e fogli di cielo, dove c’è spazio per ogni pensiero.

” Se vedessimo davvero l’universo…”², non avremmo bisogno di stupide guerre, di silenzi rabbiosi, di chiudere il cuore alla bellezza di tanto colore. Forse potremmo riempire di cielo un cesto di canne intrecciate e portarlo con noi per leggere le parole stampate sulle nuvole bianche e, quando finito, lasciarle volare via perché ogni cosa deve avere il suo posto, la sua casa, il suo odore. Perché… ogni cosa deve aprirsi alla gioia di dire e di dare, così tutti possiamo ascoltare e vedere il grande concerto di un universo che suona. Se solo riuscissimo ad ascoltare.

¹Jorge Luis Borges, Il libro di sabbia
²Ibid

Al di là dei sogni

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Scena tratta dal film AL DI Là DEI SOGNI del 1998, interpretato da Robin Williams

Si viaggia in nave, in treno, in aereo. Si viaggia per lavoro, per piacere, per raggiungere luoghi della speranza. Ci sono poi viaggi immaginari dove ci si vorrebbe catapultare chiudendo semplicemente gli occhi e trovarsi su un atollo sperduto nell’oceano; o tra sequoie secolari accolti da gnomi festosi; oppure in città lontane dove, secondo antiche tradizioni, offrono, a viaggiatori sperduti, fantastici pranzi e antichi giacigli.   Ma quando il sonno diventa padrone del corpo che si abbandona alle lusinghe di Morfeo,  inizia uno dei viaggi più difficoltosi,  attraverso le immagini registrate dalla mente in tutti i giorni della vita, diventando, spesso, spettatori di sé stessi.

-Allora, vediamo…di quali colori ti sei macchiato? Ecco! Trovato! Stanotte sei verde e blu!-

-Sì. Vediamo anche quali parole hanno inciso nel tuo cuore le persone che hai incontrato nei giorni della tua vita-

-Ma guarda quanta gente! Quanti volti!-

Neuroni elettrizzati e frenetici cominciano a rovistare tra i lobi della mente e, raccogli qua e togli là, cominciano a costruire storie che corrono lungo pellicole più o meno brevi, più o meno rassicuranti. Immagini, suoni, volti, parole si susseguono, si incontrano e poi si sciolgono, si appiattiscono come onde sulla battigia. Al risveglio, sembra di essere su una spiaggia, da soli, a cercare di recuperare ciò che durante il sonno ci ha fatti spettatori di noi stessi, alle prese con situazioni irreali o verosimili.

Poi ci sono i viaggi più tristi, quelli della nostalgia, degli abbracci perduti, dei sorrisi che hanno colorato la vita di gioia. Ci si imbarca sulla nave della memoria e si attraversano le nuvole del ricordo, in silenzio, per andare oltre i sogni, per superare l’immaginazione e sentire attraverso l’aria che si respira un mondo che esiste ancora, scolpito nel cuore.

Enimmi

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Salina-roccia sul mare di Pollara vista dal monte dei Porri

La bellezza: che terribile e orribile cosa! Tremenda perché impossibile a definirsi: e definire non si può, perché Iddio non ci ha proposto che enimmi! Lì gli opposti si toccano, lì tutte le cose vivono insieme. Io, fratello, son tutt’ altro che colto, ma ho molto riflettuto su questo. È terribile quanti misteri! Troppi enimmi opprimono l’ uomo su questa terra. Risolvili come puoi, e cavati fuori asciutto dall’acqua. La bellezza!

Il terribile è che la bellezza non è soltanto una cosa tremenda, ma anche misteriosa. Qui il diavolo lotta con Dio, e il campo di battaglia sono i cuori degli uomini.

Fiodor Dostoevskij, I FRATELLI KARAMAZOV

Buona Pasqua

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Ti prego, Signore,
Fa che io gusti attraverso l’ amore
Quello che gusto attraverso la conoscenza.
Fammi sentire attraverso l’ affetto
Cio’ che sento attraverso l’ intelletto.
Tutto cio’ che e` Tuo per condizione
Fa’ che sia Tuo per amore.
Attirami tutto al Tuo amore.
Fa’ Tu, o Cristo,
Quello che il mio cuore non puo’
Tu che mi fai chiedere, concedimi!

Preghiera di sant’ Anselmo

Ballarò

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BALLARO

Antonello Blandi, Ballarò

Nel 2016, Antonello Blandi, grafico e designer palermitano, diede un’originale rappresentazione del mercato storico di Ballarò. Nel quadro, personaggi famosi dello spettacolo, della politica o delle “sfere alte” della Palermo bene, sono trasformati in abbanniatori¹, mentre Andrea Camilleri, da uno dei balconi ai piedi della cupola della chiesa del Carmine, osserva e scruta la folla.

Cominciai la mia avventura scolastica a Palermo proprio nei pressi del mercato storico di Ballarò, cuore pulsante di un quartiere normanno il cui nome, Albergheria, indica una terra a mezzogiorno, illuminata da un sole raggiante, e deriva da Albahar, nome con cui i saraceni chiamarono “mare” quel lago così grande e vasto dentro la città, probabilmente formato dall’incontro di due fiumi, il Papireto e il Kemonia, ricco di pesci e circondato da un muro adorno di barchette d’oro e d’argento. Il mercato era allora frequentato da mercanti arabi che da Bahlara, villaggio nei pressi di Monreale, popolavano ogni giorno il quartiere dell’ Albergheria per vendere, comprare, litigare e scendere a patti.

Quanto basta per immaginarsi in una storia da Mille e una notte.

In una delle case dell’antico rione nacque Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro come si fece chiamare in seguito. Figlio di un mercante di stoffe, fu alchimista, mago, avventuriero, falsario, guaritore e, durante il secolo dei lumi, trascorse la sua vita girovagando in lungo e in largo per le corti di tutta Europa. La sua vita e la sua morte sono avvolte dal mistero e, secondo una leggenda popolare che circolava tra le vie del quartiere dell’ Albergheria, il suo corpo era arrivato in Sicilia e sepolto in una nicchia delle catacombe dei Cappuccini a Palermo.

Andavo e tornavo da scuola attraversando voci, colori, misteri conditi da profumi di una tradizione che resisteva al tempo. Bancarelle cariche di frutta, verdure, spezie e aromi si alternavano a quelle del pesce, della carne, delle olive, delle conserve, del pane e poi, tra la baraonda di parole gridate che saltellavano scoppiettanti tra la merce esposta, se ne sentiva qualcuna che, attraversando il mercato con flemma indicibile, portava con sé un odore forte, come di pizza riccamente condita.

-Cavuru, cavuru è!²-

Ma come? Faceva già caldo! Un uomo trainava a mano il suo carretto e ignaro del trascorrere delle stagioni, attirava la gente con la sua voce e il forte profumo di focaccia, salsa di pomodoro, cipolla, formaggio, mollica attraversava le narici e inebriava la mente tanto che, anche in estate, lo sfincione si preferiva al cono gelato.

E poi panelle e crocchette di patate gialle come il sole e panini con la milza cotta nella sugna bollente come la terra di mezzogiorno… lanciavano il loro invito da bottegucce affollate di gente, che ogni giorno transitava per il mercato di Ballarò.

-Che mangiamo stasera?-

-Niente, vai a Ballarò e prendi quattro panini con panelle e crocchè.-

E quel niente si condiva di forti sapori e intensi profumi.

¹Urlatori
²-Caldo, caldo, è!