Se una sera all’orizzonte

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Se una sera, all’orizzonte,

potessi sedermi accanto al sole

che lentamente affonda i suoi colori nel mare,

e potessi chiedergli di farmi compagnia

mentre aspetto che un’emozione abbocchi

e lentamente parli…

Se una sera all’orizzonte

riuscissi a dialogare con il vento

e ascoltare i suoi soffi

furibondi o lievi,

veri e confidenti…

Se una sera all’orizzonte

riuscissi a lanciare l’amo,

una volta lontano, una volta vicino

e pescare parole per raccontare

quello che non so dire….

Allora avrò fatto un sogno

dove desidererò rimanere.

 

Il mondo dentro e fuori di noi

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Se l’occhio non si esercita, non vede,

se la pelle non tocca, non sa,

se l’uomo non immagina, si spegne.

…….

C’è pure chi educa, senza nascondere

l’assurdo ch’é nel mondo, aperto ad ogni

sviluppo ma cercando

d’esser franco all’altro come a sé

sognando gli altri come ora sono:

Ciascuno cresce solo se sognato.

……

Rivoluzione è curare il curabile

profondamente e presto,

è rendere ciascuno responsabile.

………

DANILO DOLCE, da IL LIMONE LUNARE

 

Jonathan

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…Il Gabbiano Jonathan scoprì che la noia e la paura e la rabbia sono le ragioni per cui una vita gabbiana è così breve ,  e quando quelle furono svanite dai suoi pensieri visse una vita lunga e bella.

…«Tutto il vostro corpo, dalla punta di un’ala all’altra» diceva ancora Jonathan, « non è altro che il vostro pensiero stesso in forma visibile. Spezzate le catene del pensiero e spezzerete anche le catene del corpo…»

…Volò con loro attraverso notti, nubi e tempeste,  per il gusto di farlo, mentre lo Stormo restava accoccolato al suolo nella sua miseria.

Un reietto alla conquista di sé stesso.

Contrappunto natalizio

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little

Vieni mi dissero,pa-ram-pam-pam-pam

a vedere un re neonato

………..

Ogni bambino dovrebbe nascere

per prendersi cura del suo prossimo

per offrire tutto l’amore che ha

Questi alcuni passi della canzone che Bing Crosby e David Bowie intonarono in occasione del Merrie Olde Christmass TV Special del 1977. Il crooner americano, nonchè attore di grande successo negli anni ’50 del secolo scorso, aveva cominciato nel 1936 a trasmettere alla radio un programma di musica e canzoni dedicate al Natale, che più tardi si intitolò A Christmas Sing with Bing. Nel 1957 Frank Sinatra diresse e filmò a colori il programma di Crosby, firmando così il primo Special natalizio di Bing Crosby. L’ ABC iniziò a trasmettere a colori nel 1962 e da allora, anno dopo anno, il Merry Olde Christmass TV Special, ospitava personaggi dello spettacolo per offrire al pubblico melodie e atmosfere natalizie in tono familiare e confidenziale. Quell’anno, il 1977, si pensò di registrare lo Special negli Elstree Studios, appena fuori Londra, e si pensò di invitare, tra gli altri, David Bowie. Sembra che il cantautore inglese abbia accettato solo perchè la madre era una fan di Crosby: il suo glam-rock strideva con le tranquille e melodiche note di Bing. Ziggy Stardust, mostrò subito il suo disappunto quando gli proposero di cantare Little drummer boy, canzone natalizia scritta nel 1941. I produttori, allora, mandarono in onda il video dell’ultimo singolo del Duca Bianco, Heroes, e scrissero Peace on earth in brevissimo tempo. Peace on earth, cantata da Bowie, come contrappunto a Little drummer boy, cantata da Crosby, fu un vero successo. Le due voci si intrecciarono come fili dorati di un magico Natale carico di speranza per un mondo dove i bambini devono credere nella pace e nello stupore di un mondo fatto di amore.

Portiamo i regali più belli, pa-ram-pam-pam-pam

……..

Può esserci pace sulla terra?

Il Merry Olde Christmas TV Special del 1977 fu l’ultimo di Bing Crosby che, un mese dopo la registrazione del bellissimo video con David Bowie, morì.

 

 

 

http://www.opencultura.com/2014/12/david-bowie-bing-crosby-sing-the-little-drummer-boy-1977/
http://www.lyricstranslate.com/little-drummer-boy-peace-earth-piccolo-tam-pace-sulla-terra
Speciale Natale di Bing Crosby- Museo Internet Bing Crosby-www.stevenlewis.info

Il respiro di un luogo

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Di un luogo se ne può sempre sentire il respiro, anche se si è lontani, soprattutto se quel respiro ti è entrato dentro e circola costantemente e per sempre nei tuoi pensieri. Di un luogo puoi ascoltare tante voci quante ne sei capace di trovare, aprendo le porte della sua storia.

Si apre una porta. Ci sono dei bambini, giocano a iadduzzu, a galletto.

Spinni tu e spinnu iò

E’ già Natale e la magia di cristalli di zucchero attaccati ai grappoli di uva passa, fa scintillare gli occhi dei bambini. A settembre gli uomini avevano provveduto al lavaggio con acqua di mare di cannizzi, cuofini e botti. Avevano portato tutto giù al molo e alzando su le maniche delle camicie e i gambali dei pantaloni, erano entrati anche loro in acqua. C’era stata la vendemmia e poi la pigiatura dell’uva da vino, e la paziente operazione di essiccamento dell’uva malvasia stesa al sole sui cannizzi. Una volta raccolta tutta l’uva, la signora Elena aveva riempito d’acqua una grande quadara, un grande pentolone di alluminio, per preparare la liscia, una sorta di sciroppo dove al posto dello zucchero si faceva sciogliere nell’acqua la cenere di tralci di uva che la signora era solita fare bollire per 36 ore. Trascorso quel lungo bollore, si era munita di una grossa schiumarola dal manico lungo e, sistemati nell’utensile i grappoli di minnilottina, uva prelibata, li aveva immersi nella liscia bollente. Quando i chicchi dell’uva cominciavano ad aprirsi, comare Elena aveva tirato fuori i grappoli che con delicatezza dovevano essere sistemati sui cannizzi. Bisognava rigirali tante volte nel corso dei giorni che servivano perché tutti i chicchi fossero raggiunti dal sole e diventassero scuri. Poi erano pronti per essere conservati in un panno di cotone bianco come la neve e riposti nella credenza fino a Natale. Questo periodo di incubazione avrebbe creato la magia degli zuccherini.

Spinni tu e spinnu iò

e chi spenna l’ultimo chicco di uva brillante di zucchero, paga il pegno.

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Lì, un faro sta di sentinella a un laghetto dove si produceva il sale che un tempo portò tanta ricchezza ai mercanti dell’isola di Salina. Si apre ancora una porta. C’é festa, la gente è allegra e sventola una bandiera. E’ il primo di maggio del 1918. Autorità civili e militari insieme ai cittadini della piccola ma popolata frazione di Lingua, inaugurano l’Ufficio Postale, voluto dal Cav. Giovanni A. Giuffre’. Rosina Lo Schiavo sarà la direttrice e le succederà Ersilia Grazia Dydime, figlia del notaio Domenico Giuffre’, primo sindaco di Santa Marina. Dydime, gemella. Didyme, altro nome di Salina che mostra due monti gemelli come il seno prosperoso di una donna che guarda la sorella Filicudi che, distesa su un letto azzurro, dialoga con il sole che alla sera le si avvicina sfolgorante di luce e colori.  Gli racconta la storia infinita di una madre in attesa del figlio che dentro di lei forgia la sua vita.  E poi, Lipari, come una vecchia signora, una nonna di un tempo, una zia come quelle che una volta esistevano, guarda tutte le sorelle che indaffarate si prendono cura del tempo di quello splendido specchio di acqua.

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A Salina c’è festa. Lo zio Bartuluzzo, quel signore con la bandiera in mano, è vedovo da tre anni e ha quattro bambini accuditi dalla zia Rosina, che fa da mamma a tutti. Quel bimbo vestito di nero è Nino, Nino Lo Schiavo, che da grande sarà direttore del periodico Avvenire Eoliano, dal 1927 al 1929, e più tardi riavvierà il commercio della malvasia, dopo il disastro della fillossera. Dietro di lui, Ersilia Grazia Dydime Giuffre’, fiera, come Dydime, come Salina.

 

 

 

Ringrazio Antonio Alizzi e il professore Angelo Cervellera per la loro disponibiltà.

Cusciuta, cusciulera, cusciuliari

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monet

Cusciuta, era cusciuta!

Cusciulera, vo diri?

Cusciuta o cusciulera, sempre a cusciuliari era!¹

Camminava, correva. Andava al mare e poi in montagna. Distribuiva sorrisi e afferrava esperienze. Tornava a casa quando era sazia di sguardi, di parole nuove da usare, di pensieri gioiosi da sognare. Cusciuta, era cusciuta. Sì, una volta. Le piaceva cusciuliari, imbarcarsi sulle sue cosce e andare in giro ad ascoltare voci che avevano sempre tanto da raccontare.

-Irù, portaci u pani o zu Vanni- e lei partiva e portava una pagnotta a un vecchio cieco che da solo viveva in una stanza che si affacciava su una grande terrazza; che dominava tutto il paese; che era attraversato sempre dall’odore del mare; che ascoltava la voce imponente del vento; che….arrivava alla pelle e alla mente di quel malandato vecchio che di nulla aveva bisogno, se non di un pezzo di pane e un bicchiere di vino, dove ammorbidire il profumo del grano, e sentire l’ odore che lo portava tra i filari delle viti con pampini enormi e nelle cantine odorose di mosto.

-Zu Vanni, qua c’è il pane.- Lui sorrideva e Irù raccoglieva quel sorriso sdentato e se lo portava a cusciuliari. Poi tornava a casa e su dei fogli scriveva parole su parole, descrivendo storie e sensazioni, segnando ricordi e emozioni. Giorno dopo giorno.

Cusciuta, era cusciuta! Sì, una volta. Poi, chissà come fu, quei fogli si trasformarono in un corpo mostruoso che vegliava notte e giorno su di lei e tenevano la sua mente stretta dentro un guscio terribile come una caverna dove non c’erano sorrisi, ma sguardi arrabbiati; e non c’erano parole, ma grida intrecciate e confuse; e non c’erano strade dove andare a cusciuliari. Tutto era buio. In quel buio, arrivava di tanto in tanto un soffio di vento che le attraversava i piedi. E lei camminava. Con il vento ai piedi, arrivava lì dove erbe selvatiche crescevano libere al limitare di una falesia, facendo da cornice alla bellezza infinita del mare. Succedeva allora che sentiva il cuore gonfiarsi di malinconia, di grande nostalgia per quel mare a cui desiderava consegnare la sua vita. Cosa ne era stato di quella vita? Cosa ne era stato di quel suo cusciuliare in lungo e in largo, credendo che era gioia per sé e per gli altri incontrarsi? In cosa aveva creduto se non esisteva più niente di quello di ciò che era stata e voleva essere? Girò piano lo sguardo come per vedere se il mare avesse qualcosa da dirle. Vide onde che guizzavano allegre e nuvole bianche che vagavano lente aspettando che il vento dirigesse sicuro la musica del mondo.

Girò ancora lo sguardo e vide un velo di pioggia bianchissima come neve che faceva da tenda a un variopinto arcobaleno, che emergeva da un cerchio salato per poi nascondersi dietro il sipario di acqua di cielo.

…e Ares le dette i cavalli dai frontali d’oro:

lei montò sopra il cocchio, disperata in cuor suo,

accanto le saliva Iris e prendeva in mano le briglie,

frustò alla corsa e quelli, non contro voglia, presero il volo.

Subito poi raggiunsero la sede degli dei, l’Olimpo scosceso;

qui fermò i cavalli Iris veloce, che ha nei piedi il vento,

li sciolse dal carro e a loro gettò foraggio immortale;

intanto la divina Afrodite s’abbandonava in grembo a Dione,

sua madre; e lei strinse tra le braccia la figlia sua,

l’accarezzò con la mano, articolò la voce e disse:

«Chi ti ha fatto una cosa così, figlia mia, tra i Celesti,

senza ragione, quasi avessi fatto del male sotto i suoi occhi?»

Le rispondeva allora Afrodite che ama il sorriso:

«Il figlio di Tideo m’ha ferito, il tracotante Diomede,

perché io il figlio mio volevo sottrarre alla guerra,

Enea, che fra tutti mi è di molto il più caro.

Ormai la battaglia crudele non è più tra Troiani ed Achei,

ma anche agli immortali adesso i Danai fanno la guerra».

Omero, Iliade, libro V, 363-380

Iris, che ha nei piedi il vento, percorse tutti i colori dell’arcobaleno e sparì dietro la tenda di acqua di cielo dove le nuvole, cusciute, seguivano il vento.

 

¹Cusciuta, nel dialetto palermitano indica chi va spesso in giro per le strade. Cusciulera è il termine usato nell’agrigentino per dire la stessa cosa. Cusciuliari ne è il verbo.

Fatto

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Lingua-Salina

1967

Ecco, mettetevi tutti davanti la panchina. Tu fai la spaccata, che sembri una ballerina; tu fai il ponte, che sembra un’atleta. E tu, che sei più piccolo, mettiti vicino la mamma e fai finta che fai la pubblicità alle caramelle, come nel carosello. Comare, mettetevi a sinistra. Stringetevi, altrimenti non vi prendo tutti. 

-Natalino, spicciati cu sta Polaroid. Il sole ci sta accecando!-

Fatto.

 

 

Invincibile estate

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Mia cara,
nel bel mezzo dell’odio
ho scoperto che vi era in me
un invincibile amore.
Nel bel mezzo delle lacrime
ho scoperto che vi era in me
un invincibile sorriso.
Nel bel mezzo del caos
ho scoperto che vi era in me
un’ invincibile tranquillità.
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
E che ciò mi rende felice.
Perché afferma che non importa
quanto duramente il mondo
vada contro di me,
in me c’è qualcosa di più forte,
qualcosa di migliore
che mi spinge subito indietro.

(Albert Camus)